Nazioni disunite, l’Onu chiede aiuto

Una semplice domanda: che cosa fa un casco blu dell’Onu quando vede «piccoli gruppi armati o di trafficanti d’armi» al confine tra Israele e il Libano? Il dilemma da giorni tormenta i diplomatici del Palazzo di Vetro, nell’attesa di dare avvio all’applicazione della risoluzione 1701 del consiglio di sicurezza che prevede il dispiegamento di una forza di peacekeeper delle Nazioni unite, a sostegno dell’esercito libanese, mentre Israele si ritira progressivamente dai territori occupati.
Risposta dell’Italia: che domanda, leggete la risoluzione. La missione, ha dichiarato ieri, Piero Fassino «è chiara», chiare sono anche «le regole d’ingaggio, individuate nel paragrafo 12 della risoluzione». Del resto la camera ha già approvato il dispiegamento di 3000 soldati e si sarebbe perfino offerta ad assumere o condividere il comando della forza multinazionale, mentre viene orgogliosamente salutato l’avvio di una nuova fase di «responsabilità e credibilità» nella politica estera del paese.
Risposta della Francia: bella domanda, già, cosa fa? L’esercizio ermeneutico sul paragrafo 12 della risoluzione 1701 che all’Italia risulta tanto facile sembra costituire il nodo dei dubbi francesi: cosa significa esattamente che l’Unifil «è autorizzata a intraprendere ogni azione necessaria» per fermare le ostilità nelle sue aree di operazione? Il ministro della difesa francese Michele Alliot-Marie ha ben riassunto il punto della questione: «Non puoi mandare la gente lì e dirgli: guarda in giro cosa succede ma non hai il diritto di difenderti o di sparare». Aggiungendo: «Vorrei ricordarvi dell’esperienza dolorosa delle operazioni in cui le forze Onu non avevano un mandato sufficientemente preciso. La Francia ha perso 84 soldati in una missione caotica in Bosnia all’inizio degli anni novanta, mentre 58 caschi blu francesi sono morti in un bombardamento aereo a Beirut nel 1983». Perciò, dopo una prima fase di entusiastica collaborazione per l’approvazione della risoluzione Onu e dopo aver promesso di farsi carico della guida della missione internazionale in Libano, Parigi ha deluso tutti annunciando di contribuire con solo 200 soldati all’estensione della già presente missione Onu ad interim in Libano. Una cifra ben lontana dalle 2.000-5.000 unità attese, che del resto ha indotto anche il presidente degli Stati uniti George Bush a invocare un contributo francese più sostanziale: «Stiamo lavorando con la Francia, la Francia è un amico, la Francia è un alleato, speriamo che la Francia invii più truppe». Eppure non sono bastati gli elogi del fu-nemico della vecchia Europa a smuovere l’Eliseo. Per ora la Francia si tiene i suoi 200 militari, mentre promette che le già dispiegate 1.700 unità sul confine libanese potranno eventualmente sostenere i caschi blu, ma con in testa un berretto frigio (cioé sotto comando francese, non Onu).
Risposta della Germania: la domanda non ci riguarda, almeno non direttamente. Dopo un lungo dibattito politico interno sull’eticità di un’operazione militare tedesca, seppur di «pace», al confine con lo stato ebraico, il cancelliere Angela Merkel ha escluso l’invio di truppe combattenti. L’ambasciatore tedesco, Thomas Matussek, aveva dichiarato alla riunione del Palazzo di Vetro la disponibilità della Germania a «fornire una pattuglia abbastanza corposa lungo il confine con la Siria», ma a quanto pare si era sbilanciato o «espresso male in inglese». Riunitasi in seduta straordinaria per discutere delle affermazioni apparentemente esagerate dell’ambasciatore tedesco, la commissione esteri del Bundestag ha precisato che in realtà si tratterebbe solo di fornire assistenza umanitaria e che le unità di polizia si limiteranno a compiti di assistenza e di formazione al confine tra Libano e Siria.
Risposta di Israele: la domanda è prematura. Tel Aviv che intanto ieri ha rotto la tregua bombardando un’area apparentemente disabitata nella valle della Beka, ha dichiarato che va prima discussa la composizione della forza di pace. Poiché sarebbe «difficile, se non impossibile» accettare paesi che non riconoscono Israele, come l’Indonesia e la Malaysia.
Risposta dell’Onu, per bocca del suo vice-segretario generale Mark Malloch Brown, che ieri ha fatto circolare le regole di ingaggio delle truppe: se i piccoli gruppi o le milizie armate non «disarmeranno quando confrontati con le nostre truppe, e se tenteranno di resistere, impiegheremo la forza» anche se questa «non avrà carattere offensivo», ma «contempla senza dubbio l’uso robusto della forza se necessario».
Come interpreteranno tutto ciò i caschi blu?