Nel segno di Chavez

L’Africa ha i suoi tempi e la sua storia, l’Asia è rinviata per impraticabilità del campo, l’America latina non poteva dare forfait. C’era chi, dopo le cinque edizioni di Porto Alegre del Forum sociale mondiale e l’inevitabile sensazione di ripetitività, pensava che era meglio prendersi un anno di pausa e di meditazione. Ma non era questa l’occasione giusta per togliere il disturbo a «lorsignori» che esattamente negli stessi giorni, da oggi a domenica si riuniranno a Davos per decidere di quale morte deve morire la grande maggioranza dell’umanità. Magari ringraziandoli perché discutono, come accade nel 2005, della povertà e decidono di lasciar cadere qualche briciola o, come accadrà quest’anno, di «imperialismo creativo». E sull’imperialismo, creativo o non creativo, pochi come i latino-americani sono preparati. Oggi, sull’edizione 2006 del Forum sociale mondiale capitolo Americhe non si poteva dare forfait perché l’America latina è forse l’unica regione al mondo che sta marciando a ritmo sostenuto in controtendenza, perché il Venezuela del presidente Chavez è impegnato in un interessantissimo processo politico e sociale finanziato (finalmente) dal petrolio e infine perché in quest’area alla fine dell’anno la striscia dei governi di (centro) sinistra potrebbe allungarsi ancora dopo le elezioni a raffica in programma. Eccoci qua, dunque, a Caracas per il polo latino-americano del Forum sociale policentrico. In questi giorni sono arrivati e stanno ancora arrivando a frotte, attesi all’aeroporto di Maiquetia da giovani con la maglietta rossa che si danno da fare per risolvere i problemi. Che non mancano, ovviamente. La pioggia, anche se dovrebbe essere ormai la stagione secca. Ma soprattutto il maledetto viadotto mezzo crollato, che ha costretto a chiudere l’autostrada fra l’aeroporto internazionale e la città. Ora per arrivare a Caracas bisogna passare per le vecchie strade che si inerpicano sulle montagne e sono strettissime, piene di curve e pericolose. I pullmini dell’organizzazione che fanno la spola impiegano dalle 3 alle 4 ore per fare una trentina di chilometri. Ma il tempo migliorerà e la dedizione dei venezuelani darà al popolo che vuole costruire un altro mondo la pazienza a cui si dovranno abituare.

L’entusiasmo di molti e l’interesse di tutti qui non mancano. Il Venezuela di Chavez nel corso degli ultimi anni è diventato uno dei punti di riferimento degli alternativi vecchi e nuovi. Ma per la maggior parte di coloro che ci passeranno questi cinque giorni è la prima presa di contatto sul terreno. Non è improbabile che il Venezuela chavista possa diventare quello che fu il Nicaragua sandinista o il Chiapas zaptista.

Gli organizzatori, che si danno da fare nel lobby del Caracas Hilton, dicono che finora si sono iscritte 50 mila persone ma che la cifra potrebbe raggiungere, alla fine della kermesse, le 70 mila o addirittura, secondo alcuni esagerati, le 120 mila persone. I gruppi e le organizzazioni che si sono registrate sono quasi 2200 e i media 1500 per un totale di 5000 giornalisti.

Tutta gente che già ieri era in coda per ritirare l’accreditamento e chiedere un programma degli eventi che però non si decideva ad arrivare. Si sa tuttavia che oggi il Forum si inaugurerà ufficialmente alle 3 del pomeriggio con una concentrazione nella Plaza Las Tres Gracias da dove partirà un corteo, poi interventi multi-etnici contro la guerra e contro l’imperialismo, anche quello «creativo», musiche e danze per celebrare la vita scontando il rischio di distrarre dai discorsi più direttamente politici vista la leggendaria sensualità delle ragazze venezuelane.

Quest’anno non ci sarà Lula che nelle precedenti edizioni di Porto Alegre fu l’anfitrione e, almeno fino all’anno scorso, il protagonista. Ufficialmente «per ragioni di agenda» ha fatto sapere che non verrà né qui a Caracas né andrà, come nel 2005, a Davos. Già a Porto Alegre un anno fa dovette subire una piccola ma fastidiosa contestazione da cui fu salvato proprio da Chavez. È lui, ormai l’indiscusso leader del movimento per l’altro mondo e il rischio semmai è che questo di Caracas si trasformi in un evento troppo chavista. Gli organizzatori garantiscono che non sarà così. Chavez, che ieri era ancora a La Paz insieme a Evo Morales, assisterà solo a un paio di eventi fra i 1800 proposti nei 5 giorni di lavori. Qui non escludono neppure che dal cilindro del fiammeggiante mago Hugo saltino fuori Evo Morales o addirittura Fidel Castro, anche se sembra una magia troppo osée anche per lui. Certo che con Chavez, Fidel ed Evo da questa parte del mondo e i 15 capi di stato e di governo asseragliati a Davos, la rappresentazione dello scontro fra «buoni» e «cattivi», fra l’ «asse del bene» e l’ «asse del male» sarebbe perfino eccessiva. Proprio come piace a Chavez.