Nazisti a Salisburgo, il passato non muore mai

Il passato non si cancella, può sempre riemergere, quando c’è una distanza ravvicinata con la croce uncinata versione nazi. Lo scrittore Gunther Grass ha appena riaperto la ferita, personale e collettiva, su un proprio trascorso con le Ss che il più blasonato Festival di musica cosiddetta classica, quello di Salisburgo, deve confrontarsi con le proprie ombre. Volente o nolente: il film The Salzburg Festival: A Short History («Il festival di Salisburgo: una breve storia) è un documentario costellato da interviste e spezzoni d’archivio, musicali e non, sulla storia della manifestazione, il dvd è già in vendita su internet e il filmato viene proiettato alla rassegna in corso fino al 31 agosto. Lo ha girato e montato il regista britannico Tony Palmer (già autore di documentari su Jimi Hendrix, Maria Callas e Wagner) il quale riserva mezz’ora dei 195 minuti complessivi a quei rapporti poco onorevoli tra la manifestazione il nazismo. È utile sapere chi ha promosso il film: non il festival ufficiale bensì gli American Friends della rassegna con sede nella cittadina natale di Mozart. E se il festival di norma va a nozze con le polemiche, stavolta – non sarà un caso – cerca di tenere il profilo basso.
Ai giornali viennesi la presidentessa del festival Helga Rabl-Stadler si è pronunciata così: non vanno oscurati i tempi oscuri, ma nemmeno si può «mentire con le immagini»: si riferisce a quando si vede il direttore Furtwängler – che per la carriera intrattenne rapporti amichevoli con la croce uncinata – stringere le mani al ministro della propaganda Goebbels dopo aver diretto, a Berlino e non a Salisburgo, una Nona di Beethoven tra bandiere nazi. Invece fu lì, tra le Alpi, che il direttore d’orchestra Clemens Kraus invitò un ufficiale nazi a prendere il posto sul podio davanti alla filarmonica di Vienna: il New York Times definisce la sequenza raggelante. E lo storico Michael Steinberg ricorda al regista che il direttore, re e poi despota indiscusso della rassegna dal 1957 alla morte nell’89, Herbert von Karajan, non aderì al nazismo una volta, bensì due, e la prima avvenne quando iscriversi al partito nazionalsocialista era illegale in Austria, in anni precedenti all’annessione. Per quanto fosse uomo contraddittorio: nel ‘42 sposò una donna di chiara origine ebrea, Anita Guetermann, e il primo allestimento salisburghese di Moses und Aron dell’ebreo Schönberg avvenne durante l’era Karajan. Ma, ancora: per il regista il conservatorismo nei programmi salisburghesi del dopoguerra era venato di cultura antisemita e un lascito degli anni bellici. D’altronde davanti alla cinepresa è la presidentessa a ricordare che la fondazione di Salisburgo è legata a un passato di città antisemita e «oggi c’è in giro gente che vorrebbe che i nazisti fossero ancora qui». A sua volta Palmer ricorda come la manifestazione musicale decollata il 22 agosto 1920 sia stata ideata dall’impresario teatrale Max Reinhardt e dal poeta, drammaturgo e librettista Hugo von Hofmannstahl cui si unì, insieme ad altri due artisti, Richard Strauss; come la prima rappresentazione del festival fu il dramma allegorico Jedermann («Ogni uomo») di von Hosmannstahl, poi bandito dai nazionalsocialisti; come Toscanini continuò a dirigervi fino al ‘38 mentre dal ‘33 disertava la nazificata Bayreuth perché lì i musicisti ebrei non potevano suonarci. Poi il 97% degli austriaci aderì all’annessione, il 12 marzo del ‘38 a Salisburgo sventolarono i vessilli intorno ai nazionalsocialisti marcianti in città, Toscanini non ci tornò fino al dopoguerra. E oggi, davanti alla telecamera, piovono difese, storicamente da valutare, su artisti macchiati dall’ombra cupa della connivenza. Il figlio del direttore gratificato da concerti in era nazi Karl Böhm, Karlheinz, racconta a Palmer che suo padre fu avvertito: se provava ad andarsene avrebbero spedito la sua famiglia in un campo di detenzione. E la vedova di Furtwängler difende il marito così: dentro di sé era terrorizzato dai nazisti, salvò i filarmonici di Vienna avvertendo Hitler in persona che se gli orchestrali venivano arruolati a forza lui se ne sarebbe andato.
Difese, autodifese, pagine cupe del genere umano e di una storia bimillenaria che, nel film, prova provvisoriamente a conciliare il presidente della Repubblica d’Austria rammentando che la data di nascita di Mozart e della liberazione di Auschwitz coincidono: il 27 gennaio.