Mussolini nel 1940 come oggi a Kabul: “Mille morti per sedere tra i grandi”

«Qualche mese fa, dissi che gli alleati avevano perso la vittoria, oggi ti dico che hanno perso la guerra. Noi italiani siamo già abbastanza disonorati. Ogni ritardo è inconcepibile: non abbiamo più tempo da perdere. Entro il mese dichiaro la guerra. Attaccherò Francia e Inghilterra in aria e in mare».
E’ il 13 maggio del 1940, queste – riportate nei diari di Galeazzo Ciano, ministro degli esteri fascista – sono le parole di Mussolini a meno di un mese dalla sciagurata entrata in guerra dell’Italia nel secondo conflitto mondiale. «Ha deciso di agire e agirà», annota Ciano quel fervore ineluttabile che aleggia nelle parole del Duce, stretto tra meschini calcoli pragmatici e sogni di gloria. La stessa miscela di cinismo e velleità nazionalistiche di rilanciare l’Italia nel novero delle grandi potenze sembra, purtroppo, tornare tristemente d’attualità. La decisione di partecipare al conflitto in Afghanistan riecheggia la medesima, pericolosa assenza di un’analisi puntuale della realtà. Come nel ’40 una politica cieca della classe dirigente, sostenuta da una propaganda a tamburo battente, promette di trascinare la nazione in una guerra inutile, lunga e sanguinosa.
Fu, infatti, tutt’altro che aureo il destino nel quale il fascismo precipitò il paese, nonostante le riserve di taluni dei collaboratori più stretti di Mussolini, le velate resistenze dello Stato maggiore – che denunciava l’impreparazione dell’esercito italiano – e le ancor più tenui perplessità della Corona. Non si tratta soltanto di fare deboli analogie tornando con la memoria a quel periodo. Significa, invece, cogliere i medesimi limiti storici e politici di una classe dirigente, oggi come ieri. E’ il 1940, appunto. Le forze armate italiane ristagnano, quanto ad armamenti e tecnica, allo stesso livello della Prima guerra mondiale. Mancano quasi del tutto i carri armati, gli aeroplani ammontano a poco più di un migliaio. Sotto il bellicismo parolaio del Duce si nasconde, in realtà, una situazione disastrata. «Si fa un’inflazione di nomi – confessa ancora Ciano nelle pagine del suo diario – si moltiplica il numero delle divisioni, ma in realtà queste sono così esigue da aver poco più della forza di un reggimento. I magazzini sono sprovvisti. Le artiglierie sono vecchie. Le armi antiaeree ed anticarro mancano del tutto. Si è fatto molto bluff, nel settore militare, e si è ingannato lo stesso Duce: ma è un bluff tragico.
Non parliamo dell’aviazione. Valle denuncia 3006 apparecchi efficienti mentre i servizi informazione della Marina dicono che questi sono soltanto 982. Un grosso scarto!». E se, da un lato, Ciano chiama in gioco l’inganno a parziale discolpa di Mussolini, dall’altro, non esita a dire che il Duce preferisce concentrarsi «in questioni di forma: succede l’ira di Dio se il present’arm è fatto male o se un ufficiale non sa alzare la gamba nel passo romano… Teme forse a tal punto la verità da non volerla ascoltare?».
Ma l’impreparazione militare è, a sua volta, solo uno degli effetti di una crisi economica e finanziaria disastrosa, tanto che il ministro degli Scambi e valute, Guarneri, presenta a Mussolini un memoriale con un quadro allarmante. Entro pochi mesi il dissesto delle casse avrebbe portato l’Italia «ad uno stato d’insolvenza nei confronti dell’estero, con immancabili conseguenze nei rapporti politici internazionali e nell’ordine economico e sociale interno». E, traendo le logiche conseguenze da simili premesse, insiste sulla necessità di una «tranquillità duratura nell’ordine internazionale».
Ma Mussolini non desiste. Del resto, a rivelarsi nella piena luce, qui, è la logica interna del fascismo, l’interpretazione del nazionalismo come valvola di sfogo dei conflitti sociali e in chiave imperialistica, aggressiva, fanatica. Da quel momento l’idea di patria si lega indissolubilmente – come era accaduto per la guerra colonialista in Etiopia – a una pratica di sopraffazione e conquista, o più semplicemente a previsioni di vantaggi immediati – puntualmente smentiti, così succede per esempio per l’improvvisazione con cui Mussolini nel giugno del 1940 decide di entrare in guerra. Si direbbe una messa in scena comica data la sproporzione tra sogni di gloria e mezzi in campo, se non fosse che la politica fascista partorirà una delle più grandi tragedie della storia italiana del ’900. Alla fine di maggio Mussolini assume personalmente l’alto comando delle forze armate nonostante le riserve di carattere costituzionale del re e quelle di carattere militare di Badoglio. Non viene chiesto il parere al Gran Consiglio che non si riunirà fino al 1943, né è consultato il Consiglio dei ministri. La decisione di entrare in guerra è comunicata all’esercito con appena due settimane di anticipo. Mussolini ha fretta di intervenire convinto che il conflitto durerà poco e che in breve tempo l’esercito nazista sbaraglierà qualsiasi ostacolo. Dal fronte arrivano le notizie della resa del Belgio, della ritirata dalle spiagge di Dunkerque delle truppe inglesi e dell’aggiramento lampo della linea difensiva francese. Alle perplessità di Badoglio – «è un suicidio», dice – Mussolini risponde che si tratta solo di prepararsi a una guerra difensiva. «Secondo questo dittatore scioccamente presuntuoso – afferma Denis Mack Smith nella Storia d’Italia dal 1861 al 1969 – la guerra sarebbe finita a settembre ed egli aveva solo bisogno di alcune poche migliaia di morti allo scopo di conquistarsi il diritto di sedere al tavolo della pace in veste di belligerante. Non gli era venuto in mente che l’Inghilterra avrebbe potuto continuare a cmbattere. Egli entrava nel conflitto per partecipare ai frutti della vittoria e non per combattere». Il 10 giugno il paese ascolta attonito la dichiarazione di guerra – nelle case dalla radio, nelle piazze dagli altoparlanti, tra la folla dalla viva voce del Duce al balcone di palazzo Venezia. E’ un miscuglio di sensazioni, retorica e propaganda non riescono ad annullare del tutto i dubbi, le perplessità, i timori a malapena confessati. E, puntualmente, la storia presenta subito il conto al regime, al paese e a un intero popolo trascinato nel nazionalismo guerrafondaio, in una miscela di farsa e tragedia. Il giorno stesso dell’annuncio due aerei francesi sorvolano la capitale. Scatta la contraerea, le batterie esplodono i colpi nel tentativo di abbattere i velivoli. Ma, beffa della sorte, i proiettili non hanno spinta sufficiente, si innalzano debolmente nel cielo, tracciano una parabola e ricadono indolenti sulla città. L’avvenimento stimola naturalmente la vena ironica, i commenti sarcastici del popolo di Roma. Ma è anche il segnale dell’incrinarsi della propaganda di regime e del distacco che inizia a separare la società italiana dal fascismo. L’attacco alle frontiere alpine produce effetti disastrosi: i francesi non solo resistono all’offensiva scompaginata e male organizzata dell’esercito nostrano, ma passano al contrattacco e penetrano in territorio italiano. Sulle macerie che lascerà dietro di sé il nazionalismo becero e aggressivo della dittatura sorgerà un patriottismo nuovo, moderno, popolare, legato alle idee di giustizia e libertà. E si preparano anche quei soggetti sociali destinati a dare alla futura storia d’Italia un contributo di sangue, di lotta e di impegno. Sono i lavoratori, è la classe operaia, che comincia a dare i primi segni di sé, pur in una situazione di assenza di lotte, quando i comportamenti collettivi sono semplice risposta alle difficoltà di vivere, senza orizzonte politico e consapevolezza di classe. Per questo bisognerà attendere i grandi scioperi del marzo ’43 e del marzo ’44.