Nazareth, il patriarca guida la marcia degli arabi

In migliaia sono scesi in strada ieri a Nazareth per protestare contro l’attacco alla Basilica dell’Annunciazione dell’altro ieri, quando un israeliano ebreo che ha lanciato alcuni petardi e provocato minuti di panico nella chiesa. Con un corteo partito dal municipio della città della Galilea i manifestanti hanno chiesto a gran voce che lo Stato d’Israele intervenga per porre fine alle aggressioni che avvengono a danno della minoranza araba. Rames Jaraisi, il sindaco, camminando dietro uno striscione «Musulmani e Cristiani insieme», ha spiegato che gli arabi israeliani hanno manifestato «la loro rabbia per questo atto criminale di razzismo». La polizia, che si è tenuta a distanza, era presente con centinaia di uomini. Venerdì, dopo la provocazione nella Basilica dell’Annunciazione, sono esplosi gravi scontri che hanno causato 26 feriti. In testa al corteo di ieri c’era il Patriarca cattolico di Gerusalemme, Michel Sabah. Nel corso della giornata ha raggiunto Nazareth anche il leader del partito Meretz (sinistra), Yossi Beilin, che ha espresso solidarietà alla popolazione locale e alla comunità araba cristiana. Le autorità israeliane hanno invece chiuso il caso definendo «malato di mente» l’assalitore, Haim Eliyashu Habibi, 44 anni, entrato nella chiesa insieme alla moglie e alla figlia. Questa ultima ha detto alla polizia che il padre si trova in difficoltà economiche e che questa condizione lo ha spinto a compiere il gesto. Una spiegazione che non ha soddisfatto i leader politici arabi israeliani e neppure agli esponenti della Chiesa locale.

Monsignor Marcuzzo, il vescovo di Nazareth, ha chiesto una maggiore protezione per i palestinesi cristiani. «Ciò che è accaduto – ha detto – ci ha convinto a chiedere la protezione della legge. Vogliamo essere tutelati, non è possibile che avvengano queste cose». Più duri i commenti dei deputati arabi della Knesset. «Vorrei che le autorità ci spiegassero come mai un ebreo che perde la ragione e che afferma di subire una ingiustizia economica da parte dello Stato, decide di attaccare proprio un sito religioso degli arabi», ha chiesto ironicamente Ahmed Tibi (Taal). Il leader del partito comunista (Hadash), Mohammed Barakeh, da parte sua ha affermato che gli attacchi compiuti da cittadini ebrei contro siti religiosi islamici e cristiani «sono il frutto di una cultura di avversione nei confronti degli arabi». A differenza dei rappresentanti cristiani locali, alcuni esponenti italiani della Chiesa cattolica, si sono affannati a minimizzare l’accaduto. «Non c’è prova che questo attacco sia stato mosso da sentimento anti-cristiano», ha detto, ad esempio, Pierbattista Pizzaballla, Custode francescano di Terra Santa. AsiaNews, l’agenzia del Pontificio Istituto Missioni Estere, si è mostrata più preoccupata per gli scontri avvenuti fuori dalla Basilica della Annunciazione e, rivoltando l’intera vicenda, ha puntato l’indice contro i manifestanti «non cristiani», ovvero i musulmani. «Nessun cristiano credente e praticante si sarebbe mai comportato così», ha scritto a proposito degli incidenti e ha preso le distanze da quella che ha definito «l’esagerazione di alcune dichiarazioni di uomini politici e militanti palestinesi, spesso decisamente non-cristiani, che si avvalgono di una bizzarra tragedia di famiglia per colpire ancora una volta Israele».

Intanto l’ipotesi di un’alleanza di governo con Hamas era ieri sera all’esame del Consiglio rivoluzionario di Al Fatah, il partito del presidente Abu Mazen, sconfitto alle elezioni politiche del 25 gennaio, che hanno visto il trionfo del movimento islamico. Il dibattito in queste ultimi giorni si è fatto acceso, tra sostenitori e oppositori della partecipazione all’esecutivo del premier incaricato Ismail Haniyeh. La nuova generazione del partito è schierata in maggioranza contro una collaborazione con il movimento islamico e considera il ruolo di forza di opposizione il più idoneo a favorire il rinnovamento e la rinascita di Al-Fatah. Diversi esponenti della vecchia guardia invece non sono contrari a entrare nel governo se Hamas darà garanzie per il rispetto degli accordi raggiunti in passato dall’Anp con Israele e accetterà la via del negoziato.