Nella prigione Gaza è impossibile curarsi

Quando la scorsa primavera uno degli specialisti dell’Istituto mediterraneo di ematologia pronunciò le parole: «Malaka sta bene, nel suo sangue non c’è traccia di leucemia», Safwat Kahlut tirò un sospiro di sollievo. Dopo mesi di paura e tensione, la sua bambina era guarita grazie alle cure ricevute nel centro medico diretto dal professor Mandelli. «È stata dura ma Malaka è riuscita a farcela», commenta Kahlut con tono rilassato. La fine dell’incubo si accompagnò ad un’altra buona notizia. «Per interessamento della mia amica (e pacifista ebrea) Manuela Dviri mi venne data la possibilità di portare la bimba all’ospedale israeliano Hadassah di Gerusalemme. In questo modo non sarei stato costretto ad andare in Italia per i controlli medici». Malaka però l’ospedale Hadassah è riuscita a vederlo solo due volte da quando è rientrata da Roma. «Ho scoperto che per un palestinese malato è più facile andare in Italia che a Gerusalemme», aggiunge Kahlut. Nonostante Manuela Dvriri e il «Centro Peres per la pace» avessero procurato il permesso necessario per Safwat Kahlut, al posto di blocco di Erez, tra la Striscia di Gaza e Israele, le cose sono andate in modo ben diverso dalle previsioni. «La prima volta – racconta il palestinese – mi sono presentato puntuale, alle 8:30, ad Erez ma sono uscito da Gaza solo alle 14:30, dopo un lungo interrogatorio da parte dei soldati. Ho chiamato l’ospedale ma mi hanno detto che ormai era tardi e avrei dovuto fare una nuova prenotazione». Ottenuto un altro appuntamento, Safwat si ripresentò con la figlia ad Erez. «Quella volta – prosegue – è andata meglio, abbiamo atteso solo due ore e, grazie al tassista che ci ha portato a Gerusalemme a tutta velocità, Malaka ha potuto fare i test medici». Le volte successive invece si sono ripetuti i controlli asfissianti, nonostante il permesso rilasciato dalle stesse autorità militari.

«Alla fine mia moglie ed io abbiamo deciso che la bambina farà i controlli a Gaza, anche se i macchinari che abbiamo qui non sono adeguati. Erez era uno stress troppo forte per Malaka. Speriamo nella misericordia di Dio», conclude Kahlut. Centinaia di palestinesi, gravemente ammalati (alcuni dei quali di cancro), potrebbero raccontare la stessa storia fatta di lunghe attese ai valichi di Erez o di Rafah, sul confine con l’Egitto. E il loro futuro si annuncia ancora più nero, poiché Israele da quando ha evacuato i suoi soldati e coloni da Gaza, ha limitato al minimo il numero di palestinesi autorizzati ad attraversare il suo territorio per raggiungere Gerusalemme e la Cisgiordania. In passato alcune migliaia di abitanti di Gaza entravano ogni anno in Israele per curarsi nei ben attrezzati ospedali dello Stato ebraico o per recarsi in centri medici all’estero. Ora non è più così e le autorità militari riferiscono che ben pochi abitanti di Gaza passano ogni giorno per Erez, contro gli oltre 100 di qualche mese fa.

Il centro israeliano «Medici per i diritti umani» calcola che i palestinesi avranno bisogno nei prossimi dieci anni di 2,5 miliardi di dollari per migliorare la sanità a Gaza e portarla al livello di quella giordana. Una cifra enorme se si considera che il budget annuale del ministero della sanità è di soli 55 milioni di dollari che non bastano neppure a pagare i circa 90 milioni di dollari che l’Anp spende annualmente per gli ammalati gravi che vanno a curarsi all’estero (la differenza viene coperta da donazioni internazionali e dalla carità islamica). Malaka Safwat, ad esempio, si è potuta curare grazie a donazioni italiane.

Nonostante i passi in avanti fatti negli ultimi anni, gli ospedali di Gaza mancano ancora di molti macchinari e di medici specializzati per gli interventi a cuore aperto, i trapianti di organi, la neurochirurgia e le ustioni gravi. Test che in Italia sono di routine – come scintigrafia, coronarografia e tac – sono impossibili da eseguire e i pazienti devono recarsi in Israele e in altri paesi. Sta calando inoltre il numero di medici disponibili a Gaza: nel 2004 erano 0,75 per 1000 abitanti, il 13% in meno rispetto al 1998. «Ci piacerebbe permettere l’ingresso (in Israele) di un numero più elevato di palestinesi ma dobbiamo tener conto di gravi problemi di sicurezza», afferma il portavoce del ministro degli esteri israeliano Mark Regev che, tuttavia, non spiega perché le restrizioni sono aumentate dopo il ritiro di soldati e coloni avvenuto tra agosto e settembre. «Se gli israeliani non ci vogliono più nei loro ospedali, allora ci consentano di andare in altri paesi. Il loro atteggiamento conferma che l’occupazione di Gaza non è finita», taglia corto il dottor Majdi Ashur, presidente dei Comitati palestinesi di soccorso medico.