Mussolini, la resa mancata e il processo impossibile

«Un processo tipo quello di Norimberga a Mussolini? Non capisco il senso storiografico di questa domanda. Né della polemica che ne è sorta, dopo le dichiarazioni di D’Alema a Vespa. È una questione fuorviante. Che nasce dall’errore di voler giudicare i fatti di ieri con gli occhi dioggi. Probabilmente nell’impostazione di D’Alema vi sono delle implicazioni politiche che mi sfuggono». Sulla possibile «controstoria» di un processo al Duce nel 1945, è giudizio severo quello di Mirco Dondi, 42 annni, docente di storia contemporanea a Bologna. Dondi è uno dei massimi esperti del rapporto tra «giustizia e violenza nel dopoguerra italiano» (sottotitolo di La lunga liberazione, Editori Riuniti, 1999). E ha analizzato come nessun altro le dinamiche e i numeri delle rese di conti coi fascisti dopo il 25 aprile. Con uno spoglio serio ed accurato, ricavato dall’incrocio tra dati diversi. Quelli delle Prefetture e quelli dei registri di stato civile nelle province del centro-nord, aggiornati all’ottobre 1946. Per giungere alfine a numeri ben più realistici di quelli forniti da Giampaolo Pansa nel Sangue dei vinti: 9911 (contro i quasi 20mila di Pansa). E tuttavia lo scavo di Dondi, studioso della Resistenza tra unità e conflitto (Bruno Mondadori, 2004) va al di là dei computi. Va al cuore del biennio 1943-45. Delle sue tragedie e del suo clima esistenziale, senza enfasi celebrative e proprio come esortava a fare l’ultimo De Felice, benché con le tesi di De Felice Dondi polemizzi. Ecco perché lo abbiamo scelto per aiutarci a capire come e perché si giunse all’esecuzione di Mussolini. Sentiamo.
Dondi, davvero l’esecuzione di Mussolini fu unerrore, mentre un processo sarebbe stato più giusto è utile?
«Partirei da lontano. C’era il fermo proposito da parte del movimento partigiano di catturare Mussolini, e il desiderio di fucilarlo. Nessuno si pose mai il problema di giudicarlo. Da un lato si temeva che il Duce vivo potesse alimentare nostalgie e revanche. Dall’altro la Resistenza intendeva affermare se stessa, la sua autonomia con quel gesto, eliminando il capo della parte avversa, quello che aveva trascinato l’Italia nella tragedia».
Quale il crisma di legalità dell’esecuzione, sulla quale peraltro convenne tutto il Cln Alta Italia?
«Non tutto è chiaro, anche rivedendo la documentazione del Cln Alta Italia. Qualcuno insinuò che Longo aveva forzato la mano agli altri, il che è anche possibile…».
E tuttavia Leo Valiani rivelò che era stato lui stesso a concordare la decisione con gli altri per telefono…
«Sì, furono tutti d’accordo in definitiva, nell’affidare la missione a Walter Audisio. E nessuno si dissociò mai dalla decisione comune con accuse di scavalcamenti. Nel Comitato c’erano Valiani, Longo, Pertini, Arpesani del partito liberale. Con Cadorna a sua volta comandante del Cvl, e Parri e Longo vicecomandanti. Il massimo dell’unità operativa ciellenista al nord. Mi pare perciò che le dichiarazioni di D’Alema siano fuori contesto e non tengano conto del clima e delle effettive possibilità in quella situazione. Il problema della Norimberga italiana si pone semmai su un altro versante. Quello della punizione dei crimini italiani di guerra. Che non vi fu. I nostri alti ufficiali, Graziani, Roatta, Ambrosio, non furono mai puniti per le colpe delle occupazioni militari italiane».
Impossibile dunque un parallelo giudiziario tra Germania e Italia?
«Sì, e dobbiamo fare una distinzione molto netta. In Italia c’è un movimento di Resistenza desideroso di autoaffermazione etico-politica e di indipendenza. In Germania no. I tedeschi furono occupati e basta, senza alcun movimento dal basso. Furono gli Alleati a imporre Norimberga in Germania, mentre in Italia essi concessero una certa autonomia alla Resistenza. Che sfruttò quello spazio. E concorse all’instaurazione della nuova legalità nazionale. Da noi vi furono i processi nelle Corti straordinarie di Assise. Ma fu inevitabile che, ancora nel fuoco della lotta, condotta in prima persona, vi fossero delle esecuzioni eccellenti extragiudiziarie, da quelle dei gerarchi a Mussolini».
Nell’insieme prevalse la clemenza, con l’amnistia e la liberazione di 35mila fascisti, alcuni dei quali non rinunciarono alla violenza…
«Non c’è paragone, se confrontiamo l’Italia al dopo guerra civile in Spagna. Lì dal 1939 al 1945 furono eliminati 190mila antifranchisti! In Italia, secondo le mie stime, circa 9900 fascisti. C’è una bella differenza. Aggiungo che oltre al desiderio di vendetta, in Italia ci fu una grande spinta verso la legalità. E paradossalmente anche l’esecuzione di Mussolini andò in quel senso. Servì a frenare la violenza, a mettere un suggello. Persino Piazzale Loreto sta a significare che il Cln era in grado di fare giustizia da sé. Evitando che i cittadini si facessero giustizia privata».
Nondimeno il ludibrio e l’esposizione dei cadaveri fu atroce. Parri parlò di «macelleria messicana». Non poteva essere evitato tutto questo, inclusa l’uccisione della Petacci?
«Sì, la Petacci doveva essere risparmiata. Quanto all’esposizione dei cadaveri in Piazzale Loreto, fu un contrappasso simbolico in un generale clima di imbarbarimento. E proprio nel luogo dove erano stati esposti a lungo dai nazifascisti i cadaveri di 15 prigionieri politici. Cadorna racconta che nel tentativo di sospendere l’ostensione a Piazzale Loreto, fu bloccato dalla popolazione inferocita. E in quel momento si rese conto che quella barbara esposizione era un prezzo da pagare, per calmare gli animi. Una sorta di catarsi tragica. Inoltre la gente, se non avesse visto i corpi, avrebbe potuto non credere alla morte di Mussolini. La situazione era ancora fuori controllo. I fascisti non s’erano affatto arresi tutti. E i cadaveri furono issati anche per sottrarli allo scempio».
Torniamo al «processo». Mussolini andò in Prefettura il 25 aprile. Non trattò la resa col Cln, ma la fuga. Se si fosse arreso ci sarebbe stato quel processo?
«Siamo alla storia con i “se”. Di fatto non si arrese, e trattò una via di fuga. Cercando inutilmente un salvacondotto. Certo se si fosse arreso, riconoscendo la Resistenza, forse un processo ci sarebbe stato, magari rapido. Ma fu lui stesso a scegliere la sua sorte. Rifiutando di farsi catturare, autorizzava il Cln a chiudere i conti con lui. Fu preso mentre cercava di raggiungere la Svizzera, e mentre una parte dei suoi progettava di andare in Valtellina. In realtà l’ultimo Mussolini non poteva trattare più nulla, perché non controllava neppure più i suoi, e voleva solo mettersi in salvo senza arrendersi».
Renzo De Felice ha ipotizzato che la creazione della Rsi garantì all’Italia una sorte migliore rispetto a ciò che poteva capitarle nel 1943-45. Proteggendola da un destino «polacco». È d’accordo?
«Niente affatto. Mussolini fu un fautore pienamente consenziente delle Brigate nere e della radicalizzazione saloina. Era sconfitto il Duce, ma non un fantasma della storia. E voleva vendere cara la pelle. In più credette fino alla fine alla possibilità delle armi segrete di Hitler. E quando si vide perduto, manovrò soltanto per mettersi al sicuro. Se non vi fosse stata la Rsi non avremo avuto la guerra ai civili fratricida. O meglio, avremmo avuto soltanto la guerra ai civili dei nazisti, perché quella era la loro strategia di guerra. E il paese avrebbe affrontato quella fase in condizioni di maggiore unità. Con minori lutti e divisioni all’interno della nostra comunità. Non ho dubbi. La nascita della Rsi fu una vera tragedia per gli italiani».