Negli Usa concordano: per i giovani l’epoca peggiore

Le paghe della nuova generazione sono molto più basse di quelle dei genitori alla loro età. E anche tra i giovani italiani dilaga la «moda»: «Voglio fuggire all’estero»

È un momento tremendo per essere giovani, come da sei mesi ci ricordano i ventenni francesi, nelle banlieues in autunno, negli atenei in questi giorni. Ma la difficoltà di avere vent’anni oggi non è confinata alla Francia: basta un micro-sondaggio tra i nostri ragazzi per scoprire che quasi tutti vogliono scappare dall’Italia, nell’illusione che altrove vi sia futuro. E i nostri ragazzi, non sono i soli ad illudersi che in altri paesi, in altri continenti il domani sia meno minaccioso. È convinzione diffusa che quest’ostilità verso i giovani sia una caratteristica dell’Europa, del vecchio continente appunto, e che gli Stati uniti siano più ospitali, e più promettenti per i giovani. Un’illusione spazzata via dalle statistiche e da un libro appena pubblicato, Generation Debt (Riverhead Press), scritto dalla 24-enne Anya Kamenetz, che ha come sottotitolo proprio «Perché ora è un momento terribile per essere giovani» (per la giovane autrice, columnist assai carina del Village Voice, il momento non sembra poi così tremendo).

E le statistiche Usa sono spietate: ci dicono che plumbeo non è solo l’avvenire, ma anche il presente stesso. Secondo il Bureau of the Census (l’Istat statunitense), tra il 1970 e il 1997 i salari maschili reali (cioè depurati dall’inflazione) sono scesi del 19% per chi ha meno di 35 anni; sono diminuiti del 10,6% per i 35-44enni; sono cresciuti del 5,6 % per i 45-54enni; e sono cresciuti del 4,7 % per i 55-64-enni. Insomma, nel 1997 i lavoratori giovani guadagnavano solo l’80% di quel che alla stessa età erano pagati i loro genitori. Perfino la piena età matura, quella tra i 35 e i 44 anni, ha visto calare in modo assai brusco il proprio reddito (-11%). Sono rimasti a galla solo i più anziani: tenendo conto degli interessi composti, il ritmo di crescita annuo del loro salario reale è stato di un po’ meno dello 0,1% l’anno. Meno dell’un per mille l’anno! E anche se non si hanno serie complete, si sa che tra il 2001 e il 2004, il reddito mediano è sceso dell’8% per i capofamiglia sotto i 35 anni e del 9% per quelli sotto i 45 anni.

Quanto a retribuzioni, i giovani americani di oggi stanno perciò assai peggio dei loro genitori e non potranno mai sperare di riacchiapparli. Sta in queste nude cifre la crisi dell’ideologia del progresso. L’unico modo che hanno le famiglie per tenersi a galla è di lavorare di più e lavorare in due. È solo il lavoro delle donne che permette alle giovani famiglie di non andare fallite. Al crollo del salario lordo si aggiunge la quasi scomparsa dei contributi previdenziali e pensionistici. Ormai sono pochissimi i datori di lavoro che negli Stati uniti assicurano copertura sanitaria e pensione ai dipendenti. Il modello delle «relazioni industriali» è quello di Walmart che licenzia chiunque abbia accumulato il diritto alla mutua e a un contratto stabile.

Come e più di altrove, negli Usa le famiglie cercano una salvezza per i figli nell’università che sola sembra poter garantire loro un futuro decente (anche in Francia il primo ministro Dominique De Villepin ha detto che il contratto di primo impiego, contro cui sono insorti gli atenei, non riguarda gli studenti, ma «solo i poveri» giovani delle banlieues). Però le università costano sempre di più e i ragazzi devono chiedere mutui per pagare le spese ormai astronomiche d’iscrizione. Ogni anno, scrive Kamenetz, vengono accesi negli Usa nuovi mutui di studio per 85 miliardi di dollari (circa 150 mila miliardi delle vecchie lire) che poi resteranno sul groppone per quasi tutta la vita lavorativa, per chi un lavoro avrà la fortuna di trovarlo.