Nel presente con le parole di Piero

«Piero Calamandrei nacque come scrittore politico nel 1944, a cinquantacinque anni». Con queste parole, esattamente quarant’anni fa, Norberto Bobbio aprì la sua introduzione agli Scritti e discorsi politici di Calamandrei. Oggi questo giudizio non può che starci stretto. Abbiamo, rispetto ad allora, nuovi documenti su cui riflettere e una diversa idea di politica in cui collocarli. E forse oggi – a cinquant’anni dalla morte – ci è anche possibile intrattenere un rapporto diverso con il grande giurista che fu per dieci anni – quelli cruciali, perché fondativi – il massimo sacerdote della religione repubblicana.
Il mito di Piero Calamandrei, a dire il vero, è tuttora vivo e operante. Le reazioni con cui è stata accolta dagli addetti ai lavori l’introduzione un po’ iconoclasta di Sergio Luzzatto alla nuova edizione di Uomini e città della Resistenza (Laterza) ne è una prova. Ma anche a livello diffuso, nelle città, nelle associazioni, nei comitati per la difesa della Costituzione, nei dibattiti suscitati dal referendum imminente, Calamandrei sembra tornato a nuova vita. Eppure, per non bloccarlo in un’icona astratta, pare giunto il momento di farlo passare dal mito alla storia.
Cominciamo allora col dire che Piero Calamandrei – fiorentino, classe 1889 – respira politica sin da giovanissimo, se non in fasce, certo in famiglia: assimila una tradizione culturale dall’esempio del padre e del nonno, uomini di legge, laici e repubblicani, cultori della patria e del Risorgimento, devoti a Mazzini e Carducci. Ma è in un’altra famiglia elettiva che il giovane Piero trova il suo primo gruppo di affinità. «Il Giornalino della domenica» viene fondato da Luigi Bertelli – Vamba è il nome d’arte – nel 1906, a Firenze. E’ un settimanale per bambini, di prim’ordine: basti dire che sulle sue pagine esce a puntate un capolavoro della letteratura per l’infanzia come Gian Burrasca. Ma è anche qualcosa di più. Opera – di fatto – come un soggetto politico, come un foglio militante, che si rivolge ai giovanissimi per mobilitarli in senso patriottico. Veicola un ambizioso progetto di rieducazione nazionale. Fa politica proprio mentre critica i politicanti, i partiti, i compromessi dell’Italia giolittiana che sembra aver perso il legame morale con la stagione alta del Risorgimento. Con Vamba, Piero ha un rapporto particolare, quasi di devozione e figliolanza spirituale. Sul suo «Giornalino», mentre è ancora studente universitario, comincia a pubblicare poesie e apologhi. Sono testi apparentemente impolitici e fanciulleschi, ma si inseriscono senza scarti in quel contesto molto connotato. Affrontano spesso il tema della morte. Una morte strana, laica e bambina: ne sono protagonisti fanciulle e fanciulli chiamati a farvi i conti in un mondo ormai secolarizzato, tutto immanente e senza al di là. Facile vederci, col senno di poi, la premonizione dell’immane catastrofe in arrivo che falcidierà proprio gran parte di quei giovani che il «Giornalino» aveva formato e che imporrà a tutti di fare i conti con le aporie di cotanta mortifera modernità. Vamba condurrà fisicamente i suoi ragazzi in prima linea e maturerà già nel corso del conflitto l’idea di eternare la memoria di coloro che erano caduti in un martirologio che ricollegasse il loro sacrificio a quello dei grandi nomi del Risorgimento.
E’ dunque in questo ambiente culturale che Piero fa il suo apprendistato letterario e si apre alla vita adulta; ad esso attingerà per trovare chiavi di lettura capaci di elaborare prima il significato, poi la memoria, della guerra che nel giro di pochi anni si sarebbe materializzata.
La Grande Guerra rappresenta per Piero – e per quel segmento della sua generazione che ha ricevuto lo stesso imprinting – un evento atteso, preparato, voluto. La realtà supererà l’immaginazione e le fonti che abbiamo oggi integralmente a disposizione – le lettere alla fidanzata, poi moglie, Ada Cocci – si rivelano preziose per cogliere la dialettica tra posizioni pubbliche e privati turbamenti che si svolge nella sua coscienza. Ma la guerra sarà in ogni caso per lui un tornante decisivo, un momento di crescita e autorivelazione, di vera e propria scoperta di sé e delle proprie vocazioni. Al fronte, ufficiale dell’esercito, sperimenta l’arte del comando all’interno di un organismo complesso e in rapida trasformazione. Impara a conoscere gli uomini, il loro animo, incontra i contadini e gli operai, cioè le masse popolari da cui la vita civile e la cultura prebellica lo avevano tenuto lontano. Si scopre brillante avvocato nei tribunali militari e capace organizzatore culturale nei servizi di propaganda. Fa le sue prime prove come oratore, prima mitografo delle ragioni della guerra e poi organizzatore della sua memoria. E’ dunque nell’intorno della Grande Guerra che comincia a costruire la sintassi della sua prosa civile, a definire un repertorio di temi e immagini, uno stile e un timbro inconfondibili. E li trae, in gran parte, proprio dalla tradizione giornalinesca, nostalgica e commemorante, in cui si era formato.
Per tutta la sua vita Calamandrei leggerà quella guerra – che per la nostra sensibilità attuale non rappresenta che l’esordio della modernità nella sua dimensione più crudele – con lo sguardo ottocentesco di chi ne fa invece il coronamento del Risorgimento. Ancora a distanza di anni, permarrà ben ferma in lui l’idea di aver combattuto una guerra giusta, razionale, risolutiva; ne parlerà e scriverà sempre come se fosse stata non una tragedia, ma un’epopea. Anche questo non è un tratto solo individuale, ma largamente generazionale, e sarebbe quanto meno anacronistico giudicarlo esclusivamente sulla base della consapevolezza e dei disincanti del presente.
Eppure non si può eludere la domanda sulla lunga durata di questa memoria collettiva nella nostra storia nazionale. Una memoria che certo si è andata esaurendo tra gli anni ’60 e ’70, per il fisiologico venir meno di coloro che l’avevano incarnata, oltre che per l’emergere di una contromemoria – essa stessa generazionale – che ne ha contestato l’egemonia. Ma si è dimostrata comunque capace di scorrere e informare di sé altre stagioni, altri capitoli della storia italiana. Fino a ricomparire, in anni recenti, di fronte alla crisi del sistema politico e all’appannamento dell’identità nazionale, quale unica grande narrazione unificante, spendibile e presentabile. La prefazione che il presidente Ciampi ha concesso alla riedizione di Uomini e città della Resistenza non è che un tassello della sua opera di restaurazione di una religione civile che alla poetica di Calamandrei si è largamente ispirata.
D’altronde, è la stessa biografia di Calamandrei che consente di interpretare questa continuità di ispirazioni e di linguaggi capace di legare in un unico filo le guerre degli italiani dal Risorgimento alla Grande Guerra e poi alla Resistenza. Il fascismo – si noti – in questa rappresentazione scompare; e il buco nero della memoria collettiva coincide non a caso con il lungo inabissamento dello stesso Calamandrei dalla scena politica, negli anni del regime. Nel 1944, quindi, Calamandrei, non nasce, ma tutt’al più ri-nasce alla politica. E lo fa portandosi dietro – apparentemente intatto – tutto il suo bagaglio di parole, di miti, di figure poetiche con cui andrà a costruire la «nuova» religione civile dell’Italia repubblicana.
E’ un’esperienza davvero straniante rileggere – con la consapevolezza di ciò che stava in quel bagaglio – il famoso Discorso sulla Costituzione del 1955, all’Umanitaria di Milano, che pochi giorni fa Fausto Bertinotti ha richiamato nell’atto del suo insediamento alla presidenza della Camera. Sembra la riscrittura dei discorsi fatti più di trent’anni prima, nell’altro dopoguerra. Le matrici culturali sono identiche, gli espedienti retorici gli stessi. Persino gli aneddoti ricorrono uguali, come quello dell’emigrante in mezzo all’oceano in tempesta che si disinteressa della sorte della nave, sostenendo di non esserne il proprietario, e rischiando così di finire a fondo con essa: Calamandrei lo riferisce ai ragazzi che ha ora di fronte per convincerli a interessarsi della politica, come aveva fatto nel ’18 per convincerne altri a fare la guerra. E i parallelismi continuano. Negli articoli della Costituzione sente le voci lontane di Mazzini e Garibaldi, di Cavour, Cattaneo e Beccaria, mescolate alle voci recenti dei giovani morti partigiani, proprio come a suo tempo aveva sentito le voci di altre schiere di morti levarsi dai campi di battaglia dallo Stelvio a Monfalcone. E se nel ’21 aveva invitato le nuove generazioni «nate troppo tardi» a recarsi in pellegrinaggio sul Carso e sul Piave, ora le sprona ad andare sui monti, nelle carceri, nei campi di concentramento. Nel 1920 aveva chiesto agli studenti senesi di non tradire e farsi carico del sacrificio di cinquecentomila morti; nel 1955 chiede agli studenti milanesi di ricevere nelle loro mani e far vivere la Costituzione come «testamento di centomila morti». Morti – si badi bene – in Russia e in Africa, per le strade di Milano e di Firenze: accostati come se fossero tutti martiri – consapevoli o meno, prima e dopo l’8 settembre 1943 – di un significato che li sovrasta.
La commozione che questo discorso è in grado ancora oggi di suscitare in chi lo ascolta (come è possibile fare, nella versione originale con la voce di Calamandrei) non dovrebbe esimerci dal riflettere sui significati che esso veicola, e la gratitudine che in molti nutriamo per il suo autore, e ancor più per le persone cui egli tributa un riconoscimento, non dovrebbe impedirci di valutare criticamente i meriti ma anche i limiti di quella tradizione culturale. Non basta qui distinguere – come è pur doveroso fare – tra storia e memoria, dando spazio alla funzione critica della prima per contenere la portata emotiva della seconda. Troppo difficile e impoverente sarebbe, in ogni caso, fare a meno di memoria, sia come individui che come collettività; e persino l’oblio – a guardar bene – sarebbe una forma attiva di memoria.
Sandro Portelli, nel suo mirabile libro sulle Fosse Ardeatine (Donzelli, 1999), si chiedeva se «avremo mai parole laiche e civili per designare questi fondatori della nostra coscienza, parole che non li consegnino, col solo nominarli, alla bandiera e al crocifisso, alle Chiese e agli Eserciti, delegati permanenti all’amministrazione della morte». Calamandrei ha cercato in più fasi della propria vita di dare una risposta a simili interrogativi. Per questo lo sentiamo maestro e compagno, anche quando ce ne distacchiamo. A noi tocca avviare il lavoro di memoria laica e consapevole su di lui e sulla religione civile che è il suo lascito più cospicuo. Cioè scegliere non se ricordare, ma come ricordare; valutare secondo quali modalità istituire la relazione sempre cangiante tra presente e passato, tra generazioni che si avvicendano, e anche tra noi e i nostri morti, così che sia possibile onorarli e rispettarli, ma senza restarne schiacciati né intrappolati.