NELLA GLOBALIZZAZIONE IL PARADOSSO DEGLI ECCESSI

E’ corta la memoria del mondo. A sentire quanti continuano a sostenere che i governi devono tenersi lontani dalla crisi finanziaria ed economica, e a respingere ogni ipotesi che il patto di stabilità dell’area euro possa essere reinterpretato alla luce di quanto sta accadendo, c’è da chiedersi se si ha memoria delle conseguenze anche politiche della crisi economica degli Anni ’30. Quando le Twin Towers erano ancora in piedi si poteva ancora discutere se la gravità della crisi che andava contagiando il mondo intero fosse paragonabile a quella del ’29. Farlo ora non ha più senso. L’aggressione terroristica ha fortemente aggravato le prospettive dell’economia, arrivando a privarle persino della cognizione delle condizioni che devono verificarsi affinché una ripresa possa realizzarsi. Ogni guerra apre un baratro di incognite, ma quella nella quale, con un plebiscito di emotivo consenso, Bush sta portando gli Stati Uniti e il mondo è una guerra che sconcerta e disorienta non solo perché è contro un nemico che non si sa chi è, né dove sta, né quali armi è in grado di usare, ma soprattutto perché non si sa a quali condizioni e con quale forma possa mai avere un termine. Prima, almeno, si sapeva cosa sarebbe dovuto accadere perché alla stagnazione potesse seguire una ripresa: la tenuta dei consumi, lo smaltimento dell’eccedenza di investimenti effettuati negli ultimi anni, bassi tassi di interesse. L’incognita era quando tutto questo si sarebbe verificato. Oggi non solo non si sa quando, ma neppure cosa deve accadere perché l’abisso possa presentare un fondo sul quale poggiare un recupero di fiducia nel futuro. Di conseguenza, il rischio è che la crisi economica, acuita dall’aggressione agli Stati Uniti e proiettata nel tempo indefinito di una indefinita guerra, sia peggiore di quella degli Anni ’30. Le statistiche dicono che la settimana scorsa è stata per Wall Street la peggiore da cinquantun’anni; ma sicuramente è stata la peggiore in assoluto se si considera la moltiplicazione della quota di popolazione che nella Borsa ha interessi diretti e, quindi, l’effetto-leva che una così inusitata caduta delle quotazioni ha sulla propensione a spendere, quindi sulla domanda interna, quindi ancora sulla performance dell’intera economia reale. Lasciati a se stessi, i mercati non sono in grado di ritrovare un equilibrio. Al contrario, il superamento della loro segmentazione, che aveva quanto meno il pregio di consentire uno sfasamento dei diversi cicli economici, ha fortemente accentuato la loro inclinazione all’eccesso: a crescere troppo rapidamente quando tutti insieme crescono, e a deprimersi tutti insieme non appena le cose accennano ad andare «meno bene». Per questo motivo la globalizzazione postula governi più impegnati nel controllo e nella moderazione dei cicli dell’economia, non il contrario. Ed è positivo che l’amministrazione Bush abbia annunciato interventi a sostegno dell’economia cominciando dalle provvidenze per le compagnie aeree e da massicci stanziamenti per lo «scudo stellare». Soprattutto dopo gli attacchi terroristici, su quest’ultimo ci sarebbe molto da obiettare, ma tant’è: l’importante ora è che la domanda pubblica compensi quanto più possibile la caduta della domanda privata, e che venga arginata la quota di coloro che limitano le spese perché hanno perso il lavoro o perché temono di perderlo nelle prossime settimane. Non è un nuovo new-deal, ma qualcosa che gli somiglia, che lo richiama, che ne riprende la lezione tornata – sarebbe velleitario negarlo – di grande attualità. In questo quadro è parimenti importante che l’Europa faccia propria la stessa lezione difendendo – anche per una solidarietà che non si limiti agli aspetti militari – quel po’ di crescita economica ancora possibile. Anche in Europa la domanda pubblica ha ampi margini di manovra per compensare la già stagnante domanda interna e la prevedibile flessione della domanda estera. C’è da rimuovere un patto di stabilità che impedisce ai governi di svolgere una azione anticiclica, ma questa è l’occasione per farlo e così sanare l’offesa che questo patto ha portato alla logica e al buon senso e che nelle circostanze attuali si tinge, per di più, di paradossali aspetti masochistici. Riducendo i tassi di riferimento, la Bce ha dimostrato una concezione dinamica del proprio mandato, il contenimento dell’inflazione, cui sta provvedendo il rallentamento dell’economia. La Commissione e i ministri dell’Economia, invece, mancano di una simile visione: rimangono alla difesa di parametri quantitativi senza considerare che un aggravamento della situazione economica non può non compromettere, con ben maggiore gravità anche politica, la tenuta dei conti pubblici negli anni a venire. La lezione di Roosvelt e di Keynes ha assunto purtroppo una attualità che dovrebbe indurre il superamento delle guerre di religione che su di essa le diverse ideologie hanno sempre combattuto. La saggezza consiglia di farne tesoro prima che la crisi si avviti irrimediabilmente su se stessa, non dopo.