Mondo call center: stress, insonnia, tristezza e insicurezza

Altro che giovani: più di tre quarti dei lavoratori dei call center, almeno in Liguria, hanno un’età compresa fra i 30 e i 59 anni, mentre quelli che vanno dai 20 ai 30 sono solo il 20%. E’ sicuramente il dato che salta immediatamente all’occhio fra i tanti dell’indagine Call centers. Idee per un cambiamento condotta e presentata ieri a Genova dalla Cgil ligure. Il sindacato si è recato in 6 grandi call center (Telecom, Poste, Call&Call, CUP, H3G e ESSETI) della Regione per sottoporre ai “centralinisti” questionari sulle modalità e sulle condizioni psico-fisiche e climatiche nei loro posti di lavoro. Il quadro che ne esce è quello di un settore dove le parole “vivibilità” e “soddisfazione” non trovano asilo. Al contrario, lavorare in un call center significa molto spesso pagare dazio in termini di salute e di relazioni sociali.
Il 70% del campione intervistato risponde che “qualche volta” o “molto spesso” ha avvertito una relazione fra il lavoro svolto e il suo stato psicologico e mentale. In particolar modo questa relazione si individua nei casi d’ansia e irritabilità, di tristezza e depressione e dei disturbi del sonno. Tutte patologie queste che si riscontrano fra i lavoratori dei call center con una frequenza superiore alla media italiana, tanto che gli psicologi che hanno collaborato con la Cgil classificano questi sintomi in un «continuum fra la normalità e la patologia». Fra i principali fattori nocivi per i lavoratori, i ritmi e le condizioni climatiche.

Disturbi vengono rilevati, anche se in percentuali minori, nei rapporti familiari: per il 14% degli intervistati c’è “spesso o molto spesso” un’«incidenza negativa» della condizione lavorativa nei rapporti familiari, per un altro 29, 5% questo succede “qualche volta”. Ma in tre aziende (Poste, H3G e Telecom) il dato è ancora più alto, così da, dicono gli esperti «diventare rilevante e indicativo delle difficoltà di usare il fattore lavoro per stabilire relazioni positive con gli altri» e quindi gli intervistati vivono la condizione lavorativa «come necessità sopportata e non come valore positivo». L’ultima domanda è a risposta libera, a cui hanno risposto 43 lavoratori. Nove di questi manifestano una valutazione «prevalentemente o parzialmente positiva» della condizione lavorativa, 6 dicono di aver raggiunto «un positivo equilibrio personale indipendente dal lavoro» e ben 25 mettono in luce gli aspetti «decisamente critici e problematici».

La ricerca non può essere ovviamente slegata dai contratti, dai salari e dall’orario di lavoro. Tra i 400mila dipendenti del settore, la maggioranza ha ancora contratti a tempo indeterminato, ma la promessa (nel 2004) stabilizzazione dei precari è lontana da diventare realtà. Per esempio, a Call&Call dove entro il 2008 dovrebbero essere assunti il 60% dei dipendenti, ad oggi solo il 5, 2% adesso ha visto questo miraggio. Il rapporto medio generale è di 65 assunti contro 30 a progetto, ma la sensazione di sicurezza non rispecchia questa proporzione: solo 4 su 10 si dicono tranquilli per il proprio impiego mentre quasi il 35% sente di essere precario. E uno su dieci dichiara di avere deciso la condizione provvisoria in cui si trova. Contemporaneamente però, sette intervistati su 10 ritengono che il proprio lavoro non possa avere un’evoluzione positiva all’interno della stessa azienda e altrettanti vedono nero anche sull’ipotesi di poter trovare un’altra occupazione. Questo perché – come detto in precedenza – l’età media è molto alta. Certo è che continuare a lavorare in un posto dove ritieni di guadagnare un salario «molto deludente» non è proprio il massimo. Ma è comprensibile, considerando che le retribuzioni medie oscillano tra i 5 e i 7 euro all’ora, con le punte di ESSETI (in negativo, 5,3 euro) e di Telecom (in positivo, 7,1 euro). Non sorprende insomma che i centralinisti si dichiarino scontenti e sfiduciati.