Nella piazza storie precarie e invisibili

«Il Paese che non c’è». Una provocazione, «è uno striscione», ma loro no, «noi ci siamo davvero». Provano a contarsi, il tragitto non è lungo, e i numeri arrivano con l’uscita su piazza Navona. Ottantamila, e poi «milioni di lavoratori che hanno scioperato in tutta Italia», dicono gli organizzatori. Poco stupore nella piazza, «e come poteva non riuscire, qui non si arriva alla quarta settimana del mese». A sfilare per le strade scure di Roma, ieri, c’era il mondo del lavoro, «penalizzato e mortificato da questa finanziaria e da questo governo». Tanti i pensionati. A gruppetti discutono. Chi, «dopo una vita di lavoro, non ha nemmeno una pensione decente per campare» e chi (pochi) una pensione dignitosa ce l’ha. «Ma – osservano – facciamo tutte le manifestazioni per i giovani, che oggi sono sempre più precari». E loro, più o meno giovani, ci sono. Studenti, stagisti, mescolati a metalmeccanici, edili, lavoratori del commercio, della funzione pubblica e della sanità.

«E’ uno sciopero sacrosanto – dice dal palco Guglielmo Epifani, segretario generale della Cgil – E mostra la distanza che c’è tra questo paese e questo governo, che non vuole ascoltare la voce che giorno dopo giorno gli viene mandata». E sotto, in mezzo alla piazza, migliaia di storie, tanti che dicono «di noi non si parla mai», tutti a cercare un po’ di visibilità.

Un lungo striscione salta agli occhi. «Trentamila precari alle Poste». Loro, giovani sui trent’anni che ieri hanno raddoppiato lo sciopero a otto ore, chiedono di non essere nominati. Sono tra quei 12 mila lavoratori che hanno vinto la causa contro le Poste, ma «i processi sono ancora in corso e i nomi, quindi, meglio di no». Durante la fase di ristrutturazione del `97 – spiegano – le Poste raggiungono un accordo con il sindacato per l’assunzione di personale a tempo determinato. In deroga al contratto nazionale, ma a termine. E invece, alla scadenza della deroga, le Poste continuano «unilateralmente» con le assunzioni a tempo. E a loro, ai precari che chiedono la trasformazione in contratti a tempo indeterminato, viene detto di no. E cominciano a fare causa, la prima delle quali è andata bene. «Ma la vicenda non si è conclusa e la trattativa tra sindacati e azienda è ancora in corso».

Marco, con una bandiera della Cisl in mano, lavora per il ministero dell’Economia. «Fortunato. Io un posto fisso ce l’ho». Ma nelle ditte che lavorano in appalto per il ministero, «lì di precari ce ne sono, eccome». I lavoratori del pubblico impiego, anche loro in sciopero per otto ore, ieri in piazza erano numerosi. Aspettano il rinnovo del contratto già scaduto, e protestano contro una finanziaria che non prevede risorse per i prossimi rinnovi, colpisce la contrattazione integrativa e taglia drasticamente i fondi per i contratti a tempo determinato. Mettendo a rischio 90 mila posti di lavoro.

Di questi, quasi 30mila lavoratori precari verranno meno nel comparto sanità (anche loro in sciopero per otto ore). Contrattisti a tempo determinato, o quei lavoratori che vengono dalle agenzie interinali, in maggioranza infermieri e tecnici, ma anche personale addetto all’assistenza. E la situazione nelle aziende sanitarie – spiega Rossana Dettori della Cgil – è già pesante. «Le 36 ore a settimana previste sono spesso un miraggio». Strette nella forbice della carenza di organico e del blocco delle assunzioni, le aziende esternalizzano. E le cooperative che sostituiscono blocchi di personale dentro gli ospedali, con l’intermediazione di manodopera, pagano i lavoratori molto di meno. «Meno di mille euro al mese; e la contribuzione viene calcolata sulla base del salario medio convenzionale, che varia da regione a regione, tra i settecento e gli ottocento euro».

Franco Boriello era infermiere all’ospedale di Civitavecchia, ora è uno dei responsabili sanità per la Cgil. Anche lì – racconta – «un sacco di assunzioni a tempo determinato (il 10% circa del totale). Infermieri, amministrativi e anche medici, a volte con contratti di sei o otto mesi». E se non c’è qualità del lavoro, difficilmente poi si trova qualità nei servizi.