Mozione presentata da Grassi ed altri al CPN del 30-31 ottobre scorsi

Contro la guerra, per la pace

Lo stato di guerra continua drammaticamente a caratterizzare la scena internazionale, sulla spinta dell’imperialismo Usa: ad oltre un anno e mezzo dall’inizio dell’invasione statunitense, l’Iraq è ancora un paese occupato e quotidianamente devastato dai bombardamenti. Nonostante ciò, una grande parte del suo territorio sfugge al controllo delle truppe occupanti, a riprova dell’esistenza di un diffuso e capillare moto di popolo, di un’azione di Resistenza che – secondo quanto affermato dagli stessi rapporti di fonte americana – va di giorno in giorno rafforzandosi e che chiede, quale condizione prioritaria per poter ricostruire ciò che è stato distrutto, la piena sovranità del suo territorio e la piena disponibilità delle ricchezze che esso possiede.
Di questa resistenza va auspicato un ulteriore rafforzamento quale necessaria premessa per sconfiggere la politica di guerra dell’imperialismo americano.

La rappresentazione della situazione internazionale attraverso la “spirale guerra – terrorismo” è fuorviante. La guerra è stata decisa dagli Stati Uniti ben prima degli attentati dell’11 settembre e non c’entra nulla con il terrorismo. Ha a che fare con il petrolio e con il controllo di una zona strategica del mondo. Parlare di “spirale guerra – terrorismo” significa equiparare le responsabilità della crisi internazionale, mentre sono invece decisive e determinanti le scelte di guerra del governo americano e, per quanto riguarda il Medio Oriente, del governo israeliano.

La richiesta di partecipazione di rappresentanti della resistenza irachena al processo di pace è condizione primaria e necessaria per la legittimazione di un’eventuale tavolo internazionale chiamato a definire una realistica prospettiva di pace. Essa sarebbe peraltro un passo significativo, a smentita della tesi di chi riduce a terrorismo qualunque atto di opposizione all’aggressione bellica e alimenta così il pretesto per una guerra planetaria contro il terrore, oggi condotta contro la popolazione irachena ma già minacciata nell’immediato futuro contro altri paesi.

E’ evidente che, quale che sia la soluzione cercata, essa non può prescindere dall’immediato ritiro delle truppe occupanti: questo è quello che in Italia chiede il movimento contro la guerra, il quale ieri 30 ottobre si è reso protagonista a Roma di un’ennesima grande manifestazione di piazza. Le sue ragioni solo in parte sono state raccolte dalla mozione votata dalle opposizioni in Parlamento: tale mozione infatti, se ha guadagnato un compromesso unitario vincendo le resistenze della parte più moderata del centrosinistra, rappresenta tuttavia un passo indietro rispetto agli obiettivi del movimento e a precedenti e più netti pronunciamenti in sede istituzionale, restando ad un impegno ancora troppo generico e ambiguo.

Il Prc deve dunque proseguire e intensificare la sua iniziativa per la pace, chiedendo in Italia di ridiscutere la presenza delle strutture militari Nato e Usa sul nostro territorio nazionale e contrastando in Europa qualunque politica di riarmo, che incrementerebbe le spese militari a tutto danno delle risorse da destinare allo sviluppo sociale e al miglioramento delle condizioni di vita delle
popolazioni che la abitano.

Contro le destre, per un’alternativa programmatica e di società

La devastazione sociale è l’altra faccia dell’escalation di guerra. E il Trattato Costituzionale europeo nasce pesantemente segnato da un’ispirazione regressiva, confermando i capisaldi dell’impostazione neoliberista, consacrando l’imperativo degli equilibri di bilancio e la sottomissione ai vincoli di Maastricht: esso ben esprime l’attuale involuzione dei rapporti sociali e legittima l’attacco portato in Europa ai diritti del lavoro in termini di decurtazione delle retribuzioni reali, inasprimento delle condizioni lavorative, taglio delle spese sociali.

Dobbiamo dunque lavorare per una netta inversione di marcia, sul piano continentale e sul fronte interno, per ribaltare le politiche antipopolari praticate dal governo delle destre. In questi anni, nel nostro paese, abbiamo assistito ad una consistente redistribuzione della ricchezza a favore di profitti e rendite, alla caduta verticale del potere d’acquisto di salari e pensioni, ad una generalizzata precarizzazione del lavoro con lo smantellamento per via legislativa di diritti e tutele. Il peggioramento delle condizioni materiali ha contribuito in misura determinante a far cadere la maschera populista con la quale Berlusconi aveva illuso una quota di elettorato, producendo altresì una progressiva crisi di egemonia del suo governo. D’altra parte, le operazioni di rimaneggiamento con cui la compagine governativa ha tentato di accreditare una diversa immagine di sé e, per altro verso, la ricerca di un clima meno conflittuale (ovvero più concertativo) nelle relazioni sociali, esemplificata dal passaggio di consegne al vertice della Confindustria, non hanno comunque modificato la sostanza degli orientamenti liberisti. I salari restano al palo, la controriforma delle pensioni va avanti, la finanziaria promette comunque “lacrime e sangue”, gli enti locali sono costretti a tagliare ulteriormente le spese sociali.
In tutta evidenza, la parola ora va alle sinistre. Da esse dipende la possibilità di offrire un esito progressivo all’acuirsi della questione sociale: in ciò sta il valore di una costruzione programmatica che sia espressione di una chiara scelta di campo, che costituisca una svolta decisa in direzione degli interessi popolari. Rispetto a tali urgenze, le forze della sinistra moderata appaiono in grande ritardo, afflitte da divisioni e ancora attestate su posizioni inadeguate alle esigenze del conflitto. Di ciò è un segno preoccupante, da ultimo, anche l’inopportuno rinvio della manifestazione contro la finanziaria, originariamente fissata al 6 novembre.

La questione del governo

Questo è il contesto nel quale si pone l’iniziativa del Partito in vista del cambio della guida politica del Paese. Due sono, a questo proposito, gli obiettivi fondamentali: cacciare Berlusconi e avviare una nuova politica di sviluppo e di giustizia sociale che ponga fine all’attacco contro i diritti del lavoro, contro salari e pensioni e contro la Costituzione antifascista.

Il percorso sin qui seguito per costruire l’alleanza con le altre forze di opposizione appare tuttavia criticabile, per ragioni di metodo e di merito. Il Partito è stato spesso posto dinanzi a scelte assunte al di fuori della discussione collettiva: la nostra disponibilità ad entrare nel governo (prima ancora che si definisse il suo programma); le primarie sulla leadership e sul programma con l’accettazione del vincolo di maggioranza; l’adesione alla “Grande
alleanza democratica”: tali decisioni hanno anticipato il dibattito in seno agli organismi dirigenti, che sono stati poi chiamati a ratificarle. Questa modalità mal si concilia con la pratica della partecipazione e della democrazia interna che ispira la nostra idea di partito. Sul piano del merito politico, la decisione di dare per scontata la partecipazione del Partito al governo prima di definirne i contenuti programmatici e di entrare nella Gad mette in discussione il principio al quale Rifondazione comunista si è sempre attenuta: prima i programmi, poi le formule; prima i contenuti politici, poi gli schieramenti.

Noi proponiamo un percorso diverso: ferma restando la piena disponibilità di Rifondazione Comunista a sommare i propri consensi a quelli delle altre forze di opposizione per cacciare Berlusconi, è importante proporre precise condizioni programmatiche dalle quali far dipendere l’eventuale accordo di governo. Siamo consapevoli, a questo proposito, delle difficoltà poste dal quadro politico nazionale e internazionale, così come conosciamo i limiti che ne discendono in vista di un’inversione di tendenza rispetto alle politiche neoliberiste. Ma ciò non riduce minimamente la necessità di qualificare la piattaforma politica di una coalizione di governo di cui il Partito dovrebbe divenire parte integrante. Al contrario: proprio la consapevolezza delle pesanti eredità economiche, sociali e politiche che le destre lasceranno dietro di sé impone di porre delle condizioni minime, a garanzia delle classi lavoratrici e delle masse popolari.

Per questa ragione riterremmo sbagliata la partecipazione di Rifondazione Comunista ad un governo senza la condivisione di un programma che contenga punti programmatici per noi qualificanti: il no a qualsiasi guerra (anche sotto copertura dell’Onu); una legge per la democrazia sindacale, secondo quanto rivendicato nella piattaforma della Fiom; una nuova scala mobile; l’abrogazione delle leggi vergogna di Berlusconi (legge 30; pensioni; Bossi-Fini; Moratti).

La costruzione della sinistra di alternativa

In altre parole, si tratta di far valere nella discussione con le altre forze dell’opposizione i contenuti politici sui quali è cresciuta in questi anni la mobilitazione di massa nell’insieme dei movimenti contro la globalizzazione e per la pace, nei conflitti di lavoro e nella protesta democratica contro l’offensiva reazionaria del governo. Anche l’iniziativa del Partito sul terreno della costruzione di un nuovo quadro politico per il governo del Paese deve dispiegarsi nel solco di queste lotte, il cui ulteriore sviluppo condiziona ogni possibilità di invertire l’attuale tendenza in senso progressivo.

A questo proposito occorre impegnarsi in due direzioni, tra loro collegate. Si tratta, in primo luogo, di lavorare per una più intensa connessione tra i diversi movimenti, allo scopo di favorirne una crescita collettiva sulla base di esperienze, pratiche di lotta ed elaborazioni culturali condivise. In secondo luogo occorre operare allo scopo di conferire il massimo possibile di influenza all’insieme delle forze sociali e politiche della sinistra di alternativa. Abbiamo insistito con grande forza su questa esigenza sin da quando Rifondazione Comunista ha posto la priorità delle alleanze per cacciare le destre dal governo. Abbiamo sempre visto nell’unità programmatica delle forze di alternativa una premessa decisiva dello spostamento in avanti dell’asse politico complessivo dello schieramento di opposizione. Restiamo dello stesso avviso a distanza di un anno, e non possiamo non considerare criticamente il ritardo con cui ci si confronta oggi con questa problematica.

Ribadiamo quindi la nostra proposta di un coordinamento delle forze sociali e politiche della sinistra di alternativa – partiti, sindacati, movimenti e associazioni – che, senza mettere in discussione la loro autonomia, consenta di individuare obiettivi condivisi per una iniziativa comune nel Paese e nella interlocuzione con le altre forze del centrosinistra. Un compito prioritario incombe oggi su Rifondazione Comunista: operare concretamente affinché la costruzione della sinistra di alternativa proceda in tempi rapidi, e affinché si giunga quanto prima a un’assemblea di tutti i soggetti della sinistra di alternativa dalla quale dovrà uscire una piattaforma programmatica comune, capace di imporre all’insieme delle opposizioni l’adozione di obiettivi politici avanzati.