Moratti tenta il blitz e chiede la fiducia

La ministra deve candidarsi a Milano e punta a riformare la docenza universitaria con un maxiemendamento e senza discussioni. Una cosa è sicura: i ricercatori spariranno per legge. Per questo oggi gli atenei presidiano palazzo Madama

Due blitz e una protesta nazionale. Università e ricerca nel caos, con la riforma della docenza degli atenei che attende ancora l’ultima legge fatta in Casa e a colpi di fiducia per blindare il dibattito e sbloccare a passo di carica la situazione. Letizia Moratti si presenta stamattina in senato con alle spalle un duplice blitz: contro le università e contro il parlamento. Fuori dall’aula incontrerà ad attenderla centinaia di docenti, studenti, rettori, ricercatori e precari che protestano da anni contro il suo progetto riformatore. Una legge delega modificata più volte che cancella i ricercatori (tra 8 anni spariranno) e che ridisegna il reclutamento e il funzionamento della didattica e della ricerca pubblica. Fin qui, almeno, il testo noto, perché da ieri in senato si rincorrono le voci su un ormai canonico maxiemendamento che riscriverebbe in un colpo solo l’intero testo approvato dalla camera. Un colpo di mano che, secondo il presidente della commissione cultura di palazzo Madama Franco Asciutti (Fi), si concluderà addirittura con la ciliegina del voto di fiducia. Una blindatura che impedirebbe immediatamente ogni discussione in aula e porterebbe a un’approvazione di un testo prendere o lasciare. Del resto, spiega Giuseppe Valditara, il responsabile di An del settore: «Riformare l’università italiana è necessario e urgente». «Stiamo assistendo a una sconfessione gravissima della sede parlamentare – tuona Giampaolo D’Andrea della Margherita – il senato approverebbe una legge scritta fuori dalle sue stanze e senza averla discussa neanche per un minuto». Una settimana fa infatti il centrodestra aveva deciso improvvisamente di inviare il testo direttamente alla discussione e al voto in aula, senza relatore e così come approvato dalla camera. Il regolamento del senato lo consente per evitare pratiche ostruzionistiche in commissione ma in questo caso l’ostacolo è stato più che altro la confusione della stessa maggioranza in materia di università e i desideri di una ministra che in predicato di candidarsi a sindaco di Milano forse ha bisogno di qualche risultato da presentare in materia di atenei.

Ieri Marcello Pera ha preso atto della decisione della maggioranza di invertire l’ordine dei lavori e di puntare sulla riforma delle università a scapito di quella, che solleva polemiche da mesi e mesi, sul risparmio e sulla Banca d’Italia. Una corsia preferenziale fulminea che lascia intuire che la Cdl punta al colpo di mano, infischiandosene delle vere priorità del paese. L’opposizione ha protestato, a lungo ma con le mani legate, anche perché a palazzo Madama i lavori erano durati solo 40 giorni e le varie commissioni dovevano ancora rilasciare i pareri obbligatori. A dimostrazione dell’assurdità della situazione, il nulla osta della commissione bilancio alla fine è arrivato, ma cancella con un tratto di penna interi articoli della legge perché privi di copertura finanziaria (quello sul sistema di valutazione, per esempio). Una riforma che per di più per ora prevede di essere fatta a costo zero, cioè «senza maggiori oneri per lo stato». Una tigre di carta che serve forse a segnare un risultato per la ministra candidata a Milano e che per questo rischia di essere approvata entro l’anno: alla camera infatti i tempi tecnici per il via libera finale ci sarebbero.

Logico che di fronte a tanta arroganza l’opposizione policentrica e dal basso dentro gli atenei trovi nuova linfa. I ricercatori non vogliono sparire. I docenti non vogliono essere divisi in facoltà di serie A e di serie Z, con discipline professionalizzanti come ingegneria e giurisprudenza che avranno campo libero nel triplo lavoro e quelle che fanno ricerca di base costrette a reperire sul mercato fondi con il lanternino. A Roma La Sapienza ieri una cinquantina di docenti, precari e studenti hanno occupato il rettorato e ottenuto dal rettore Renato Guarini l’impegno a organizzare una conferenza contro il ddl Moratti. Anche gli organi accademici degli atenei di Bari, L’Aquila, Padova, Potenza, Pisa, Siena e Torino hanno criticato duramente la decisione della Cdl e annunciano agitazioni se la legge sarà approvata dal senato. Mai prima d’ora un ddl di riforma dell’università è stato bocciato da tutti i soggetti che negli atenei vivono e lavorano: studenti e professori, ricercatori e precari, tutte e 14 le organizzazioni della docenza all’unanimità, i massimi organi accademici come il Cun, la Conferenza dei rettori e quella dei presidi. Per questo oggi c’è un presidio democratico davanti al senato. L’università che resiste batterà un colpo.