Morales: «A un passo dal governo»

Ha preso un po’ da Chavez e un po’ da Fidel, Evo Morales, e negli incontri con la stampa è fluviale. Tanto fluviale che, mentre parla per un’ora e mezza davanti a un gruppo di giornalisti esteri, il suo vicepresidente Alvaro Garcia Linera a un certo punto non ce la fa più, e se ne va.

In questo momento le elezioni sono in sospeso per il cosiddetto «problema dei seggi». Ha paura di colpo di stato?

Non è un probema di seggi, è un problema politico. Adeguare il numero dei seggi alla popolazione del’ultimo censimento salta fuori solo adesso, molto dopo la convocazione delle elezioni. E io so perché: perché tutti i sondaggi dicono che il Mas sta vincendo, e chi perde vuole rinviare le elezioni. Ho informazioni di prima mano: i partiti politici di destra cospirano contro la democrazia, dicono di non avere più legami con le dittature passate ma non è vero, e ora che rischiano la sconfitta vogliono abbattere la democrazia. I partiti di destra e le transnazionali, orchestrati dall’ambasciata Usa, avevano tre soluzioni. La prima, far vincere Tuto Quiroga alle elezioni, e l’ambasciatore americano ha persino cercato di far rinunciare l’altro candidato di destra, Doria Medina, per facilitare Quiroga. Ma adesso è troppo tardi, allora seconda soluzione: sospendere le elezioni usando la questione dei seggi, per aggregare tutti i partiti di destra e cercare di dividere il Mas dai movimenti sociali. Se non ce la fanno, terza opzione: farla finita con la democrazia. Ci avevano già pensato dopo la rinuncia di Hugo Banzer, dopo la guerra dell’acqua, della coca e tutto il resto: c’era una lista di nomi da uccidere: Evo Morales, Felipe Quispe, Oscar Olivera… Un piccolo golpe di qualche settimana, per rimettere le cose a posto.

Ma è così sicuro di vincere?

Ho qui un sondaggio fatto proprio dall’ambasciata americana: danno il Mas primo con 13 senatori (la maggioranza è 14, ndr) e in generale ci danno al 35%, meglio di molti sondaggi cosiddetti indipendenti. Dopo essere stati per secoli una colonia, siamo a un passo dal governo, che è proprio qui dietro, in terra aymara.

Cambierete la costituzione?

Vogliamo un’assemblea costituente che cambi il nostro paese e lo trasformi in una vera democrazia. Il Mas sta già applicando alcune norme drastiche: un sindaco eletto non può fare il deputato fino alla fine de suo mandato di sindaco, e così un deputato non può fare il sindaco, o il senatore, fino a fine mandato. In questo paese invece, quando al governo serve un voto decisivo un ministro si dimette per un giorno, torna deputato, vota a favore e il giorno dopo viene rinominato ministro. Ecco, è il genere di cose per cui vogliamo l’assemblea costituente. Cambieremo, ma lo faremo in democrazia.

Quindi perché vi si teme? C’è chi parla di terrorismo.

E’ uno sviluppo in più, molto latinoamericano, della «guerra preventiva». Negli anni 70 ci avrebbero dato dei comunisti, negli anni 80 e 90 dei narcotrafficanti, nel Duemila si viene accusati di essere terroristi.

E’ disponibile o no a nazionalizzare le risorse naturali boliviane, a cominciare dagli idrocarburi, come le viene chiesto da molti movimenti sociali?

Esiste un sentimento nazionale sul recupero delle risorse naturali, in termini popolari si chiama desiderio di nazionalizzazione. Ora come ora il gas sottoterra è della Bolivia ma quando ne esce è di chi lo commercializza. I diritti «in bocca di pozzo», dicono i contratti. Bene, secondo noi sono giuridicamente incostituzionali. Il Mas raccogliendo la proposta dei movimenti sociali che vogliono la nazionalizzazione, dice che in sostanza per noi si tratta di esercitare il diritto di proprietà, legalmente e economicamente. Ma c’è da tentare di evitare conflitti internazionali. Quindi chiediamo una nazionalizzazione concertata, che significa controllare i contratti attualmente vigenti. Se ci sono trasnsnazionali che per esempio non pagano tasse, o fanno contrabbando, si annullino i contratti. La nostra proposta in parlamento è stata il 50% di royalties. Se il parlamento l’avesse approvato, Carlos de Mesa sarebbe ancora presidente. Ma alcune imprese hanno resistito ed è successo quel che è successo. Oggi i proventi degi idrocarburi boliviani sommano a 1.500 milioni di dollari l’anno. Con la nostra proposta lo stato avrebbe 750 milioni di dollari in più. Con l’imposta sugli idrocarburi che è passata, invece, la Bolivia prende solo 400 milioni di dollari. Fare a metà è un modo di avere soci e non padroni. Abbiamo l’obbligo di industrializzare il paese, la Bolivia non può continuare a essere un puro esportatore di risorse. E’ arrivata l’ora di industralizzarci, e avremo bisogno di soldi per farlo. Con cooperative, accedendo al credito, e infine cercando soci. Del resto Fidel ci proponeva di lasciare alle transnazionali il 60% finchè non recuperano l’investimento speso nelle ricerca del petrolio, e poi l’80% al paese e il 20 all’impresa. E Chavez cerca soci cinesi per limitare la superbia delle transnazionali occidentali…