Nel presente italiano senza sconti

Deludono, di solito, le raccolte di articoli che diventano libri a posteriori. Non sempre tuttavia è così, soprattutto quando da un lato la misura dello sguardo e della campitura interna (ritmo, fraseggio, omogeneità di riferimenti) è quella di un autentico scrittore e quando dall’altro la materia risulta compatta, coesa, persino scabrosa nella sua immediata riconoscibilità. Tutto ciò per dire che Corrado Stajano, grande scrittore di cose civili (è il biografo di Serantini e Ambrosoli, il firmatario di tante inchieste sui faits divers della storia repubblicana), manda adesso in libreria un volume che raccorda dall’interno gli articoli, comparsi tutti quanti su L’Unità, circa l’ultimo decennio politico-culturale, I cavalli di Caligola. L’Italia riveduta e corretta (Garzanti, pp. 262, € 14). Lo stile è quello che da sempre contraddistingue la pagina di Stajano, cioè uno stile nitido, mai urlato, elegante con naturalezza, attento ai fatti e alla loro natura sia di reperti e testimonianze sia di simboli o allegorie del vivere qui-e-ora.

Che cosa il volume contenga lo testimonia un passaggio dell’introduzione, di cadenza anaforica e ossessiva, il quale ha un possibile modello nel celebre Io so che scandiva la requisitoria di Pier Paolo Pasolini contro il Palazzo e il regime semiagonizzante della Democrazia Cristiana; dunque Stajano addita al presente, formulando una specie di declaratoria: «L’agire di un governo incompetente, il semestre europeo disastroso per il buon nome dell’Italia, la storia piegata o cancellata a uso della politica, l’invenzione di un passato inesistente che vuole soprattutto ferire chi l’ha vissuto conservando i suoi ideali, il moderatismo sbandierato da chi conosce soltanto le pratiche dell’oltranzismo, la vera e propria guerra condotta contro la Costituzione repubblicana, la questione morale considerata trascurabile, le regole ritenute inutili, le imposte giudicate una sopraffazione dello Stato, la corruzione e l’evasione fiscale giudicate con l’indulgenza di chi le persegue con profitto, i condoni che umiliano le persone oneste, la giustizia vista essenzialmente con occhi nemici come soluzione di problemi personali-privati, le beffarde promesse di quel `contratto con gli italiani’ firmato grottescamente in tv , la mafia `un’entità con la quale convivere’, la legalità un sostantivo inutile, i fantasmi del fascismo riapparsi in un clima indulgente tra revanscismo e spirito di vendetta, la restaurazione di una politica che si credeva sepolta, la regressione culturale, la volgarità intesa come indice vitale, la caduta di diritti individuali e collettivi, l’uso del verbo demonizzare per linciare i `giacobini’ che danno all’opposizione il suo naturale significato, l’ambiguità sovrana, tra le compromissioni e i vezzeggiati terzismi del piede in due scarpe, il Sud abbandonato, l’inutile guerra in Iraq, la festosa sudditanza a Bush, una classe dirigente non popolata di giganti. E poi…»

L’elenco continuerebbe, anzi continua nell’introduzione con quelli che, prima che capi d’accusa, sono rilievi autoptici di un paese smemorato e indulgente con se stesso fino all’autoassoluzione, postmoderno dopo avere trapassato indenne la fase del moderno, gonfio di uno sviluppo che smaltisce i reali problemi come scorie, sfigurato nella sua cultura e perciò incapace di progetto, in una parola subalterno alle dinamiche della globalizzazione neoliberista e alle parole d’ordine del cosiddetto «pensiero unico».

(Viene ancora in mente, di riflesso, l’intuizione di Pasolini quando allora scriveva che le coscienze stavano per essere violate nel profondo). Certo la lista di Stajano, quasi fosse una rediviva Colonna infame, fa paura proprio perché non si tratta del consueto elenco di vizi nazionali stilato da un moralista (ulteriore segno dei tempi è oggi, per esempio, il culto del neo/post fascista Leo Longanesi) ma di elementi empirici, a volte di pure constatazioni, infine di segni crudi e nefandi, peraltro spesso metabolizzati (e cioè neutralizzati) dal senso comune. Qousque tandem? viene sul serio da chiedersi.