Morire sul lavoro: 25 vittime in 9 giorni

Nei primi nove giorni di quest’ anno, in Italia, i morti per incidenti sul lavoro sono stati 25. Quasi 3 al giorno, secondo i dati della Cgil. Tanti. Ma la cosa più drammatica è un’ altra: se non ci fossero di mezzo 25 persone che non ci sono più e 25 famiglie che non si danno pace, si potrebbe quasi dire che è andata bene. La media degli ultimi anni, purtroppo stabile, è ancora più alta: 3,5 morti al giorno, secondo il linguaggio un po’ irreale della statistica. Non basta, però, per sperare in una diminuzione: molti dei giorni presi in esame sono festivi, con meno lavoro e quindi meno incidenti; e poi il numero certo delle vittime si sa solo a distanza di qualche settimana. I PRIMI GIORNI – Quello della Cgil è solo un dato parziale, costruito sommando le notizie che arrivano dagli uffici locali. I dati ufficiali li ha l’ Inail, l’ Istituto nazionale per l’ assicurazione contro gli infortuni sul lavoro. Le denunce presentate finora parlano di 10 morti, quasi tutti concentrati nel settore dell’ industria (9), più uno nell’ agricoltura. Ma è la stessa Inail a dire che la cifra è destinata a crescere, perché la burocrazia ha i suoi tempi. Un esempio: la scorsa estate il confronto tra i primi sei mesi del 2006 e i primi sei mesi del 2005 aveva fatto tirare un sospiro di sollievo: numero dei morti, meno 0,8 per cento. Ripetuto il confronto a qualche mese di distanza, quando i dati 2006 si erano ormai consolidati, la situazione si era capovolta. L’ Anmil – l’ Associazione nazionale mutilati e invalidi del lavoro – si era accorta che il numero delle vittime non era diminuito ma cresciuto dello 0,8 per cento. Nessun errore di calcolo. Solo che nel frattempo si erano aggiunti gli infortuni non ancora denunciati, quelli per cui gli accertamenti erano andati per le lunghe e soprattutto le persone che non erano morte sul colpo ma (e sono tante) dopo un ricovero in ospedale. Discorso a parte per il numero degli incidenti, non solo mortali ma anche più lievi. Nei primi otto giorni dell’ anno – uno in meno rispetto al campione dei morti – sono stati secondo la Cgil 22.804, 2.800 al giorno. Una media più alta rispetto a tutto il 2005 (i dati del 2006 sono ancora parziali) ma il periodo preso in considerazione è troppo piccolo per fare confronti. In ogni caso appare chiaro che l’ inizio del 2007 non ha portato quel miglioramento invocato più volte dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. DATI SOMMERSI – Anche perché i numeri ufficiali lasciano fuori una parte della realtà. Spiega Paola Agnello Modica, segretario nazionale della Cgil con delega per la sicurezza: «Le nostre stime dicono che ogni anno ci sono almeno 200 mila infortuni che non vengono denunciati perché frutto di lavoro nero. Oppure vengono sì denunciati ma come incidenti domestici». E il numero di morti? «Su questo dare dei numeri è impossibile. Ma succede che gli abusivi deceduti nei cantieri vengono abbandonati nelle discariche». Non solo. Ci sono poi le persone che la vita la perdono non perché cadono da un ponteggio o da una scala ma per una malattia collegata al lavoro. Anche qui niente numeri ma una stima dell’ Oil, l’ Organizzazione internazionale del lavoro: ce ne sono 4 per ogni persona morta in un incidente. E se nel 2005 le vittime sono state 1.280, il risultato (più di 5 mila) parla da solo. INDENNIZZI – Nel corso degli anni l’ Inail – l’ Istituto che paga le pensioni alle vittime e ai loro familiari – ha accumulato con i contributi un avanzo economico che ormai supera gli 11 miliardi di euro. Una somma – accusa Pietro Mercadelli, presidente dell’ Anmil, l’ Associazione delle vittime degli incidenti – che «viene utilizzata dal ministero dell’ Economia per finanziare la spesa pubblica invece che per migliorare le prestazioni ai lavoratori infortunati o ai loro familiari». La perdita di un piede o di un occhio dà diritto al 30 per cento di invalidità: «Nel 2000 – spiega Mercadelli – l’ indennizzo mensile era di 376 euro, adesso di 396. È stato rivalutato del 6 per cento contro il 12 che si avrebbe secondo la dinamica Istat. Una perdita secca di 300 euro l’ anno».