Morti all’università, cecchini sui tetti: coprifuoco a Beirut

Un rigido coprifuoco notturno è entrato in vigore ieri sera alle 18.30, ora italiana, in tutta Beirut, dopo una giornata di scontri di rara violenza esplosi all’università della capitale libanese tra studenti di fazioni opposte, in cui cinque giovani sono stati uccisi e altre decine di persone ferite, tra cui 13 soldati. Vittime che vanno ad aggiungersi ai cinque morti di martedì, durante lo sciopero generale proclamato dai sindacati e dall’opposizione guidata dal partito sciita Hezbollah.
Ma quella di ieri verrà ricordata come la giornata in cui sono riapparsi i cecchini, per la prima volta dalla fine della guerra civile, a conferma che la crisi interna sta precipitando e che senza una soluzione politica immediata il Libano rischia una nuova catastrofe. Soprattutto se gli Stati uniti e alcuni governi occidentali continueranno a premere sul primo ministro Fuad Siniora affinché non raggiunga un compromesso con Hezbollah, che da mesi chiede la formazione di un governo di unità nazionale. In serata, di fronte alla gravità dei fatti, è sceso in campo anche il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, che ha addirittura emesso una fatwa per riportare la calma. «E’ un dovere religioso e nazionale abbandonare le strade e lasciarle all’esercito libanese», ha detto in un messaggio audio trasmesso dalla televisione Manar. «E’ presto per fare accuse ma è chiaro che vi sono alcune parti che incitano all’uso delle armi e alla guerra civile», ha aggiunto il leader sciita. Poco prima, da Parigi, il premier Fuad Siniora – che nella capitale francese ha raccolto, almeno sulla carta, oltre 7 miliardi di dollari – aveva rivolto un appello alla calma e alla convivenza.
Siniora tuttavia avrebbe fatto meglio ad indirizzare il suo messaggio agli alleati di governo. Ieri infatti le testimonianze concordavano nell’attribuire la responsabilità delle aggressioni ai militanti del partito Mustaqbal, guidato da Saad Hariri, il figlio dell’ex premier musulmano sunnita Rafiq Hariri, morto in un attentato il giorno di San Valentino di due anni fa, assieme ad altre venti persone. Saad Hariri sta evidenziando spregiudicatezza e inesperienza in politica e le sue reazioni scomposte di fatto danno il via libera alle azioni degli attivisti del suo partito, intenzionati a regolare i conti con gli sciiti che «stanno alzando troppo la testa». Secondo la televisione al-Arabiya (di proprietà saudita e quindi lontana da Hezbollah), ieri tutto sarebbe iniziato per un diverbio tra due studenti universitari, sfociato poi in una rissa. Dopo poche ore, ha aggiunto l’emittente, gli studenti di opposizione sono stati circondati all’interno dei cancelli dell’università dai loro colleghi che sostengono i partiti filo-governativi, in particolare Mustaqbal di Saad Hariri. Le violenze si sono poi diffuse anche nelle vicine zone della Città dello Sport e di Kola e nei quartieri di Tariq Jdeide e Mar Elias. Sui tetti di molti edifici hanno quindi fatto la loro apparizione i cecchini che, peraltro, hanno anche aperto il fuoco contro i soldati dell’esercito libanese intervenuti davanti alla sede dell’università.
Durante gli scontri i militanti di Mustaqbal e delle «Forze Libanesi» (guidate dell’estremista di destra cristiano Samir Geagea) hanno bloccato le strade che collegano Beirut con le regioni meridionali e in particolare con Sidone. Sostenitori del partito di Hariri inoltre hanno aggredito l’inviato della tv iraniana al-Alam e sarebbero coinvolti anche nell’incendio scoppiato nella sezione del Partito nazional-sociale siriano (Pnss) nel quartiere Tariq Jdeide di Beirut. I dimostranti hanno anche bloccato a Zahle la superstrada che porta alla Valle della Bekaa.
La lunga giornata di sangue di ieri in Libano si era tuttavia aperta con l’uccisione di un militante del misterioso gruppo islamico Jund al-Sham (Esercito del Levante) e il ferimento di cinque persone negli scontri con i soldati libanesi alle porte del campo profughi palestinese di Ain al-Helwe (70mila abitanti), alla periferia di Sidone. La sparatoria era scoppiata quando i soldati hanno iniziato a dispiegarsi a Taamir, roccaforte di Jund al-Sham e rifugio di molti criminali comuni situato tra un posto di blocco dell’ esercito e l’ingresso del campo profughi.