Mussi è costretto a dire sì e la Cosa rossa si spacca

Mussi e Pecoraro Scanio votano sì (sia pur con riserva), Bianchi e Ferrero si astengono. Risultato: al Consiglio dei ministri di ieri la Cosa rossa, sul Protocollo, si è spaccata. E considerato che non è la prima volta che questo accade – e non su questioni secondarie – sembra quasi che il suo futuro sia segnato. Eppure, quasi all’insegna dello show must go on, si va avanti, e continua pure il dibattito tra “federatori” e “acceleratori”. Ma prima c’è la spaccatura di ieri, che ripropone un copione che, da un po’ di tempo a questa parte, sembra sempre lo stesso: al momento delle decisioni, la Cosa rossa, inevitabilmente, si divide. E’ accaduto sulle pensioni a luglio, per non parlare della manifestazione del 20 ottobre, diventata ormai una sorta di tormentone. Ma lo scontro sul Protocollo sembra destinato a lasciare un segno più profondo.
Che quella di ieri fosse una giornata difficile per Mussi lo si è capito già dalla lettura dei giornali. Liberazione, annunciando che Rifondazione dopo il ko al referendum avrebbe scelto la linea dell’attacco a tutto campo, titolava: «L’asse Montezemolo-Epifani-Bonanni dice: cancellare il dissenso. E la politica…». E di spalla: «Noi non ci arrendiamo. Venite a Roma il 20». Ma neanche Epifani si è arreso e, dopo aver incassato il consenso dei lavoratori, ora vuole la vittoria politica su Fiom e Rifondazione. E, in attesa del prossimo direttivo della Cgil, dalle colonne della Stampa di ieri, ha parlato a nuora (Rifondazione) perché suocera (Fiom) intenda: «Ora non ha più senso sfilare il 20 ottobre».
E Sd? In questo quadro l’astensione di Mussi sarebbe stata l’equivalente di un attacco ai sindacati. Una posizione indigeribile per il grosso di Sd, dove in questi giorni si è vissuto un vero e proprio terremoto. Se infatti Rifondazione può scegliere di “incattivirsi” (anzi ha già scelto la sfida da sinistra ai sindacati), per Sd esecutivo e Cgil costituiscono paletti invalicabili. E infatti la notte prima del Cdm se ne è avuta una prova tangibile: nel corso di una lunghissima riunione della direzione di Sd Mussi è andato in minoranza proprio nel suo movimento. Ed è stato letteralmente costretto a passare dal no (con riserva) di qualche giorno fa al sì (con riserva) di ieri. Ma vediamo come è andata.
Il coordinatore di Sd ha ribadito durante la direzione la sua linea: privilegiare l’unità a sinistra anche a costo di astenersi sul Protocollo. Ma si è trovato di fronte a un vero e proprio fuoco di sbarramento da parte dei suoi. Tranne Salvi e qualcun altro la stragrande maggioranza dei parlamentari si è schierata contro di lui. Duri gli interventi dei big, dalla Bandoli a Crucianelli, dalla Di Salvo a Nerozzi, da Leoni alla D’Antona che non hanno gradito affatto l’appiattimento su Rifondazione degli ultimi temni. E a nulla è valsa la drammatizzazione impressa dal ministro a fine incontro: «Se è così a ottobre rimetto il mio mandato da coordinatore». Ma se avesse assunto la posizione di Rifondazione, stando agli umori di ieri, sarebbe rimasto coordinatore di un movimento assai più ristretto. O almeno privo di quei non pochi sindacalisti che in Sd militano. Viste le posizioni al Cdm, la notte sembra aver portato a Mussi consiglio (magari quello di Epifani).
Fin qui il Protocollo, e già questo non sarebbe poco. Ma è sulla prospettiva che nel parlamentino di Sd si è avuto, riferiscono i presenti, «un dibattito franco e schietto». Ovvero uno scontro duro. Che ha visto protagonisti da un lato Mussi e Salvi, fautori della federazione tra i partiti della sinistra-sinistra, e dall’altro il grosso del gruppo dirigente che invece questa prospettiva la ritiene insufficiente. Perché? Il ragionamento suona più o meno così: se si deve fare l’unità a sinistra non la si può fare a rimorchio del Prc. E la federazione presenterebbe proprio questo rischio in quanto fotografa e non modifica gli equilibri esistenti. Il che non porterebbe alcun vantaggio dal punto di vista elettorale.
Ma soprattutto non consentirebbe a Sd di uscire dalle secche politiche in cui si trova e di intraprendere con Rifondazione un percorso davvero unitario. Anche perché, dicono in Sd, Giordano da quando ha perso le amministrative ha cominciato a pensare soprattutto al suo partito e ha radicalizzato lo scontro. E Mussi lo ha seguito. Al contrario, dicono gli “acceleratori”, Giordano andrebbe incalzato e non assecondato. E per farlo si dovrebbe, appunto, accelerare non sulla federazione ma su una costituente vera e propria, con l’obiettivo di un nuovo soggetto politico, che abbia anche un nuovo nome e un nuovo simbolo. E la parola d’ordine è «ognuno deve uscire dalle proprie trincee». Quindi Sd promette di andare avanti, anche dopo la spaccatura di ieri. Ma, mentre prosegue il dibattito sul “come”. il dove andare, ad oggi, sembra assai più incerto.