Morire di uranio, Martino mette il silenziatore

Si può morire di guerra anche senza combattere. E si può morire di guerra ed essere poi dimenticati. Lo sanno bene i familiari dei 45 militari uccisi
dai tumori che hanno scoperto di avere al ritorno dalle loro missioni all’estero. Poco importa poi se nel rapporto che il ministero della Difesa ha inviato al Parlamento ne vengano citati solamente 28. Il dato, diffuso dalle associazioni dei familiari morti per causa di servizio, ossia stroncati da mali incurabili comparsi al ritorno da una delle tante missioni, parlano chiaro: 45 morti e 305 militari in cura nei diversi centri per cura tumori d’Italia. «Il ministero della Difesa ha presentato al parlamento una relazione in cui vengono citati 28 soldati italiani stroncati da linfomi e cancro – dice Falco Accame, responsabile dell’associazione Anavafav – ma si tratta di dati molto al di sotto di quelli ufficiali o quantomeno noti a noi».
Nella relazione presentata del ministero di Martino, infatti, si parla di 28 militari deceduti per tumori comparsi dopo la loro presenza in Bosnia e Kosovo e inoltre si riferisce di altri 158 militari che continuano a lottare contro la comparsa del cancro. «Non riusciamo sinceramente a capire come mai non sia stato fatto uno studio su tutte le missioni – prosegue Accame -. I dati in nostro possesso sono molto più allarmanti. Parliamo infatti di 45 morti e almeno 300 militari che continuano a lottare contro il male sorto dopo le missioni avvenute non solo in Kosovo ma anche in Albania, nella Guerra del Golfo, in Iraq e in tutte le altre che ci sono state in questi anni». Ricordando poi che sui morti per «possibile contaminazione da uranio impoverito non si possono avere certezze» Accame ricorda che «dovrebbe essere cura del Ministero dell’Interno e della Difesa fornire quei dati necessari per avere una visione completa e uno scenario meglio definito per poter studiare il fenomeno tanto sui militari quanto sui civili che risiedono vicino alle basi militari».
Non risparmia critiche e contestazioni neppure alla commissione parlamentare sull’uranio impoverito. «Sino a oggi non è stato fatto nulla di concreto – continua – sarebbe bastato che la commissione incrociasse i dati che abbiamo noi, con quelli delle altre associazioni, Osservatorio militare compreso e ministeri, per avere un quadro più completo».
I dati forniti dal ministero non soddisfano neppure Domenico Leggiero, responsabile del comparto Difesa dell’Osservatorio militare. «Secondo quanto ci risulta i militari morti per malattie contratte nel corso delle missioni all’estero dal 2000 ad oggi – fa sapere – sono 45, non 28, mentre i malati sono attualmente 306, tra cui tre donne». Secondo gli studi effettuati dall’Osservatorio Militare, «il problema non sarebbe circoscritto solo ai Balcani. Tra i malati – continua Leggiero – figurano una quindicina di militari che hanno operato in Iraq ed in Afghanistan ma che in precedenza non erano stati impiegati in missione nei Balcani».
Salvatore Pilloni è un camionista in pensione e padre di Giovanni, il militare che ha scoperto di essere ammalato di cancro alla fine dell’ultima missione militare. In questi mesi Salvatore Pilloni ha girato buona parte delle città militari d’Italia per denunciare «l’assenza dello stato davanti ai drammi delle famiglie dei militari dimenticati». «Da tempo sto combattendo assieme ai familiari dei 45 soldati morti e agli altri perché venga fatta giustizia e perché questi giovani che hanno dato la vita per lo stato non vengano dimenticati, dato che nessuno sembra voler rispondere alle nostre richieste». Proprio per questo motivo assieme ai familiari delle altre vittime, ha annunciato una nuova serie di mobilitazioni. «Siamo pronti a manifestare nuovamente davanti al parlamento – conclude – non si possono abbandonare in questo modo i ragazzi che si sono spesi per lo stato».