Nei villaggi della Slesia, dove la miniera è vita e morte

Ruda Slaska, villaggio a trecento chilometri a sudest di Varsavia. Siamo nel cuore della Slesia, regione polacca ricchissima di minerali che lambisce il confine tedesco. Il cuore carbonifero della Polonia e dell’Unione europea. Nel 2005, sono stati estratti dal sottosuolo polacco 98 milioni di tonnellate di carbone, pari al 57 per cento della produzione complessiva europea. La Slesia, una terra di confine, stordita ripetutamente dai numerosi spostamenti di frontiera che il paese slavo ha subito nel secolo
scorso, dove la storia ha imposto ai polacchi di cambiare
nazionalità svariate volte. Malgrado l’ingeneroso novecento, la gente del posto non ha mai perso l’abitudine di lavorare sodo e scavare, trivellare, raccogliere carbone. Il mestiere s’è tramandato di generazione in generazione. Qui la miniera è sempre stata vita. Ma ha anche generato morte, attraverso una drastica contrazione dell’aspettativa di vita e incidenti sul lavoro.
Nell’ultimo, martedì 22 novembre, hanno perso la vita 23 lavoratori dell’Halemba, la miniera di Ruda Slaska, gestita dalla società Kompania Weglowa. Si è trattato del più grave incidente dal 1979, anno in cui a Bytom, sempre nella Slesia, persero la vita 34 minatori. Allora come oggi la tragedia fu causata da una fuga di gas e da una successiva esplosione. A Ruda Slaska le cronache riferiscono che la deflagrazione ha sprigionato una temperatura superiore ai mille gradi, che ha letteralmente bruciato i 23 minatori, rimasti intrappolati in un cunicolo profondo mille metri.
Il presidente della Repubblica Lech Kaczynski ha dichiarato tre giorni di lutto nazionale e i partiti, impegnati nella campagna elettorale per il secondo turno delle amministrative, hanno sospeso le ostilità, fornendo una buona (oltre che necessaria) prova di maturità. Ventitre morti. Il più giovane di 21 anni, il più anziano di cinquantanove. «È una tragedia, chiunque di noi poteva essere là sotto», ha riferito all’agenzia France Presse Andrzej Janicki, impiegato presso l’Halemba. Sulla vicenda è stata immediatamente aperta un’inchiesta. Ma – come solitamente accade – la magistratura polacca archivierà il dossier con la formula della «tragica casualità».
Il dramma di Ruda Slaska ha però fatto riemergere prepotentemente la questione sociale legata alle attuali condizioni dei minatori polacchi, privati delle garanzie di una volta (salario, pensione, casa) e della sicurezza (nel 2006 sono morti sul lavoro 43 minatori) e allineatisi forzatamente alle regole del libero mercato, all’outsourcing e ai contratti usa e getta. I 23 martiri di Ruda Slaska erano, così riportano le agenzie, contractors. E il sindacato ha puntato l’indice contro le compagnie carbonifere, che a forza di tagliare e limare i costi hanno finito con il mandare in miniera gente inesperta, poveri cristi bisognosi di denaro, mandati giù nel sottosuolo senza dovute protezioni e senza il necessario addestramento professionale.
Le miniere della Slesia hanno sempre sfornato carbone per l’Europa e dato lavoro. A Ruda Slaska, l’Halemba, la mitica miniera di carbone, assolve a questo compito dal 1957, anno che segna l’inizio dell’attività del complesso. Allora a guidare la Polonia c’era Wladyslaw Gomulka, il riformista che aveva sconfitto l’ala dura del partito, conquistandone la guida sullo slancio della destalinizzazione. Il diverso – almeno in una prima fase – orientamento politico di Gomulka non scardinò le priorità economiche e industriali di Varsavia e la siderurgia continuò a essere il motore trainante del sistema polacco, anche sotto il punto di vista occupazionale. La miniera offriva la sicurezza di un posto di lavoro e un salario dignitoso, garantendo una pensione sufficiente. Il crollo del Muro di Berlino ha cambiato le cose. L’ondata di liberalizzazioni e la svendita dell’industria statale hanno causato la perdita di numerosi posti di lavoro, innescando una profonda crisi.
Non solo nelle miniere, ma anche nei cantieri navali, altro fiore all’occhiello del defunto regime comunista. Si stava meglio prima? È, questa, una domanda che difficilmente trova risposte. Il punto è che l’economia di mercato ha prodotto molteplici opportunità e sdoganato lo spirito imprenditoriale dei polacchi. L’economia fa registrare un ottimo tasso di crescita (5-6 per cento), c’è dinamismo, il settore terziario cresce a dismisura e nelle grandi città polacche (Varsavia, Cracovia, Danzica, Lodz) il tenore di vita non è poi così dissimile da quello delle metropoli dell’Europa occidentale.
Ma l’economia di mercato e il liberoscambismo generano anche sacche di povertà e tagliano fuori una parte della popolazione dall’impetuoso flusso della crescita e dell’occidentalizzazione. La storia dei minatori lo dimostra. Oggi circa la metà degli stabilimenti per l’estrazione del carbone ha chiuso i battenti e solamente 120mila persone lavorano nel settore, contro le 400mila del 1989.
L’economia di mercato ha snaturato la struttura sociale dell’industria carbonifera, i minatori invadono periodicamente le piazze e le strade di Varsavia, rivendicando diritti e pensioni, periodicamente rivisti al ribasso dai vari governi di turno, che per restare agganciati all’Europa sono costretti a tagliuzzare qua e là. La miniera resta comunque una vocazione, come spiega religiosamente Andrzej, 25 anni nel sottosuolo a trivellare. «L’Halemba è la mia vita, fare il minatore significa rispondere a una chiamata».