mozione essere comunisti (seconda parte)

ESSERE COMUNISTI (seconda parte)

Tesi 12 – La “nuova Fiom” e la ripresa delle lotte operaie

Un ruolo determinante in questo risveglio della soggettività antagonista e di classe lo ha svolto l’organizzazione sindacale dei meccanici. Gli scioperi nazionali proclamati dalla Fiom sin nella primavera del 2001 – quando ancora la Cgil esitava a prendere atto dei danni prodotti dalla concertazione – hanno impresso una scossa all’intero movimento dei lavoratori, dimostrando che le lotte erano possibili, che si poteva resistere all’arroganza padronale, esaltata dal ritorno delle destre al governo del Paese, e persino tornare a vincere (come è avvenuto a Melfi). Anche il sindacalismo extraconfederale – nonostante non sia riuscito a porsi come espressione generale del mondo del lavoro – ha offerto un significativo contributo all’organizzazione del conflitto, in particolare nei settori della scuola, dei servizi e del pubblico impiego.
Queste lotte hanno contribuito a riaprire la questione operaia, oggi più urgente che mai. La crisi della capacità di rappresentanza e tutela da parte del sindacato ne è parte essenziale. Basti un dato: in Italia nel 1972 le quote di reddito da lavoro costituivano circa metà del Pil, mentre oggi si attestano intorno al 40%. Ciò significa che, in questi trent’anni, circa il 10% della ricchezza nazionale è stata trasferita da salari e pensioni a rendite e profitti. Alla base di questo processo è anche la subalternità del sindacato, sancita dall’accordo del ’93.
Con la vertenza Fiat e gli accordi di Melfi e Fincantieri la Fiom ha interrotto questa tendenza all’arrendevolezza e ha riaperto la strada per restituire al sindacato il ruolo di soggetto autonomo della negoziazione. Il recupero di una pratica di lotta operaia è stato di per sé una vittoria, oltre che una prima, importante risposta al bisogno – diffuso ma da tempo ignorato – di protagonismo e di autonomia delle masse lavoratrici. Ne è seguito, in questi ultimi tre anni, un intenso lavoro di ricostruzione di esperienze di mobilitazione e di elaborazione di piattaforme rivendicative sempre più avanzate. Le battaglie dei meccanici sul salario e sull’orario, per la democrazia nei luoghi di lavoro e contro flessibilità, precarizzazione e licenziamenti hanno aperto la strada a un nuovo impegno di lotta anche da parte della Cgil, culminato nella grande mobilitazione in difesa dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Questi elementi di positiva evoluzione della Cgil, confermati dalla sua internità ai grandi movimenti di massa contro la guerra e contro il neoliberismo, convivono tuttavia contraddittoriamente con scelte discutibili, quali la firma di contratti caratterizzati da contenuti tutt’altro che avanzati, e con tentazioni concertative a tutt’oggi presenti. Affinché questa linea non riemerga (magari sollecitata dalla nuova presidenza della Confindustria, dalla sinistra moderata e da Cisl e Uil), è importante che la Fiom si mantenga sulla posizione attuale. Così come è importante che la sinistra sindacale della Cgil, in tutte le sue articolazioni, assuma questo obiettivo come prioritario. La politica della concertazione non solo ha dimostrato che non è in grado di difendere i lavoratori, ma presuppone un sindacato che è il contrario di quello per cui noi lavoriamo e cioè un sindacato che si basi sul conflitto, autonomo dai governi e che si legittimi esclusivamente attraverso il rapporto democratico con i lavoratori.
La ripresa del conflitto di questi anni e l’attacco sistematico operato dai padroni e dal governo contro i diritti sindacali hanno riproposto (confutando la tesi della «fine del lavoro» largamente accolta anche dalla sinistra) la persistente centralità della contraddizione capitale-lavoro, dunque la funzione ancor oggi decisiva delle lotte operaie e dei lavoratori ai fini di un efficace movimento di trasformazione dell’ordine sociale esistente. Ne discende una sollecitazione anche per il nostro Partito, che per molteplici ragioni – da indagare con urgenza e rigore – ancora stenta a conquistare un’adeguata presenza nelle organizzazioni sindacali confederali e di base e in quel mondo del lavoro che, pure, dovrebbe costituire il suo insediamento fondamentale.

Tesi 13 – La costruzione della sinistra di alternativa

Questo stato di cose rende urgente e al tempo stesso concreta la prospettiva di una unità d’azione politica e programmatica e di un coordinamento efficace della sinistra di alternativa, cioè dell’insieme delle forze politiche, sociali e sindacali che fondano la propria azione sulla opposizione alla guerra e al neoliberismo. In particolare la connessione tra i diversi movimenti che in questi anni hanno occupato la scena politica del Paese e favorito il rilancio del conflitto sociale è un obiettivo prioritario, per la tenuta e per la crescita culturale e politica di queste soggettività.
Consideriamo l’autonomia del Partito un valore irrinunciabile. Per questo non proponiamo la costituzione di un nuovo Partito né di un assemblaggio di gruppi dirigenti politici e sindacali, che metterebbe a repentaglio l’autonomia dei soggetti coinvolti e determinerebbe l’esclusione di parti significative della sinistra di alternativa, a cominciare dalle sinistre Ds. Ciò che proponiamo di costituire, insieme a tutte le forze disponibili, è invece un luogo di confronto permanente, aperto e flessibile, e di azione unitaria nel quale tutti – partiti e gruppi politici, sindacati e correnti sindacali, movimenti, associazioni e giornali – possano contribuire a un movimento unitario della sinistra di alternativa: un movimento fondato sul fare, orientato alla costruzione di iniziativa e di conflitto, e impegnato nella elaborazione di una piattaforma programmatica comune a tutte queste forze, in grado non solo di controbilanciare gli orientamenti moderati della parte maggioritaria del centrosinistra e di contrastare la forza attrattiva che essa rischia di esercitare su componenti della stessa sinistra, ma anche di favorire la crescita di una cultura critica e di classe nel Paese.
La costruzione di una sinistra di alternativa così concepita è l’unica con potenzialità di massa e tale, al tempo stesso, da non contraddire l’autonomia e il rafforzamento di un partito comunista autonomo con basi di massa, che dalla nascita di Rifondazione Comunista è – e resta – un nostro obiettivo strategico.

Tesi 14 – La questione delle alleanze e del governo

L’esigenza di costruire in tempi brevi l’unità della sinistra di alternativa deriva dalla necessità di mettere le forze oggi all’opposizione non solo in condizione di battere il centro-destra alle prossime elezioni politiche, ma anche di incidere sul programma del nuovo governo senza che si ripropongano le politiche portate avanti dal centrosinistra negli anni Novanta. Se lo schieramento anti-Berlusconi vincerà le elezioni, il problema vero sarà cercare di porre rimedio ai guasti provocati da questo governo e da quelli che lo hanno preceduto.
È necessario in particolare, evitare che i costi della crisi e del risanamento vengano scaricati ancora una volta sulle classi lavoratrici e sui ceti più deboli. Ci batteremo contro tale eventualità, anche perché siamo consapevoli che, qualora ciò accadesse con la corresponsabilità di Rifondazione Comunista, il nostro Partito rischierebbe di essere travolto dal risentimento e dalla delusione (come accaduto più volte alle esperienze di governo del Partito comunista francese). Non solo. Insieme al nostro Partito, rischierebbe di venire archiviata – per un ciclo storico di imprevedibile durata – la possibilità stessa di costruire in Italia un partito comunista con basi di massa. La questione oggi in campo non riguarda dunque soltanto la composizione e l’agenda politica del futuro governo, ma la possibilità stessa di tenere aperta la questione comunista nel nostro Paese. Con la Bolognina prima e con l’introduzione del maggioritario poi, si è cercato di costruire un sistema bipolare basato sull’alternanza tra due schieramenti che, pur contrapponendosi, restassero nella cornice del sistema capitalistico. La presenza di una forza comunista autonoma come è stata Rifondazione ha impedito che questo disegno si realizzasse compiutamente; per tenere aperta questa prospettiva dobbiamo evitare che la necessaria politica unitaria si trasformi in perdita di autonomia.
Da ciò consegue l’esigenza di qualificare in termini socialmente e politicamente avanzati l’impianto programmatico generale del futuro governo di centrosinistra, coinvolgendo nella elaborazione del programma tutte le istanze sociali – movimenti, sindacati, associazioni – disponibili a una pratica di partecipazione. Tra le questioni che sarà necessario affrontare rivestono particolare importanza la difesa dei diritti del lavoro e il rilancio dell’apparato produttivo del Paese e della sua economia. Si impongono, in primo luogo, la centralità della questione salariale, la difesa del contratto collettivo nazionale e delle garanzie del posto di lavoro a tempo indeterminato e una profonda revisione del «Patto di stabilità». Sul terreno istituzionale occorrerà introdurre misure efficaci al fine di garantire il massimo di rappresentatività del sistema politico e di preservare il Paese dal rischio (tutt’altro che scongiurato) di una regressione autoritaria. Pensiamo in particolare all’introduzione di una legge elettorale proporzionale, allo smantellamento della controriforma istituzionale (devolution, presidenzialismo e nuovo ordinamento giudiziario) e alla difesa della Costituzione.
Sul piano internazionale la priorità è il ritiro immediato di tutti i militari italiani impegnati all’estero, a cominciare da quelli in Iraq. Come abbiamo detto in precedenza, siamo contro la Nato. Rientra quindi tra gli obiettivi di Rifondazione Comunista anche una politica che (seguendo l’esempio della Francia, che non ha truppe e basi straniere sul suo territorio, o della Danimarca, che non accetta di ospitare armi nucleari e di sterminio) punti all’allontanamento dal territorio italiano di tutte le armi di sterminio (a partire da quelle nucleari) e allo smantellamento progressivo di tutte le basi Usa e Nato.
Sappiamo, inoltre, che la maggioranza delle forze del centrosinistra sono subalterne al vincolo atlantico. Ma occorre che sulla scelta atlantica dell’Italia vi siano quanto meno alcune correzioni significative. Il primo compito è rendere noti a tutti i cittadini italiani gli accordi segreti siglati dai governi passati con gli Usa e con la Nato. In secondo luogo riteniamo che occorra sostenere a livello di governo nazionale le richieste avanzate dalla giunta regionale sarda e dal presidente della regione Toscana di riconvertire ad uso civile alcune basi militari presenti sul loro territorio, come Camp Darby e La Maddalena. Ciò diventa tanto più urgente poiché le ultime scelte della Nato coinvolgono maggiormente l’Italia. Sede del quartier generale della «Nato Responce Force», il nostro Paese rischia di diventare il principale trampolino di lancio della proiezione offensiva statunitense verso Est (Eurasia e Cina) e verso Sud (Medio Oriente e Africa). Un governo nel quale fosse presente il nostro partito dovrebbe operare con determinazione per arrestare tale deriva, incompatibile con lo spirito pacifista della Costituzione e della larga maggioranza del nostro popolo.

Tesi 15 – Le condizioni programmatiche per la partecipazione del Prc al governo

Riteniamo sia stato un errore aver dato per acquisita – attraverso numerose interviste – la partecipazione di Rifondazione Comunista al prossimo governo di centrosinistra ancor prima di aver iniziato il confronto programmatico. Così come riteniamo sia stato sbagliato dire che Rifondazione Comunista accetterebbe di sottostare ad un vincolo di maggioranza sulla guerra, qualora ciò fosse deciso da una consultazione popolare. Siamo contro le «primarie», poiché si inseriscono in una tendenza perversa alla personalizzazione e spettacolarizzazione della politica, secondo il modello statunitense da cui sono tratte: una tendenza da noi sempre avversata perché incompatibile con una effettiva pratica della partecipazione democratica. Consideriamo infine un errore essere entrati nella «Grande alleanza democratica» senza discuterne nel Partito e prima ancora di avere definito e concordato un programma condiviso.
Occorre urgentemente correggere questa situazione, esplicitando le condizioni politiche necessarie all’ingresso di Rifondazione Comunista in una coalizione di governo costituita dalle attuali forze di opposizione. Non individuare alcune discriminanti programmatiche, oltre le quali il necessario contributo unitario – senza riserve – alla sconfitta di Berlusconi non può automaticamente trasformarsi in un ingresso del Prc al governo equivarrebbe infatti a firmare una cambiale in bianco, tanto più pericolosa ove si considerino i pesanti problemi di ordine economico e politico ai quali dovrà far fronte l’esecutivo che succederà al governo Berlusconi nella guida del Paese.
Per parte nostra, consideriamo essenziali alcune condizioni per una partecipazione del Prc al governo:
? l’impegno formale al rifiuto della guerra (che non sia azione di difesa da un’invasione straniera), da chiunque promossa, Onu compresa; e il rifiuto, in caso di guerra, di fornire basi militari, spazi aerei, supporti logistici alle operazioni belliche;
? l’abrogazione delle leggi più reazionarie varate dalla destra (legge 30; Bossi-Fini; riforma delle pensioni; leggi Moratti; leggi ad personam; legge sulla procreazione assistita);
? l’ introduzione di un meccanismo automatico per legge di recupero di salari, stipendi e pensioni, e la lotta all’evasione fiscale (fissando obiettivi misurabili e progressivi di recupero del gettito evaso);
? una legge sulla rappresentanza e la democrazia nei luoghi di lavoro, che restituisca ai lavoratori l’ultima parola nelle decisioni che li chiamano in causa;
? l’istituzione di una «agenzia per il lavoro» che raccolga risorse in parte precedentemente destinate a obiettivi non sostenibili (quali, per esempio, il Ponte sullo Stretto), in parte reperite in sede europea, e le finalizzi a investimenti produttivi per innalzare il tasso di occupazione (lavoro stabile) e ridurre quello di disoccupazione, in particolare nel Mezzogiorno.
Nel caso di un esito insoddisfacente del confronto, pensiamo non possano essere precluse a priori delle vie subordinate, le quali garantiscano comunque al “popolo della sinistra” il raggiungimento di un assetto elettorale che consenta di battere Berlusconi, pur in assenza di ministri comunisti nel futuro governo. Non è evidentemente questo l’auspicio. E tuttavia, stante l’estrema fluidità della situazione politica, non può essere adottata altra metodologia, posto che ancora valga il principio: prima i programmi, poi gli schieramenti. Questa linea, che è sempre stata quella del Partito, deve essere riconfermata.

Tesi 16 – La «questione meridionale» oggi e il rilancio del Mezzogiorno

Il tema del Mezzogiorno possiede un rilievo specifico nel quadro degli obiettivi qualificanti l’azione di un nuovo governo di centrosinistra. Qualunque confronto programmatico e culturale sul presente e sul futuro dell’Italia non può quindi che trovare uno dei suoi temi qualificanti nella questione meridionale, intesa come grande questione nazionale.
La questione meridionale è stata derubricata negli ultimi anni dall’agenda della politica a causa dei cedimenti delle forze democratiche e dell’aggressività del blocco conservatore che, seppur differenziato al suo interno sul piano degli interessi sociali e territoriali, tende a ricompattarsi sotto la spinta antimeridionale della Lega. Tale rimozione coincide – paradossalmente – con il continuo inasprirsi (nel corso dell’ultimo decennio) di quel divario economico e sociale tra il nord e il sud del Paese che, se di per sé costituisce un carattere originario dello sviluppo capitalistico italiano, oggi si carica di connotati ancor più dirompenti. Da un lato, infatti, pur di raggiungere i loro obiettivi, le forze di governo si mostrano disponibili a percorrere persino la strada della divisione del Paese; dall’altro, avendo acriticamente sposato la tesi della presunta fine dello Stato nazionale, gran parte della sinistra sembra sottovalutare la gravità dei pericoli che ne discendono.
La strategia di tali forze – espressione di un nuovo blocco di segno fortemente liberista e classista – affida al sud il ruolo di un’area di «modernità squilibrata», di flessibilità, di precarietà, di alti tassi di disoccupazione e di illegalità diffusa. A riprova di ciò, l’attuale governo e le forze economiche dominanti pensano al sud come un territorio in cui applicare la politica speculativa delle grandi opere, di cui è esemplare testimonianza il faraonico progetto del ponte sullo Stretto. In questo modello di governo, un ruolo chiave – di controllo del territorio e di sostegno militare ai locali gruppi politici dominanti – è affidato alle mafie e alla criminalità organizzata. Contro di esse occorre sviluppare una battaglia che dev’essere assunta come questione nazionale, poiché nelle regioni meridionali la sconfitta della mafia siciliana, della camorra, della ‘ndrangheta e della sacra corona unita è essenziale per disarticolare il blocco di potere dominante e per affermare la democrazia e lo sviluppo. Sempre più decisivo diviene infine, in questo quadro, il ruolo dell’Europa che, con le sue politiche ispirate al «Patto di Stabilità», penalizza le aree più deboli dell’intero continente (a cominciare dai lavoratori agricoli del nostro Mezzogiorno).
Contro il blocco conservatore e le sue scelte, che rischiano di emarginare definitivamente le regioni meridionali dai processi di sviluppo del Paese, è compito dei comunisti oggi indagare le nuove specificità del Mezzogiorno: non solo rilevarne i ritardi e metterne in evidenza la nuova funzione di laboratorio di sperimentazione del più feroce neoliberismo, ma anche porne in risalto i bisogni e le potenzialità.
Nell’ambito della questione meridionale occorre rilanciare la «questione sarda» attraverso il riconoscimento dell’identità di un popolo e delle sue istanze di autogoverno.
Occorre valorizzare le risorse esistenti (il turismo, la cultura, l’ambiente), ma c’è soprattutto bisogno di massicci investimenti per lo sviluppo del Mezzogiorno, nella lotta contro la disoccupazione strutturale di massa e nei campi delle politiche industriali, dell’agricoltura (potenziando le colture biologiche), delle infrastrutture, della ricerca e dell’innovazione tecnologica, del credito, dell’istruzione e della formazione culturale. L’intervento dello Stato – che deve tornare ad essere centrale senza però ripetere le storture della Cassa per il Mezzogiorno – va indirizzato verso il superamento di arretratezze e ritardi che rischiano di divenire ancor più drammatici tra qualche anno, quando il Mediterraneo diventerà un’area di libero scambio. Il Sud ha bisogno di opere pubbliche capaci di disancorarlo dalla sua dipendenza; basti pensare allo stato arretrato delle autostrade, alle condizioni infelici delle linee ferroviarie, alle carenze di approvvigionamento idrico delle grandi città, alle quali non sono estranei precisi interessi politicomafiosi. Per la rinascita del Mezzogiorno è necessario creare un vasto schieramento di forze politiche e sociali e di movimenti che, a partire dalle mobilitazioni operaie e popolari di Termini Imerese, Melfi, Scanzano, Rapolla e Acerra (espressioni tra loro molto diverse, ma segni, tutte, di una nuova consapevolezza degli interessi e dei diritti del Mezzogiorno), si ponga l’obiettivo di una profonda trasformazione della società meridionale.

Tesi 17 – Per un Partito comunista con basi di massa

La portata dei compiti che attendono Rifondazione Comunista in questa delicata fase politica pone in primo piano l’esigenza di rafforzare il Partito nelle sue strutture e nel suo radicamento sociale e territoriale. Di tale rafforzamento è fondamentale premessa il mantenimento dei suoi elementi distintivi e simbolici (a cominciare dal nome e dal simbolo con falce e martello), che costituiscono importanti riferimenti per l’intero corpo dei militanti e dell’elettorato.
Nonostante in questi anni si siano sviluppati importanti movimenti e siano cresciuti i consensi elettorali, ciò non ha determinato una crescita e un rafforzamento del Partito. Da una parte aumentano i consensi d’opinione attorno al Partito della Rifondazione Comunista; dall’altra calano gli iscritti (decine di migliaia negli ultimi anni). La scarsa partecipazione alla manifestazione nazionale di fine settembre è un ulteriore segnale d’allarme. Il Partito rischia di divenire sempre più partito d’opinione e di immagine, macchina elettorale e propagandistica, e sempre meno partito di organizzazione e di lotta, radicato in modo militante sul territorio e nei luoghi del conflitto sociale. Le decisioni sono assunte sempre più in alto, in un ristretto vertice, mentre la linea viene spesso appresa attraverso dichiarazioni televisive e interviste alla stampa. Condizioni aggravate da inaccettabili forzature quali sono state, ad esempio, il commissariamento dell’intero Comitato regionale della Calabria o la mancanza di pluralismo nelle rappresentanze parlamentari nazionali ed europee, dove quasi metà delle culture politiche interne al Partito non sono rappresentate: una circostanza che non ha paragoni in nessun’altra forza politica e che non dovrà più ripetersi.
Va dunque attuata una vera e propria rigenerazione democratica del Partito, che esalti il carattere collegiale e unitario della direzione politica. Unità, collegialità, democrazia, rispetto delle diversità e ricerca della sintesi sono valori da affermare sia nella cultura che nella pratica del Partito, e ciò presuppone una partecipazione effettiva del corpo attivo del partito all’elaborazione della sua linea (che è cosa assai diversa da una ratifica formale a posteriori). I circoli debbono ridiventare non solo i luoghi principali dell’iniziativa politica sul territorio, ma anche la sede dove si discutono le decisioni principali che il Partito assume.
È giusto criticare le cristallizzazioni correntizie, ma occorre sapere che esse sono anche il prodotto del rifiuto pregiudiziale della sintesi unitaria: un rifiuto che, mentre esaspera la rissosità interna, provoca un grande spreco di esperienze e di capacità politiche. Vanno valorizzate e rilanciate le strutture di base (circoli e federazioni), motivandole e coinvolgendole maggiormente nella elaborazione delle decisioni politiche e conferendo loro le risorse necessarie. A questo proposito è emblematico il progressivo venir meno di sostegno organizzativo alle Federazioni estere del Partito, luoghi di partecipazione politico-culturale dei comunisti italiani all’estero. Se non si vuole che il necessario radicamento del Partito nei luoghi di lavoro e di studio resti uno slogan privo di riscontri, si richiede una massiccia concentrazione di sforzi e di risorse a tal fine. A ciò va finalizzato in buona parte anche il tesseramento, troppo spesso inteso come routine burocratica delegata a gruppi ristretti e non occasione preziosa di collegamento con la società e con le sue istanze più dinamiche e combattive che emergono dal conflitto sociale e di classe.
Vanno riviste le scelte che nello scorso congresso, in nome di una “innovazione” che si è rivelata inconcludente, hanno portato ad un ridimensionamento di tutto ciò che aveva a che fare con l’organizzazione: a partire dalla soppressione emblematica dello stesso Dipartimento nazionale di organizzazione, che andava semmai potenziato e arricchito, o dalla scelta di togliere i tesorieri dalle segreterie, a tutti i livelli, con una svalorizzazione politica della funzione strategica dell’autofinanziamento. Il Partito dispone di risorse significative: mai, dal 1991, vi era stata una legge sul finanziamento pubblico “generosa” quanto l’attuale. Queste risorse debbono essere maggiormente decentrate, al fine di consentire a circoli e federazioni di rafforzare la costruzione del partito nella società, dove la gente in carne ed ossa vive e lavora. Un partito è tanto più democratico nella sua vita interna, quanto più forti e influenti sono le sue organizzazioni di base. Va definita una quota parte di finanziamento pubblico che, ogni anno, deve essere obbligatoriamente investita per il radicamento capillare del Partito e delle sue sedi. Rafforzando così, con l’organizzazione, anche la capacità di autofinanziamento, oggi ancora del tutto inadeguata. Autonomia finanziaria è condizione di autonomia strategica, ed essa verrebbe compromessa dall’eccessiva dipendenza da modalità di finanziamento pubblico derivanti da un quadro politico e istituzionale dominato dai partiti della borghesia.
Occorre investire nel lavoro di formazione, senza di che ogni discorso sul rafforzamento del Partito è destinato a restare lettera morta. Non si dimentichi che una delle condizioni che hanno contribuito alla “mutazione genetica” del Pci, è stata l’affermazione nel partito e nei suoi organismi dirigenti di una egemonia delle classi medie e delle ideologie di cui erano portatrici e la progressiva emarginazione dei quadri comunisti e di classe più legati alla produzione.
Il necessario sostegno a Liberazione sarà tanto maggiore quanto più ogni militante potrà percepirlo come strumento di informazione di tutto il Partito. Ciò suppone che anche nel giornale si affermi il principio di una direzione collegiale. Una maggiore informazione sul mondo del lavoro e sulle forze comuniste e rivoluzionarie nel mondo, oltre che essere formativa e sprovincializzante, contribuirebbe a colmare un deficit informativo che riguarda quasi tutta la stampa italiana e potrebbe suscitare interesse anche al di là dei confini di partito.

Tesi 18 – Il nostro rapporto con la nostra storia e la battaglia contro il revisionismo

Il tempo è maturo anche per una rinnovata forma di relazione con la storia politica e culturale del movimento operaio e comunista. La molteplicità dei riferimenti culturali può divenire una ricchezza per il Partito. Ma perché questo avvenga, occorre evitare tanto difese acritiche, quanto atteggiamenti liquidatori.
È necessario porre un argine al revisionismo storico, che da tempo ha conquistato posizioni anche a sinistra, cancella o riduce le colpe della borghesia e del capitalismo e criminalizza la storia del movimento operaio e comunista. Finché il revisionismo storico sarà egemone, il capitalismo riuscirà a nascondere le proprie responsabilità per la maggior parte delle pagine più oscure della storia moderna e contemporanea (la tratta degli schiavi, la miseria delle masse proletarizzate, i genocidi del colonialismo, le guerre mondiali, il nazifascismo e – oggi – la guerra preventiva e permanente).
Ciò di cui abbiamo bisogno è un bilancio critico della storia del movimento operaio in 150 anni di lotta di classe. La critica netta degli errori e dei processi degenerativi che hanno macchiato alcuni momenti della storia del movimento comunista e del «socialismo reale» fa irreversibilmente parte del nostro patrimonio culturale, politico e morale. Siamo consapevoli della loro portata e delle gravi conseguenze che ne sono derivate anche per chi non ha disertato la lotta nel nome del comunismo. Avvertiamo ogni giorno l’esigenza di capire meglio ciò che è avvenuto, ciò che non ha funzionato, ciò che ha infine determinato la sconfitta di grandi esperienze storiche.
Ma il necessario riconoscimento delle pagine buie della storia del movimento operaio e comunista non ci impedisce di comprendere che oggi il pericolo maggiore è di fuoriuscire da questa storia. A tale rischio rispondiamo rivendicando la storia del movimento operaio e comunista, riconoscendola come la nostra storia. Ricordarne i limiti non implica negarne i successi. L’Ottobre bolscevico e la costruzione dell’Urss, la rivoluzione cinese, quella vietnamita e quella cubana – per limitarci ad alcune tra le più importanti esperienze del movimento comunista – hanno consentito la liberazione di sterminate masse di donne e di uomini da condizioni di fame e di miseria e hanno rappresentato il tentativo di costruire società alternative al capitalismo e orientate verso il socialismo. L’importanza di queste esperienze non si è peraltro esaurita all’interno dei Paesi che furono teatro di processi rivoluzionari.
Del resto, a chi nutrisse dubbi sull’aspetto prevalente dell’esperienza rivoluzionaria del movimento comunista dovrebbe bastare riflettere sulle conseguenze mondiali della scomparsa dell’Unione sovietica. Nei quindici anni che ci separano dalla caduta del Muro di Berlino il mondo ha conosciuto un continuo radicalizzarsi dei conflitti internazionali e inter-etnici, e ha assistito al ritorno della guerra nella cronaca quotidiana, alla ricolonizzazione di interi Paesi, al dilagare delle devastanti conseguenze sociali (povertà, schiavitù, lavoro minorile, precarietà, epidemie) di un capitalismo selvaggio e senza regole, al pesante arretramento del movimento operaio in tutto il mondo occidentale e al peggioramento della condizione di vita e di lavoro delle donne. La storia dell’umanità si troverebbe oggi a uno stadio ben più arretrato se le rivoluzioni socialiste del Novecento non avessero segnato vaste aree del mondo.

Tesi 19 – La Resistenza, il movimento operaio italiano e il Pci

Un importante capitolo della storia del movimento operaio e comunista è costituito dalla battaglia antifascista, condotta già, in clandestinità, durante gli anni della dittatura e culminata nella lotta partigiana di resistenza e nella Liberazione, di cui quest’anno ricorre il 60° anniversario. Da questa lotta di popolo, costata un elevatissimo prezzo di sofferenza e di sangue, hanno tratto linfa vitale le democrazie europee nate nel dopoguerra, in particolare nel nostro Paese, dove i costituenti comunisti e socialisti sono riusciti a introdurre nella Carta costituzionale della nascente Repubblica lo spirito della Resistenza e i valori di eguaglianza, giustizia sociale e libertà che l’avevano ispirata. Consideriamo infondata la critica di avere edulcorato («angelizzato») l’immagine della Resistenza. Il recente attacco all’Anpi da parte del governo Berlusconi dimostra come – sfruttando varchi aperti dalle propensioni revisionistiche della sinistra moderata – le destre non rinuncino ad attaccare la lotta partigiana che, al contrario, noi dobbiamo difendere e valorizzare.
In Italia, sin dalla elaborazione della Costituzione repubblicana, le organizzazioni del movimento operaio – in particolare la Cgil e il Partito comunista italiano – hanno dato un contributo determinante affinché la giovane democrazia italiana assumesse connotati socialmente e politicamente avanzati. Dopo essere stato la colonna della liberazione del Paese dal fascismo e la fucina di una coscienza democratica di massa, il Pci ha saputo imporre la centralità dei diritti del lavoro e dei diritti sociali, impedendo che la rapida modernizzazione del Paese comportasse enormi costi sociali e integrando i più alti risultati della civiltà borghese (lo Stato di diritto, il riconoscimento delle libertà politiche e civili, la tutela delle garanzie giuridiche) con i valori dell’eguaglianza, della partecipazione e dell’autogoverno delle masse popolari. Il processo di graduale mutazione in senso socialdemocratico che ha segnato l’ultima fase della storia del Pci, non cancella i meriti storici complessivi dell’esperienza del comunismo italiano. Per questo appaiono gravissime le responsabilità dei gruppi dirigenti che hanno favorito lo scioglimento del Pci.
Riconosciamo l’importanza dell’apporto fornito prima e dopo il ’68, dai sindacati di base e dalle culture critiche della sinistra anticapitalista e di classe. Le esperienze di lotta che hanno preparato e accompagnato le lotte studentesche e operaie degli ultimi anni Sessanta e degli anni Settanta hanno contribuito in misura rilevante alla crescita culturale del movimento operaio, promuovendo il riconoscimento di nuove istanze, l’incorporazione di nuove soggettività e l’apertura di nuovi orizzonti critici (il femminismo, l’ambientalismo, l’analisi del carattere di classe dello sviluppo scientifico e tecnologico) che hanno reso ancor più efficace la critica di classe dello sfruttamento capitalistico.

Tesi 20 – I nostri riferimenti culturali

È necessario valorizzare il grande patrimonio di idee, di intuizioni teoriche, di analisi scientifiche che nel corso degli ultimi centocinquant’anni hanno conferito rigore ed efficacia all’analisi di classe, alla critica del capitalismo e alla pratica rivoluzionaria del movimento operaio e comunista.
Consideriamo fondamentale in questo senso l’analisi del modo di produzione capitalistico svolta da Marx ed Engels, che ha consentito di trasformare in un forza di mutamento politico il sentimento dell’ingiustizia sociale; il contributo teorico di Lenin, al quale dobbiamo, tra l’altro, l’allargamento della visuale critica all’intero pianeta e un’analisi del colonialismo e dell’imperialismo ancor oggi importante per decifrare i conflitti internazionali; la riflessione di Gramsci, che ci ha insegnato, da una parte, a misurarci con la complessità dei contesti sociali (e quindi con la peculiare articolazione della lotta rivoluzionaria in Occidente), dall’altra, a concepire il Partito comunista come una comunità dirigente e militante che vive di democrazia interna e di partecipazione.
Ma se i riferimenti strategici non possono essere numerosi, innumerevoli sono invece gli apporti interni ed esterni alla storia del movimento operaio dai quali abbiamo tratto – e traiamo – suggerimenti, conoscenze e spunti di riflessione. Ci sforziamo di valorizzare al meglio, nella nostra concreta pratica politica, i contributi che ci provengono dalle culture e dalle esperienze critiche della sinistra – dal femminismo all’ecologismo, dal movimento contro la globalizzazione capitalistica e il neoliberismo al movimento per la pace – nei quali scorgiamo un contributo irrinunciabile alla critica del capitalismo.
I più recenti contraccolpi dell’industrializzazione (e anche il gigantesco impatto ambientale prodotto dal massiccio impiego di armamenti sempre più sofisticati) impongono oggi l’adozione di criteri ancor più rigorosi. Non si tratta più di attestarsi sul limite della «sostenibilità» ambientale della crescita, ma di ripensare radicalmente il modello di sviluppo – ridiscutendone finalità e obiettivi – secondo standard ecologici: cioè riconoscendo nell’ecosistema naturale non tanto un vincolo, quanto un modello funzionale dal quale trarre elementi utili anche ai fini della configurazione dei sistemi economico-sociali.
Quanto al pensiero e alla pratica politica delle donne, i contributi che da essi provengono al movimento di classe non si limitano al terreno dei conflitti di lavoro, che vedono le donne portatrici di una lunga esperienza relativa alle più attuali forme dello sfruttamento capitalistico (precarizzazione, dequalificazione professionale, lavoro irregolare e sommerso, indistinzione tra tempi di lavoro e tempi di vita). Di straordinaria rilevanza sono anche gli apporti della elaborazione femminile alle lotte per la pace, la libertà e la giustizia sociale, tematiche in merito alle quali le donne e i movimenti femministi hanno prodotto irreversibili innovazioni culturali: dal riconoscimento della imprescindibilità di una riflessione sulla differenza di genere, alla consapevolezza delle connessioni tra diritti sociali e libertà civili; dalla critica dei gravi effetti regressivi della rappresentanza politica monosessuata, alla comprensione dei meccanismi strutturali che presiedono alla subordinazione sessista e delle analogie che la assimilano alla discriminazione razzista.
Di tutti questi contributi ci sforziamo di avvalerci in vista di quello che resta l’obiettivo fondamentale della nostra ricerca: l’attualizzazione e il continuo sviluppo dialettico di una teoria e di una pratica comunista all’altezza dei tempi, capace di orientare l’analisi di fase sul piano mondiale e nazionale, e di individuare gli strumenti più efficaci nella lotta per il superamento del capitalismo e per la costruzione del socialismo.

Tesi 21 – Il nostro impegno per l’innovazione

Siamo consapevoli della necessità di aggiornare continuamente il nostro bagaglio culturale e la nostra strumentazione teorica. Non per questo condividiamo l’ansia di proclamare ad ogni piè sospinto presunte discontinuità e rotture, tanto più se consideriamo i ripetuti tentativi di “innovazione” susseguitisi in questi anni e risoltisi nella riesumazione delle più vecchie e consunte ideologie del movimento operaio.
Abbiamo assistito al recupero delle approssimazioni proudhoniane, delle ingenuità dei socialisti utopisti, dell’avventurismo anarco-sindacalista. Abbiamo ascoltato prediche sulla malvagità del mondo moderno alle quali ben si attaglierebbe la critica rivolta da Gramsci a quel cattolicesimo reazionario che quanto più retrocede nella storia, tanto più si imbatte in uomini perfetti. Da ultimo – quasi che il tema all’ordine del giorno sia l’autocritica del movimento operaio e non la critica del capitalismo e delle nuove forme di sfruttamento e di dominio – siamo stati raggiunti da appelli moralistici alla nonviolenza nei quali si disperde la memoria storica (si dimentica che i comunisti nascono votando contro i crediti di guerra e vivono lottando contro la violenza sistematica del capitalismo) e si confondono aggressione, resistenza e difesa in un tutto indistinto. Infine abbiamo registrato il rifiorire di una improbabile critica del potere che scorge oppressione ovunque ed esorcizza il non eludibile problema della natura di classe del potere politico, del governo dei processi di trasformazione e della difesa dei loro risultati. Non ci sembra che “innovazioni” di questo genere aiutino la nostra lotta.
Abbiamo e proponiamo una concezione diversa dell’innovazione. Che non prescrive soluzioni calandole dall’alto, ma vive di uno stile di lavoro partecipato e collettivo. E che non comporta il rigetto dell’esperienza storica del movimento comunista, ma quel continuo rinnovamento che ha consentito ai comunisti di fornire un contributo decisivo alle lotte del proletariato in tutto il mondo. La vera innovazione consiste nella difficile impresa di confrontarsi con i nuovi orientamenti teorici e culturali senza smarrire il filo della lotta di classe contro il capitalismo e della solidarietà con le lotte di resistenza e di liberazione dei popoli; nel vivere col massimo impegno le esperienze di movimento perseguendo al tempo stesso l’obiettivo della ricomposizione di classe; nel saper valorizzare, senza settarismi, ogni contributo di idee e di esperienza che possa aiutare la costruzione di un «nuovo mondo possibile».

Tesi 22 – La nostra battaglia per il socialismo, «nuovo mondo possibile»

Oggi la parola «comunismo» evoca più un tema di ricerca che una soluzione. Né basta affermare che «un altro mondo è possibile»: bisogna sforzarsi di dire come vogliamo che questo nuovo mondo sia fatto. Ciò non con la pretesa di pregiudicare il futuro, ma con la consapevolezza che l’immagine degli obiettivi interviene concretamente qui e ora nella costruzione della pratica politica. Motivando le azioni, mobilitando le coscienze, ricaricando le speranze.
Qualunque riflessione sulla prospettiva non può non partire dalla presa d’atto della inedita contraddizione che connota il tempo presente. Per la prima volta nella storia, l’umanità dispone oggi delle conoscenze scientifiche e dei mezzi tecnici sufficienti a garantire una vita degna a tutti gli esseri umani. Ma – non certo per caso – questa è anche l’epoca delle più sconvolgenti disuguaglianze nelle quali si riflettono l’essenza più propria del capitalismo e – al tempo stesso – il suo fallimento epocale.
Non si tratta di un caso. Già il giovane Marx osservava che, raggiunto il limite delle proprie capacità espansive, la borghesia capitalistica non esita a distruggere le forze produttive pur di conservare il dominio sulla società. A questa intuizione Lenin e Gramsci avrebbero aggiunto il portato della propria esperienza: la consapevolezza che, pur di conservare uno stato di cose storicamente superato, il capitalismo non arretra dinanzi a nulla, nemmeno al ricorso alla violenza militare nelle relazioni internazionali (l’imperialismo, il colonialismo, la guerra totale) e ai fini dello stesso governo politico delle società (il fascismo).
E tuttavia la violenza non basta a governare; di per sé, il dominio non genera consenso. Pur lontano dall’essere in rotta, oggi il capitalismo appare in seria difficoltà ad estendere su scala mondiale e con mezzi pacifici, la propria egemonia. In tutto il pianeta si diffonde la coscienza dei danni irreparabili che esso produce nelle relazioni sociali, nella vita quotidiana di persone e popoli, nello stesso ambiente naturale. Qui si aprono ampi varchi per la nostra battaglia politica e culturale. Si tratta di sapere capire i bisogni di massa e poi di immaginare risposte pertinenti. È un compito arduo, ma – lo si è detto – non partiamo da zero.
Conosciamo in primo luogo i valori ai quali rifarci: la pace; l’autonomia di ciascun popolo e l’internazionalismo; la libertà e la dignità di ogni persona; l’abolizione dello sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo; il rispetto del mondo vivente e della natura. Da qui derivano alcuni importanti obiettivi ai quali ispirare la nostra lotta contro lo sfruttamento capitalistico, il razzismo e l’ingiustizia sociale: la nostra lotta per la trasformazione in senso socialista della società, in vista della costruzione del comunismo. Occorre combattere senza tregua per il riconoscimento universalistico dei diritti sociali e civili. Non permetteremo che, pur di puntellare il proprio dominio, la borghesia distrugga le sue stesse conquiste: lo Stato costituzionale di diritto, le garanzie giuridiche, le libertà politiche dello Stato democratico. E non ci fermeremo fino a quando in Italia, in Europa, in tutto il mondo resterà anche un solo individuo al quale fosse ancora negato il diritto a un’infanzia serena, a un lavoro sicuro e dignitoso, alla casa, all’assistenza sanitaria, all’istruzione, a una informazione completa e obbiettiva, a una vecchiaia indipendente e protetta. E anche alla gioia che discende dal gioco, dalla cultura e dall’esperienza artistica. I progressi tecnologici rendono attuale l’obiettivo di una universale fruizione del patrimonio culturale e artistico dell’umanità: nella vita di ciascuno può esservi il tempo per leggere, osservare, ascoltare; e per imparare a comprendere il senso e la bellezza di ciò che in passato fu appannaggio esclusivo dei potenti e dei ricchi.
Anche questo oggi è un diritto inalienabile di ciascuno. Ma siamo comunisti anche – soprattutto – perché l’esperienza ci conferma nel convincimento che non c’è possibile liberazione senza liberazione del lavoro e dal lavoro, e che non c’è possibile autonomia del lavoro finché i fondamentali mezzi di produzione (comprese le risorse naturali suscettibili di entrare nei processi produttivi) restano sotto controllo privato. La scoperta marxiana della radice strutturale del dominio capitalistico conserva tutta la propria verità. Non è un caso che sempre e ancor oggi le più affilate armi ideologiche dell’avversario siano rivolte proprio contro di essa e contro l’analisi di classe che in base ad essa il movimento operaio e comunista ha condotto sul piano teorico e pratico. Noi rimaniamo saldamente ancorati a questo principio e da questo principio traiamo un limpido indirizzo di marcia.
Siamo consapevoli che è una battaglia dura e di lunga lena, e che non sempre ci è concesso di scegliere le armi e i modi con cui combatterla. Ma noi intendiamo perseguire questa prospettiva storica di liberazione dell’umanità che rappresenta il fondamento irrinunciabile del nostro essere comunisti.