Nel gioco del cerino, il Prc non voleva rimanere col coltello in mano

Prima dell’affondo di Clemente Mastella, era la legge elettorale il campo di battaglia nell’Unione e sul Prc cadevano i maggiori sospetti per la crisi imminente. L’altro giorno Walter Veltroni, ieri Dario Franceschini sul Corriere della Sera: l’offensiva della leadership del Pd sul fronte delle riforme è stata fortissima. Tanto che a più d’uno era venuto il dubbio che il sindaco di Roma stesse puntando a far cadere il governo Prodi. Era chiaro che non poteva farlo in prima persona, ma che, anzi, ufficialmente doveva dare il suo sostegno all’esecutivo. Però era diffusa l’idea che ormai Veltroni considerasse in via di esaurimento l’esperienza del governo Prodi, come ha dimostrato ieri la scelta dell’Udeur. Dicono che vi erano stati abboccamenti con Rifondazione comunista. Il Prc però ha il ricordo del ’98, quando fece cadere il governo Prodi e visse un’esperienza di isolamento politico quanto mai dolorosa. Fausto Bertinotti era sì tentato dal rovesciare il tavolo, ma quel che metteva Rifondazione in difficoltà era l’atteggiamento della Sinistra democratica. Il movimento guidato da Fabio Mussi mai e poi mai avrebbe rotto col governo. Il ministro dell’Università lo ha spiegato più volte ai suoi interlocutori nel Prc. Senza la Sinistra democratica, dopo le defezioni del Pdci e di una parte dei Verdi, la Cosa rossa sognata da Bertinotti non potrebbe più nascere. La situazione quindi era complicata. Poi è arrivata la decisione di Mastella e la crisi che nasce al centro. Stando ai sondaggi riservati, dei maggiorenti dell’Unione, il declino costante dei consensi per il governo stava trascinando a picco anche il Partito democratico: non tutti dunque ai vertici del Pd sono poi così affranti per il nuovo scenario.
L’asse tra Massimo D’Alema e Veltroni in questo senso (prodiano) non c’è mai stato, benché si sia scritto e detto che tra il sindaco di Roma e il ministro della Farnesina era stato siglato un patto per blindare il governo a tutti i costi. Ma D’Alema non ha difeso Prodi perché convinto che questo governo vada bene. Anzi, quel che il titolare della Farnesina dice in privato del gabinetto Prodi e del premier non sempre sembrerebbe lusinghiero. Il timore di D’Alema però è che in questo momento, con la caduta del governo Prodi, in una situazione di crisi al buio, si vada alle elezioni e non vi sia il tempo di creare un governo tecnico che faccia giungere la legislatura almeno fino al 2009. Le elezioni nel 2008, è chiaro, spazzerebbero via tutta la vecchia classe dirigente di Ds e Margherita oggi nel Partito democratico, oltre a consegnare una vittoria certa a Silvio Berlusconi. “Sarebbe un suicidio”, è il ritornello dell’ex premier. E’ di questo che D’Alema ha parlato con Veltroni in Campidoglio nel lungo incontro che hanno avuto alla fine della scorsa settimana. Veltroni ha dato ragione a D’Alema. Poi ha spiegato le sue perplessità. D’Alema ha dato ragione a Veltroni. Dopo 24 ore i due sono tornati a guerreggiare tra di loro.
In questa situazione di crisi c’è chi però suggerisce a Veltroni di lasciar perdere la riforma elettorale. C’è chi gli consiglia di cambiare cavallo perché un tema simile non fa presa nel paese. Ed è quello che invece vorrebbe fare Veltroni: “Io voglio parlare al paese”, continua a dire ai suoi. I meno cortigiani gli hanno spiegato che allora dovrebbe parlare di altre materie: economia, inflazione, salari, anche a costo di criticare l’operato del governo Prodi.
Nel Partito democratico chi non vuole propriamente bene al sindaco di Roma lo paragona sempre più spesso a Silvio Berlusconi: vuole fare il leader che decide tutto da solo, ma non ha tutto il partito in mano come il Cavaliere (è quel che si sussurra tra le file del Pd). Ieri sera, dopo le dichiarazioni di Mastella, Veltroni ha lasciato in anticipo la presentazione del libro di monsignor Rino Fisichella ed è corso a Palazzo Chigi per un vertice sulla crisi con il presidente del Consiglio, Romano Prodi.