«Nei cantieri non si vive»

Cantieri bloccati ieri in tutto lo stivale. Migliaia di lavoratori edili hanno aderito allo sciopero di otto ore proclamato dai sindacati di categoria e sono scesi in piazza per chiedere il rinnovo del contratto e dire no al «sogno delle imprese» di una ulteriore destrutturazione del settore. Ottomila a Roma, quattromila a Bergamo e cinquemila a Venezia, secondo le stime dei sindacati, più diversi presidi in varie province. Elmetti rossi, bandiere e tre parole d’ordine, «regolarità, legalità e sicurezza nei cantieri». Mentre – tragica coincidenza – le agenzie di stampa battevano la notizia di due infortuni mortali: un operaio di trent’anni, morto mentre lavorava per il ripristino di un canale di scolo nella provincia di Sassari e uno di ventotto anni, investito da una barra in un cantiere di Albenga. Nessuna fatalità, sia chiaro. I cantieri sono «luoghi usuranti», pericolosi, ma quando i lavoratori chiedono più sicurezza lo fanno perché «più sicurezza potrebbe esserci». Per questo, dicono, la proposta dell’Ance è «inaccettabile». Filca Cisl, Feneal Uil e Fillea Cgil chiedono un aumento medio di 81 euro per il recupero dell’inflazione, più 79 euro per la contrattazione decentrata, la cui soglia nell’edilizia viene contrattata a livello nazionale. «Aumenti compatibili con l’andamento di un settore che negli ultimi sei anni ha macinato numeri record di crescita» sottolinea Domenico Pesenti, segretario generale Filca Cisl. I costruttori mettono invece sul piatto questioni normative, a voler lasciare intendere che se si apre lì, si potrebbe aprire di conseguenza sulla parte salariale. Ma non si tratta di poco. L’Ance vorrebbe cancellare la responsabilità in solido, all’interno del cantiere, dell’impresa-madre nei confronti dei subappaltanti, e ottenere l’iscrizione dei lavoratori in trasferta alla Cassa edile del paese di provenienza. In parole povere, allentare ulteriormente le già fragili maglie della catena del controllo nei cantieri.

I lavoratori però non ci stanno. E ieri, con una adesione allo sciopero che Franco Martini, segretario generale della Fillea Cgil definisce «più che positiva» (oltre l’80%), lo hanno detto chiaro e tondo. Loro che, raccontano, ne vedono di tutti i colori ogni giorno, che in busta paga prendono 1200 euro al mese, con i corpi consumati dalle intemperie, mentre ti dicono che «l’edilizia è un gran lavorare, perché costruisci case ponti dighe e strade». Le Grandi opere appunto, dietro alla cui retorica si nascondono voragini di lavoro nero (che tocca punte del 40%), catene infinite di subappalti, e anche caporalato.

«E’ più difficile aprire un bar che un’impresa edile», dicono in molti. Centocinquanta euro per iscriversi alla Camera di commercio e «l’impresa è fatta». Martini della Fillea snocciola un dato significativo: sono 650 mila le imprese iscritte alla Camera di commercio per un totale di 1 milione e 900 mila lavoratori complessivi (mentre quelli interessati dal contratto sono 1 milione e 200 mila). E infatti il settore, nell’ultimo decennio, ha cambiato faccia. L’evasione si espande a macchia d’olio, nei cantieri arrivi a trovare decine di lavoratori tutti di imprese differenti. Rizzi – un Cipputi dell’edilizia – lavora per un’importante cooperativa milanese: cento lavoratori e tanti appalti importanti, dalla Scala al palazzo Reale fino ad Asl e scuole. Dopo trent’anni di lavoro alle spalle non ha peli sulla lingua e spiega il meccanismo: la cooperativa, i cui lavoratori sono tutti in regola, concorre con il suo nome e ottiene l’appalto. Poi, per eseguire il lavoro, partono i subappalti. A chi? «A chiunque… e dire che per gli enti pubblici c’è l’obbligo di iscrizione alla Cassa edile». Un’indagine della Fillea di Lecco fotografa un fenomeno in crescita: l’apertura di partite Iva da parte di lavoratori immigrati dall’Est Europa. Aperture sponsorizzate dalle imprese che poi a disposizione hanno un lavoro a tutti gli effetti subordinato ma senza i lacci del contratto, e soprattutto ricattabilissimo.

Il sistema dei controlli con il taglio delle risorse è stato smantellato di fatto. Lo denunciano gli stessi ispettori, sotto organico e spesso costretti a servirsi di mezzi di propri. Secondo una stima della Fillea, oggi un’impresa rischia un controllo ogni sette anni. Paradossale: conviene di più correre il rischio o anche pagare una multa, piuttosto che mettersi in regola.