Monito di Berri all’Unifil II

Una potente esplosione ha svegliato mercoledì notte gli abitanti del quartiere bene di Verdun nella capitale libanese: un ordigno era esploso contro il muro di cinta della caserma di Barbar Kadhem delle forze di sicurezza interna “riformate” dal governo Siniora, provocando danni ma nessuna vittima. Un episodio minore anche se preoccupante in quanto per nulla isolato: domenica scorsa un altro ordigno era esploso alle tre del mattino contro la caserma delle Forze di sicurezza nel quartiere di mar Elias. Secondo la stampa potrebbe trattarsi di una vendetta per l’uccisione, venerdì, di due ragazzi che lanciavano pietre alla volta dei militari nel corso di gravi incidenti scoppiati nella periferia sud di Beirut a maggioranza sciita, tra le forze di sicurezza e gruppi di baraccati e di piccoli abusivi. L’attentato ha contribuito a rendere ancora più tesa la situazione nella capitale libanese, ancora scossa dalla guerra e dalla gravissima crisi economica, nella quale si moltiplicano i segnali di un sempre più profondo malessere sociale, politico e, in parte, confessionale. Malessere che ha già portato ad alcuni scontri armati tra militanti del movimento sciita di i Amal del quartiere di Cheyah e giovani delle destre maronite di Ain Rummaneh e tra i seguaci del partito di Hariri e Siniora (sunnita) e giovani di Amal nella centrale corniche Mazra. Una forte tensione si registra anche nelle stesse istituzioni dove lo scontro tra il fronte del «14 marzo» filo-Usa e filo-saudita (il movimento del futuro di Hariri e Siniora, i drusi di Jumblatt, le Forze libanese di Geagea e i falangisti di Gemayel) e quello «patriottico» (i partiti sciiti Amal e Hezbollah, quello del generale cristiano-maronita «nazionalista» Michel Aoun, parte dei drusi e dei sunniti di Sidone e Tripoli) si va facendo sempre più duro. Al centro dello scontro c’è in gioco la stessa attuazione della risoluzione 1701 sul cessate il fuoco e quindi un futuro disarmo o meno della resistenza libanese.
Sullo sfondo di questo scontro politico interno al Libano il sostegno espresso al premier Fouad Siniora e alla sua politica profondamente contraria ad un governo di unità nazionale, dal presidente del consiglio italiano Romano Prodi nel corso della sua visita a Beirut conclusasi martedì notte, ha suscitato più di una perplessità. Assai duro il noto e diffuso quotidiano progressista libanese, «As Safir» che ha criticato con durezza la decisione del premier italiano di non incontrare il presidente della repubblica Emile Lahoud (cristiano maronita), malvisto dagli Usa e da Chirac per il sostegno dato alla resistenza libanese. Tutto ciò mentre la situazione nel Libano meridionale, dove l’esercito israeliano continua ad occupare il piccolo centro di Ghajar alle pendici del monte Hermon, e la enclave delle «Fattorie di Sheba» occupata nel 1967. Due occupazioni che potrebbero far ripartire la guerra. Lo ha sostenuto ieri in una lunga intervista al quotidiano inglese «The Guardian» il presidente del parlamento libanese Nabih Berri secondo il quale «se Israele non si ritira, dovremo pensarci noi» e in tal caso gli Hezbollah «potrebbero riprendere le loro operazioni militari» contro le forze israeliane. Nabih Berri inoltre, per la prima volta, si è detto preoccupato della possibilità che le forze multinazionali dell’Unifil possano raccogliere informazioni sulla resistenza libanese per conto dei servizi israeliani, aggiungendo «L’Unifil non deve dimenticare che si trova sul nostro territorio e quindi dovrà lavorare nell’interesse del Libano e non in quello di Israele. Se la loro presenza si dovesse rivelare come una difesa di Israele allora non saranno più accettati».