Mosca, fiume di bandiere rosse nel 60°

La prima volta per un presidente Usa

Nell’anniversario della vittoria sul nazismo, Putin tende la mano a Bush. «Mai più guerre, né fredde né calde»

Sventolìo di bandiere rosse con la falce e il martello, veterani con le insegne e le decorazioni sovietiche e perfino ritratti di Stalin (anche se non se li è trovati proprio davanti agli occhi): presenziando ieri alla solenne parata militare sulla Piazza rossa per il 60° della vittoria sul nazismo, George Bush ha dovuto ingoiare il rospo, per superare le polemiche dei giorni scorsi con Putin e non spingere i rapporti verso una rottura, o comunque una fase di gelo, che ora come ora non conviene a nessuno dei due. Per questo nel colloquio che si è svolto fra i due domenica sera, subito dopo l’arrivo dell’ospite americano dalla tappa in Olanda (e da quella precedente e più problematica in Lettonia), si è messo l’accento su ciò che oggi unisce, come la lotta contro il terrorismo – anche se poi ciascuno la tira dalla propria parte – e la questione del Medio Oriente; e Putin ha ripagato ieri mattina con un discorso equilibrato e a tratti caloroso nel quale ha affermato fra l’altro che «non può esserci alternativa alla nostra fratellanza e alla nostra amicizia». Un discorso, va detto, che ha sottolineato pienamente la eccezionalità dell’avvenimento: non solo per la cinquantina di capi di Stato e di governo presenti alla celebrazione (incluso l’italiano Berlusconi) ma anche perché era la prima volta di un presidente americano a una parata militare a Mosca, ed anche la prima volta che un rappresentante del Giappone, il premier Koizumi, partecipava a una celebrazione per la fine della seconda guerra mondiale in Europa (e la cosa è tanto più rilevante se si considera che Mosca e Tokyo non hanno ancora firmato un trattato formale di pace e che resta aperto fra loro il contenzioso sulle isole Curili).
La parata militare – più contenuta nei numeri ma altrettanto fastosa di quelle dell’era sovietica – è cominciata verso le 10. Fino a poco prima pioveva, Bush e Putin con le rispettive mogli si erano incontrati sotto gli ombrelli, che avevano opportunamente inclinato per offrirsi ai fotografi; ma l’aviazione russa ha riservato agli ospiti una piccola sorpresa, «bombardando» le nuvole con agenti chimici e facendole così dissolvere almeno per tutto il tempo della cerimonia, secondo una tecnica già usata per le Olimpiadi del 1980; una piccola «vittoria» supplementare alla quale Putin non ha voluto rinunciare. Per assistere alla sfilata i due leader erano seduti l’uno accanto all’altro, chiacchierando e sorridendo come vecchi amici (un altro segno dell’armonia ritrovata nelle due ore di incontro della sera prima nella dacia del capo del Cremlino, seguita da una cena con le signore Ludmyla e Laura); intorno a loro gli altri statisti convenuti per l’occasione e numerosi veterani della guerra con tutte le loro decorazioni. I reparti hanno sfilato in modo impeccabile, con le bandiere dell’epoca e anche con uniformi «storiche», anche q ui seguiti da gruppi di veterani visibilmente commossi. A chiusura della parata, dopo l’esecuzione dell’inno nazionale che riprende le note di quello sovietico, sono sfrecciati nel cielo gli aerei della pattuglia acrobatica lasciandosi dietro scìe di fumo bianco, rosso e blu, i colori della bandiera nazionale russa; quindi tutte le delegazioni si sono recate a piedi alla tomba del Milite ignoto dove ciascuno ha deposto un garofano rosso.

Il discorso di Putin è stato, come si è detto, tanto solenne quanto calibrato ed è culminato nella esortazione: «Mai più guerra, né fredda né calda». Il leader del Cremlino ha esordito congratulandosi con gli ospiti «per questa celebrazione di pace e del trionfo della giustizia, per questo giorno che segna la vittoria del bene sul male e della libertà sulla tirannia» (replica implicita a chi come Bush e i leader baltici ha parlato nei giorni scorsi di passaggio, allora, da una dittatura all’altra, ndr); e ha ricordato come «il mondo si sia trovato a quel tempo sul punto di cadere in un abisso senza più ritorno». La seconda guerra mondiale – ha proseguito – «trascinò nel sui inferno sessantuno Paesi e quasi l’80% della popolazione della Terra. Ma gli eventi più spietati e decisivi, gli eventi che determinarono il dramma e il risultato di questa guerra disumana, si svilupparono sul territorio dell’Unione sovietica»; ed ha quindi citato «le battaglie di Mosca e di Stalingrado, il coraggio dell’assediata Leningrado e il successo a Kursk e sul Dniepr» come eventi «decisivi» per l’esito del conflitto. «Con la liberazione dell’Europa e la battaglia per Berlino – ha detto ancora – l’Armata rossa portò la guerra alla sua vittoriosa conclusione». Putin ha quindi reso omaggio «al coraggio di tutti gli europei che resistettero al nazismo» ed ha auspicato che tutti insieme si possano «fare grandi progressi verso il nobile obiettivo di garantire la pace e la tranquillità in Europa».

Un discorso, come si è detto, di tono distensivo che Bush ha sicuramente apprezzato; forse per questo, ripartito dopo la cerimonia alla volta della Georgia di Sakashvili per una visita che, come quella sul Baltico, ha suscitato irritazione a Mosca, ha evitato al suo arrivo a Tibilissi i toni di Riga ed ha anzi sottolineato la «significativa cooperazione russo-georgiana contro il terrorismo», con evidente riferimento alla vicenda dei combattenti ceceni rifugiatisi nella Gola di Pankisi al confine tra Georgia e Cecenia. Il colloquio Putin-Bush di domenica sera non è stato l’unico incontro di vertice ai margini delle celebrazioni, che hanno fornito l’occasione per un vero e proprio intreccio di alta diplomazia. Così oltre al presidente americano Putin ha visto in separati colloqui il cinese Hu Jintao (il quale ha annunciato che in agosto sarà a Mosca in visita ufficiale), il giapponese Koizumi, il tedesco Schroeder, il francese Chirac ed altri ancora. Anche Berlusconi ha visto sia Bush che Putin e si è attribuito il merito di «averli convinti a fare pace» dopo le polemiche dei giorni scorsi, aggiungendo di aver reso omaggio ai soldati vittoriosi e ai caduti di sessant’anni fa che – ha detto – «non erano comunisti ma patrioti»: ognuno evidentemente si consola come può. C’è stata anche una riunione di rappresentanti del Quartetto di Madrid sul Medio Oriente per discutere sui modi di rilanciare il processo di pace israelo-palestinese, riunione alla quale hanno partecipato i ministri degli Esteri russo Lavrov e americano Condoleeza Rice, il segretario dell’Onu Kofi Annan e il responsabile Esteri dell’Unione europea Solana. Dalle celebrazioni del passato alle azioni concrete del presente, insomma, guardando alla prospettiva – per dirla ancora con Putin – di «un ordine mondiale fondato sulla sicurezza e la giustizia e su una nuova cultura di relazioni fra le Nazioni». Amici malgrado tutto, insomma, anche in un certo senso per stato di necessità; al di là delle belle parole e dei sorrisi, tuttavia, i problemi restano quelli che sono.