Musei, rischio chiusura

In quattro anni un taglio del 62% e le Soprintendenze ora rischiano il collasso. Le risorse per il funzionamento di musei, siti archeologici, archivi e biblioteche si sono talmente assottigliate per effetto dei giri di vite imposti dalla diverse Finanziarie, che ora si contano i fogli per le fotocopie, si pone attenzione
ai consumi di energia elettrica, si è parsimoniosi con il telefono. Perché di soldi per pagare le boliette non ce ne sono. E se si va avanti di questo passo, si dovranno chiudere i monumenti.
Una situazione di disagio che ha provocato lo stato di agitazione in diverse Soprintendenze, a iniziare da quelle pugliesi. La protesta sta, però, risalendo la Penisola e ha fmora contagiato Massa Carrara, Bologna e Milano. A provocare il malcontento è stata la scoperta, da parte dei funzionari delie Soprintendenze, che nel calderone dei tagli sono finiti anche i soldi per le ispezioni sul territorio. Niente risorse, niente missioni, zero controlli.
Ma la gravità della situazione va ben al di là della decurtazione degli stipendi. E in gioco la tenuta stessa della gestione del patrimonio culturale. Ad affermarlo è lo stesso ministero. Una relazione del Dipartimento per i beni culturali e il paesaggio che verrà presentata domani al Consiglio superiore per i beni culturali espone – cifre alla mano – l’entità delle riduzioni. Le Soprintendenze avevano chiesto 21,5 milioni per le spese d’ufficio e ne hanno ricevuti 7; 19,4 erano quelli necessari per le missioni, le promozioni, le mostre e i convegni e ne sono stati stanziati 5,3; per pagare luce, acqua e telefono occorrevano 2,2 milioni, sono arrivati 711mila euro. E si tratta solo dei capitoli di spesa più importanti.
Cifre ben lontane da quelie stanziate nel 2003, rispetto alle quali il taglio è stato di oltre il 60 per cento. Da allora mai il contenimento era iniziato prima – è stata una progressiva corsa al risparmio. Con un allungo bruciante nell’ultimo anno: tra il 2005 e il 2006 la riduzione delle risorse ha toccato il 44 per cento.
Non ci sono molte vie d’uscita. Ormai si è raschiato il fondo del barile e comprimere ulteriormente la spesa – è lo stesso Dipartimento a dido – non appare possibile. A meno di non provocare disagi «agli utenti, agli operatori economici, nonché danni ali’immagine stessa del Paese per la particolare rilevanza che il patrimonio culturale italiano riveste a livelio internazionale» .
La paralisi è a un passo, perché si è andati ben oltre la lotta agli sprechi. «Si rischia – si legge sempre nella relazione – di dover chiudere musei e zone archeologiche per problemi connessi ali’impossibilità di pagare le spese per le pulizie e le bollette telefoniche o deli’ elettricità. Tutto ciò mentre si chiede all’amministrazione di prolungare gli orari di apertura dei musei, delle zone archeologi che e dei compendi monumentali».
I sindacati sono sul piede di guerra. Considerato anche il taglio di 87 milioni al Fondo unico per lo spettacolo, «tra i primi impegni che il nuovo Parlamento dovrà assumere – ha commentato Gianfranco Cerasoli, della Uil nazionale – il settore dei beni e attività culturali deve avere priorità assoluta».