Moody’s: gli investitori puntano su Prodi per le riforme

«Non prendo posizione, noto quel che dicono i miei clienti». Non ha l’aria di interessarsi al caso politico che ha appena scatenato, Sara Bertin, mentre sorseggia un tè stesa su un divano di velluto rosso del Grand Hotel et de Milan, a due passi dalla Scala. Vicepresidente di Moody’s, l’agenzia globale che valuta la credibilità finanziaria di Stati e imprese, la signora Bertin sembra soprattutto stremata dalla sua missione. E’ in Italia per la seconda volta in pochi mesi: a maggio, l’allora ministro dell’Economia Domenico Siniscalco la portò da Silvio Berlusconi, perché spiegasse al premier il suo punto di vista sui conti del Paese. Su quella visita non commenta, ma ora l’analista di Moody’s nota che «gli osservatori internazionali» pensano che le riforme disperatamente necessarie all’economia italiana sarebbero «più probabili» con un governo di Romano Prodi. Se le si chiede di identificare più precisamente tali osservatori, Sara Bertin sembra stupita. Una sorpresa proporzionale al peso dei capitali internazionali che finanziano metà di un debito pubblico italiano da oltre 1.500 miliardi. «Chi sono gli osservatori? I nostri clienti: banchieri d’affari, partecipanti al mercato, economisti – risponde -. Non è la mia opinione, è ciò che sento dire da loro». Vero, che una simile apertura di credito può apparire sorprendente: in fondo, molto approssimativamente, si parla degli stessi ambienti che avevano deriso il candidato premier dell’Unione quando annunciò che l’Italia sarebbe entrata nell’euro entro il ’99 e poi per il suo lavoro alla Commissione europea. Con senno di poi le cose a Sara Bertin sembrano diverse. «Quel tipo, Prodi, si presenta con una reputazione – spiega -. Se si guarda a quel che ha fatto da premier e poi quel che ha fatto a Bruxelles, ha esperienza».
Un altro sorso di tè, poi la messa a punto dell’analista: «Non che il governo di centrodestra in questi cinque anni non abbia fatto niente: c’è la Legge Biagi sul mercato del lavoro, la riforma delle pensioni e altre». Del resto proprio Moody’s di recente è stata la più clemente delle agenzie che mettono fanno la pagella al debito italiano. A differenza di Standard & Poor’s non ha mai declassato il Paese e mantiene un «voto» superiore ai concorrenti; a differenza di Fitch non ha mai neppure annunciato le «prospettive negative» di chi rischia una bocciatura. E non intende farlo ora. In fondo neppure le sue previsioni sul 2006 sono distanti da quelle del governo: crescita attorno all’1%, deficit al 4% del reddito nazionale, un debito che smette di salire. Ma come le altre due agenzie, Moody’s è sempre più concentrata sul rischio politico per l’economia. «Avete sempre sofferto di governi brevi, incapaci di fare riforme di respiro – sostiene -. Ora invece l’instabilità ha un volto diverso: continue dispute nei partiti della maggioranza. Per questo, un gran numero di partiti in una coalizione non aiuta». Ma proprio le difficoltà del Paese rendono Sara Bertin quasi ottimista: l’Italia fa le riforme più dolorose quando ha le spalle al muro, dice. E ora il numero delle opzioni disponibili si fa ristretto. «Uscire dall’euro? Sarebbe l’insolvenza immediata, l’euro che crolla, il dollaro alle stelle, le banche centrali asiatiche che iniziano a strillare… Impossibile». Più realistico, spiega, sperare in nuovi sforzi del Paese per recuperare competitività e quote di export dopo un crollo del 40% dal ’99. Il vero rischio è quello di privatizzare solo per finanziare il deficit, finendo per impoverire il patrimonio pubblico senza ridurre il debito.
Ma il terremoto delle parole di Moody’s per ora arriva solo alla politica. Per Piero Fassino «sono la migliore smentita a Berlusconi», per Bersani l’agenzia «ha visto l’opera dei due candidati premier e si è fatta un’idea» e Letta taglia corto: «All’estero si guarda ai fatti». Il ministro di An Gianni Alemanno invece invita Moody’s a evitare «pressioni scorrette», il leader dell’Udc Lorenzo Cesa ironizza sulle «riforme di Vladimir Luxuria» mentre il sottosegretario al Welfare Maurizio Sacconi (Fi) si aspetta dall’Unione «solo controriforme».