Morales: «Ricatti e intimidazioni» Usa

Sarà anche vero che nella campagna elettorale del dicembre scorso, conclusa con la trionfale elezione di Evo Morales e Álvaro García Linera, per una volta l’ambasciatore Usa a La Paz, comunemente conosciuto solo come «il vicerè», abbia mantenuto un profilo basso e non abbia troppo interferito. Un silenzio in parte attribuito al fatto che David Greenlee ha una moglie boliviana e che García Linera ha svolto un eccellente lavoro di contatti e mediazioni. Sarà anche che sia pure con grande ritardo il presidente George Bush si è degnato finalmente di telefonare a Evo Morales per congratularsi con lui – che la sua amministrazione usava definire un «narco-terrorista». Sarà che Evo Morales si è mostrato cauto e prudente rispetto agli Stati uniti nei suoi primi tempi di governo. Però è bastato un mese e mezzo perché cominciassero le prime botte d’assaggio. Botte portate se non dall’ambasciatore a La Paz da un generale nord-americano (il che è stato considerato un ulteriore insulto). Il generale Usa Daniel Barreto ha comunicato per lettera al presidente Morales la prossima sospensione delle attività di cooperazione con la Fuerza de Lucha Contra el Terrorismo boliviana. Decisione apparentemente bizzarra per un paese che ha fatto della lotta globale al terrorismo internazionale la sua ragione di vita e che denuncia spesso le infiltrazioni di al-Qaeda e soci in America latina. Il generale Barreto scrive che in Bolivia «non esistono le garanzie che la lotta contro il terrorismo continui». Parole che equivalgono a un atto d’accusa. Forse dovute al fatto che Morales appena entrato a Palacio Quemado il 22 gennaio scorso ha avviato un radicale cambio nei comandi delle forze armate, mandando in pensione generali che probabilmente piacevano a Washington e promuovendone altri che probabilmente non piacevano a Washington. Evo Morales ovviamente l’ha presa male e ha definito la lettera del generale «un ricatto e una intimidazione». Se è cominciata l’opera di deligittimazione, isolamento e destabilizzazione della nuova Bolivia lo si vedrà presto.

Nonostante la prudenza, la direzione presa dal governo Morales non deve piacere a Washington e altrove. Lunedì il ministro della pianificazione Carlos Villegas ha annunciato che lo Statoi riassumerà il controllo delle 10 imprese privatizzate una decina d’anni fa nel primo governo di Sanchez de Lozada (fuggito a Miami). Imprese che operano in tutti i settori strategici (petrolio, telecomunicazioni, miniere, ferrovie, linee aeree) che saranno o ricomprate dallo Stato o riacquisite «con decisoioni politiche» del governo che obblighino gli azionisti stranieri a negoziare. Anche «la rivoluzione culturale e democratica» promessa da Evo per «rifondare» la Bolivia comincia a farsi strada: ieri il presidente ha firmato la legge approvata sabato dal Congresso che convoca l’assemblea costituente e il refrendum sulle autonomie regionali. I 255 membri della costituente, con larghissima presenza indigena, saranno eletti il 2 luglio (lo stesso giorno del referendum sulle autonomie) e avranno un anno per riscrivere la costituzione della nuova Bolivia.