Nel pubblico impiego precari il 10% dei lavoratori. Più che nell’industria

Un tempo lavoro pubblico voleva dire posto fisso: certezza di una retribuzione, sicurezza previdenziale, forse anche una condizione di privilegio rispetto agli operai, sempre sottoposti al rischio di incontrollabili crisi industriali, licenziamenti e cassa integrazione. Valeva la pena, allora, attendere mastodontici concorsi, ammassarsi nelle bacheche dove facevano mostra di sé infinite graduatorie.
Che la realtà di oggi sia ben diversa ce lo dice un’indagine del Censis resa pubblica ieri, dalla quale emerge che oggi sono forse gli operai a passarsela meglio. Magra consolazione, per la vecchia classe rivoluzionaria un po’ dimenticata, immiserita, terziarizzata e delocalizzata. Ma i vecchi colletti bianchi, oggi, hanno perso la loro aurea di immortalità: 10 lavoratori della pubblica amministrazione su 100 sono atipici, contro l’8% dell’industria.

Secondo il rapporto del Censis, prima parte di uno studio più approfondito che accompagnerà il dibattito sulla riforma delle politiche del lavoro, il precario ideale lavora per un ente pubblico, è donna, laureata, e vive nel centro-sud. Il 57% dei precari ha meno di 35 anni; le donne (14,7%) superano gli uomini (8,7%). Il sud (13,9%) e il centro (11,5%) battono nordest (9,9%) e nordovest (8,8%). I precari, inoltre, vantano un ottimo curriculum formativo: il 14% è laureato, solo l’11% si è fermato al diploma. In particolare è precario un professore su cinque (20,2%), mentre gli atipici nelle associazioni (terzo settore, partiti, sindacati) raggiungono il 18%, e il 25% in molti settori dei servizi (attività ricreative, culturali, sportive, di ricerca). I cocoprò dilagano nelle professioni tecniche (33%) e intellettuali (6,2%), mentre sono poco presenti nel lavoro non qualificato (6,2%). Ma quello della precarietà è un fenomeno che non distingue tra la lavoro intellettuale e manuale: sono colpiti tanto professionisti (18,4%), quanto lavoratori non qualificati (22,4%).

Un esercito di 350mila precari
Gli ultimi dati sicuri sul lavoro nella pubblica amministrazione provengono dal Conto Annuale 2004 presentato dalla Ragioneria Generale dello Stato. Si tratta, cioè, di numeri vecchi, che vengono aggiornati con due anni di ritardo, e che dunque non possono dar conto di un fenomeno che continua ad espandersi. Secondo il documento nella pubblica amministrazione ci sono 115.860 lavoratori a tempo determinato, 47.874 lavoratori esterni, in gran parte interinali, 101.323 cococò, circa 41mila lavoratori socialmente utili. Il documento ufficiale dell’ufficio del ministero del Tesoro non riporta, poi, i 135mila supplenti della scuola pubblica.

La causa di una tale mattanza? Ormai dal 1999 i governi che si sono succeduti hanno introdotto un “Patto di Stabilità interna”, a copia del più famoso Patto di Maastricht che ci impone inviolabili vincoli di controllo della spesa pubblica. Con tale stratagemma il governo costringe gli enti locali a contribuire al contenimento della spesa. Il primo effetto del patto di stabilità è il blocco delle assunzioni nel pubblico impiego, che ha spinto gli enti pubblici bisognosi di nuove forze a rivolgersi al florido mercato del precariato. Non bisogna dimenticare, inoltre, che nel pubblico impiego non si applica la famigerata legge 30, ma il vecchio Pacchetto Treu, varato dal centro sinistra nell’ormai lontano 1998. Misure molto meno precarizzanti di quelle introdotte dal governo Berlusconi. Eppure del tutto sufficienti a fare piazza pulita dell’antico, sempre agognato, posto fisso.

Lo scontro sui contratti
Proprio il pubblico impiego, uno dei quattro capitoli su cui il rigoroso Padoa Schioppa vorrebbe realizzare la propria finanziaria di 35 miliardi, è oggi al centro di un aspro scontro tra governo e parti sociali. Ieri, dal morbido palco del meeting di Rimini, il ministro Nicolais prova l’affondo: «Quattro milioni di euro in tre anni per il rinnovo dei contratti del pubblico impiego, un miliardo per la prossima finanziaria. A settembre ne parleremo coi sindacati». Secondo i sindacati, però, è un cifra troppo misera, quella che Nicolais mette sul piatto, insufficiente a garantire il rinnovo a 3,5 milioni di lavoratori, il cui contratto è scaduto già lo scorso dicembre.

«Sarà un settembre complicato. Se è così il governo è sulla strada del conflitto», minaccia nervoso Carlo Podda, segretario della Funzione Pubblica della Cgil. «Se il governo vuole evitare guai, è bene che convochi subito i sindacati. Per ora non si capisce molto, ma quel che si capisce non è un bel capire». «Servirebbero almeno 5,5 miliardi» aggiunge Gianni Baretta, segretario confederale della Cisl. Secondo i primi calcoli, infatti, la cifra anticipata ieri dal ministro Nicolais si tradurrebbe in un aumento di appena 25 euro: una miseria, una moratoria mascherata, nei fatti un mancato rinnovo. Alla partita del rinnovo contrattuale si aggiunge quella dei tagli alla spesa. Già negli scorsi giorni il Sole 24 ore vociferava di 200mila mancati rinnovi da incassare con incentivi all’uscita degli impiegati. La cui età media, oggi, è tra le più alte d’Europa: 44 anni. Si prevede anche una stretta sugli “sprechi”: tagli delle consulenze, sfoltimento degli enti inutili, e la fusione tra Inps e Inpdap. Su questo ultimo punto, il 24 agosto, si incontreranno il ministro del Lavoro Cesare Damiano e il titolare del dicastero sull’Innovazione nella pubblica amministrazione Nicolais. In attesa che si apra un tavolo con le parti sociali che si preannuncia complicatissimo. Al governo, i rappresentanti dei lavoratori probabilmente ricorderanno come la spesa per la pubblica amministrazione nel nostro paese, da più parti allarmisticamente definita “fuori controllo” è in realtà nella media dell’Unione Europea: in Italia si spende per gli uffici pubblici il 48, 5% del Pil, poco sopra il 46, 8% della Germania, ben al di sotto del 53, 4% della Francia o del 56, 3% della Danimarca.