Movimenti sull’acqua, da Roma a Città del Messico

Una fontana che zampilla e poi diventa un distributore a pagamento. È il logo che racchiude il senso del primo Forum dei movimenti per l’acqua, in corso a Roma nell’aula consiliare del municipio XV (via Mazzacurati 73-75 a Corviale), che si conclude oggi. Tre giorni di confronto, anche in forma seminariale, al termine di un percorso per tappe che ha coinvolto realtà di movimento impegnate nella difesa dei beni comuni e nelle lotte territoriali contro le privatizzazioni dell’acqua: dal Marocco all’Honduras, al Venezuela, all’Italia (fra gli altri, Emilio Molinari, Alex Zanotelli, Riccardo Petrella). Un successo di pubblico oltre ogni aspettativa: più di 600 le presenze registrate. «Un compito non facile, considerando che a Roma l’acqua c’è, è buona e non è cara – dice Sara Vegni, del Coordinamento romano per l’acqua e di Attac – costa molto di più quel che l’Acea fa pagare ai comuni di Frosinone e Peschiera, che pur si trovano sulla linea delle fonti idriche». Ma il problema è appunto andare al di là dei vantaggi apparenti e scorgere in nuce un processo di «colonizzazione da parte di Acea» e il modello di gestione iniqua che, a partire dal ricco Nord, cerca d’imporsi a livello mondiale. Lo sanno bene i popoli dell’Africa e del Latinoamerica, costretti a battersi per usufruire di una risorsa troppo appetibile per i grandi gruppi multinazionali. Ma proprio dal Sud del mondo, vengono oggi suggerimenti innovativi come quello della Mesa tecnica de agua, illustrato dal venezuelano Santiago Arconada: un’esperienza in cui cittadini e tecnici, decidono insieme la gestione dell’acqua a seconda dei bacini idrogeologici. Una soluzione semplice a fronte di quella, macchinosissima, esistente nelle province italiane. Il problema, come sempre, è il contrasto tra bisogni dei popoli e interessi dei poteri forti, che condizionano il possesso dei beni comuni al ricatto degli «aggiustamenti strutturali» e delle privatizzazioni. «Succede – dice Renato Di Nicola, esponente di uno dei comitati territoriali che hanno organizzato il Forum – che se un paese africano che possiede il petrolio lo vende per costruire con i proventi reti idriche, non può farlo». Perché? «Perchè la Banca mondiale non dà la copertura finanziaria, che invece concede alle multinazionali, secondo i meccanismi del libero mercato: una specie di grottesco welfare dei potenti». Che fare, allora? Dal Forum dei movimenti vengono proposte concrete come quelle contenute nel volume «Ripubblicizzare l’acqua», che Mc editrice ha presentato al convegno. «A Caracas – continua Di Nicola – è stato prodotto un testo operativo che riflette anche su un concetto di pubblico in termini comunitari e sociali. Si è creato un network internazionale che intende pesare sulle decisioni».

Perciò, Corviale guarda a Città del Messico, dove dal 15 marzo in poi si svolgerà un controforum alternativo a quello dell’Onu e della Banca mondiale. «I beni comuni – dichiara Giuseppe De Marzo di A Sud – sono il territorio condiviso in cui i movimenti stanno costruendo percorsi di democrazia sostanziale. Chiediamo chiarezza alla politica: non si può essere per l’acqua pubblica in Italia, e per la liberalizzazione nei grandi organismi internazionali come Wto e Banca mondiale, che ancorano i costi e i finanziamenti alle privatizzazioni. Non si può ignorare il ruolo delle aziende di casa nostra come Acea nei conflitti geopolitici del Sud del mondo». Al contrario – ribadisce il Forum dei movimenti – l’acqua deve diventare «elemento di pace, di solidarietà e di alleanze fra i popoli».