MODERNISMO DECISIONISTA

Contrariamente a quel che accade nel dibattito internazionale fra gli studiosi di scienze politiche (in questo confronto, infatti, negli ultimi tempi è venuto assumendo un rilievo crescente il rema dell’eccesso di potere che può essere esercitato da presidenti e governi eletti da maggioranze assai ristrette o persino da una quota minoritaria dell’elettorato), nel dibattito italiano sulle materie istituzionali è invece destinata a tenere banco, anche ne1 prossimo periodo, la questione de rafforzamento dei poteri dell’esecutivo: più precisamente del cosiddetto “premierato forte”, che il Polo ha posto al centro della proposta di riforma della Costituzione già approvata dal Consiglio dei ministri e che sembra trovare consensi, o solo un’opposizione molto timida anche in settori dell’Ulivo. Nel mutamento di tendenze che si è verificato su piano internazionale ha sicuramente pesato, e continua pesare, l’impressione suscitata dal caso americane ossia dal potere esorbitante esercitato da un presidente come Bush, che non solo ha avuto il consenso (il che ormai normale negli Stati Uniti) solamente di poco pi o poco meno di un quarto degli elettori, ma che ne complesso del paese ha ottenuto meno voci popolari de suo maggiore antagonista e per di più è giunto alla Casa Bianca con una procedura di assai dubbia legalità qual la modalità seguita per l’attribuzione dei voti contestati della Florida. Non per nulla nel clima prodotto da questi avvenimenti ha destato molto interesse il fatto che anche autori tutt’altro che progressisti, come Robei Dahli, abbiano ritenuto di dover approfondire la riflessione sui limiti di democraticità di un sistema costituzionale che era sempre stato considerato un modello e democrazia, come appunto quello americano. Ma nell’indurre a nuovi orientamenti hanno pesato anche molti altri episodi: come l’aggravarsi della tensione in Medio Oriente, favorita dal ricorso in Israele al metodo di elezione diretta del premier, che ha consentito l’ascesa al governo di un esasperato estremista come Ariel Sharon; oppure l’eccessiva concentrazione di potere che si verifica nel regime semipresidenziale francese quando, come oggi, il presidente può disporre di una maggioranza parlamentare da 1ui pienamente controllata o, ancora, la tendenza a una forte personalizzazione della direzione del potere, che nel periodo più recente – prima con Margaret Thatcher, ora con Tony Blair – è venuta caratterizzando l’effettivo assetto politico e istituzionale anche nel paese che ha dato vita al tanto esaltato “modello Westminster”.
È chiaro che le distorsioni qui richiamate nei rapporti tra i poteri dello Stato (mi sono limitato a ricordare alcuni paesi, particolarmente significativi) hanno motivazioni molteplici. In qualche caso si tratta dell’illusione – è la situazione di Israele – di poter affrontare più efficacemente una difficilissima situazione politica(le drammatiche scelte che si impongono alla classe politica di quel paese) affidando direttamente agli elettori l’indicazione di chi deve dirigere il governo . Ma per lo più emergono le nuove e inedite difficoltà che si determinano nel sistema politico, anche nelle grandi e consolidate democrazie, quando, come oggi accade, il potere di governare si intreccia col crescente condizionamento esercitato dai media e con le pressioni assai più pesanti che in passato dei potentati economici. Si determina in queste situazioni, come giustamente ha sottolineato Leopoldo Elia 3 in una recente relazione ai Lincei, il rischio di un vero e proprio assolutismo maggioritario: caratterizzato, tra l’altro, da una subordinazione del Parlamento all’esecutivo che si concreta in una serie di vincoli e di strumenti parlamentari che assicurano la prevalenza del «diritto alla decisione della maggioranza governativa… su qualsiasi altro diritto dell’opposizione e sulle residue possibilità di ostruzionismo parlamentare».
Poiché già questa è, concretamente, la situazione italiana (basta pensare ai rapporti che hanno caratterizzato in questa legislatura l’attività parlamentare ossia al modo in cui il governo ha utilizzato la larga maggioranza assicuratagli da una legge elettorale distorcente e distorta per imporre il varo di provvedimenti che a dir poco stridono con la Costituzione del ’48); e poiché nel nostro paese più che altrove c’è motivo di preoccuparsi seriamente per la concentrazione nella stessa persona del ruolo di governo, di un amplissimo controllo sui media, di disponibilità e appoggi economici assai estesi, non si può non considerare del tutto inadeguato l’allarme che si è finora manifestato anche in larghi settori dell’opinione democratica di fronte alla prospettiva di un ulteriore aggravamento di questo stato di cose: e ciò a causa de11e proposte di riforma che, in particolare in materia istituzionale, la maggioranza di centro-destra ha elaborato e che sarà tema centrale della prossima stagione politica.
È noto che la soluzione su cui il governo punta per sancire definitivamente la preminenza dell’esecutivo sugli altri poteri dello Stato è quella del “premierato forte”: fondato sulla diretta designazione del primo ministro da parte degli elettori (attraverso l’iscrizione del suo nome sulla scheda o altre forme di collegamento con lo schieramento maggioritario), sull’attribuzione della facoltà di nomina e revoca dei ministri, ma soprattutto sul potere conferito al premier di provocare Io scioglimento del Parlamento e l’indizione di nuove elezioni. Non a caso questa soluzione si accompagnerebbe con una revisione della composizione della Corte Costiruzionale che ne ridurrebbe fortemente l’indipendenza dal potere politico.
E comprensibile che attorno a questa linea tenda a far blocco il centrodestra, cercando nella proposta del “premierato forte”, e quindi nell’arroccamento intorno alla figura di Berlusconi, una via d’uscita dalle difficoltà determinate sia dal negativo bilancio dell’azione di governo sia dal riemergere delle divisioni fra le varie componenti della Casa delle Libertà.
Assai meno comprensibile è l’atteggiamento disponibile o incerto dell’opposizione, in particolare del centro e della sinistra moderata. Non solo perché non mancano in questo schieramento posizioni che praticamente condividono la proposta del centro-destra, considerandola la strada obbligata per dar vita a un compiuto sistema politico bipolare. Ma anche perché persino gli orientamenti critici sono generalmente assai deboli: si va infatti da chi si ingegna di proporre ritocchi alla soluzione prospettata – per esempio nel senso di limitare o regolamentare la facoltà di scioglimento delle Camere – a chi obietta che già attualmente la legge maggioritaria vigente configura praticamente una sorta di premierato. Si propone in sostanza di restare alla situazione attuale: ma senza neppure porre il problema di un rilancio del ruolo della rappresentanza parlamentare e della partecipazione diretta dei cittadini. A che cosa è dovuta una risposta così flebile di tanta parte del ceto politico-intellettuale del centro democratico e della sinistra moderata?
2. Prima di affrontare questo interrogativo, mi pare giusto sgomberare il campo da un’obiezione più che prevedibile: ossia che considerazioni critiche come quelle fin qui esposte sarebbero espressione di un rimpianto per gli anni ormai lontani della Prima Repubblica e per il sistema politico fondato sulla proporzionale. Ritengo opportuno precisare che (a parte il fatto che quel sistema politico, finché non prevalse la degenerazione craxiana degli anni ottanta, funzionò molto meglio e diede frutti migliori del sistema attuale, certamente sotto la spinta dell’opposizione sociale e politica che faceva capo al PCI, ma anche per il confronto più aperto che allora si sviluppava fra governo e opposizione) non sono comunque così cieco da non vedere sia i rischi di inceppamento e di paralisi insiti in un meccanismo di rappresentanza fondato sulla proporzionale pura, sia i limiti dell’esperienza di governo assembleare tentata negli anni settanta.
Mi sembra però doveroso ricordare, al tempo stesso, che non mancavano le possibilità di fronteggiare quei rischi e di correggere quei limiti percorrendo una strada meno avventurosa di quella intrapresa a partire dal ’93: un sistema maggioritario praticamente senza regole e sostanzialmente senza contrappesi, che è il sistema che ha reso possibile 1’esercizio di un potere illimitato, con forti rischi di autoritarismo, da parte de11a destra di Berlusconi. Non è qui possibile dilungarsi sulle altre possibilità. Ricordo soltanto, per quel che personalmente mi riguarda, che già negli anni ottanta fui tra i primi a sostenere, nella Direzione de1 PCI, 1’opportunità di una correzione del sistema proporzionale facendo ricorso a regole e meccanismi quali quelli attuati nel modello tedesco.
Ma questa è materia di una riflessione su1 passato. Oggi Ia constatazione dei guasti prodotti da un sistema maggioritario in cui è venuto meno il corretto rapporto tra i poteri dello Stato, dovrebbe indurre 1’intera opposizione (non solo i dirigenti politici, ma anche tanti esponenti della cultura e della società che ora sono in prima linea nei movimenti contro Berlusconi, ma che nel ’93 furono tra i fautori dell’elezione diretta e del passaggio a un sistema bipolare) a rimettere in discussione gli orientamenti che in questi decenni si sono tradotti nella teorizzazione del diritto dell’esecutivo – in quanto espressione più immediata della volontà dei cittadini – di affermare la propria preminenza rispetto alle funzioni di determinazione legislativa, di orientamento, di controllo delle assemblee elettive.
In effetti, se in poco più di due anni il centro-destra è riuscito a far approvare tanti provvedimenti dettati unicamente da interessi di parte (o addirittura delle preoccupazioni personali del suo leader) e ha anche potuto intaccare diritti e garanzie costituzionali, sino all’attacco senza precedenti all’autonomia della magistratura, ciò non è dovuto soltanto alla distorsione della rappresentanza parlamentare causata dalla legge maggioritaria e alla schiacciante maggioranza così ottenuta in Parlamento. Tutto ciò è stato possibile anche grazie alla devastante ideologia decisionista, che negli ultimi due decenni si è diffusa anche a sinistra, dando luogo a un’accentuata subalternità culturale e politica rispetto a11a dottrina – tipicamente di destra – del primato nel sistema politico delle ragioni della funzionalità e dell’efficienza, e dunque del momento della decisione, rispetto alla rappresentatività, all’equilibrio fra i poteri, all’equità sociale.
È appunto il condizionamento di questa ideologia che ha portato negli anni novanta il principale partito della sinistra (ma anche tanta opinione progressista) a ritenere che la “modernizzazione” del sistema politico, attraverso 1’adozione di una legge maggioritaria e 1’elezione diretta di parlamentari e amministratori, fosse la strada maestra per affrontare una crisi che aveva in realtà radici ben più profonde sul terreno sociale, culturale, politico. È quel condizionamento ideologico che induce ancor oggi tanta parte del partito della sinistra moderata, e in generale dell’Ulivo, a una posizione debole, se non di condiscendenza, nei confronti della proposta del Polo del “premierato forte”.
In realtà le radici di questa presa dell’ideologia decisionista risalgono molto indietro: e ciò spiega 1a portata della vittoria della destra. Al fondo, infatti, non vi è solo 1’opinione, così diffusa anche a sinistra negli anni novanta, che maggioritario e bipolarismo fossero l’ultima parola della modernità in fatto di pensiero e di pratica politica: un’opinione della quale, alla luce delle considerazioni richiamate all’inizio, vi è oggi almeno da dubitare. Il vero punto di partenza è più lontano e meno di superficie: è il cedimento, che in Italia comincia a manifestarsi già agli inizi degli anni ottanta anche nel PC1, di fronte all’offensiva dell’ideologia neoconservatrice che si traduceva nel relegare in secondo piano la questione sociale (“contenere 1’eccesso di domanda”, come allora si diceva) per affermare invece la priorità delle esigenze di funzionamento del sistema dato. Era la posizione che trovava espressione, in quegli anni, nella cultura e nell’iniziativa politica di Craxi e del craxismo.
Quanto forte sia stata la presa di quell’ideologia, assai maggiore di quel che allora superficialmente appariva, è ben documentato nel libro, appena uscito, di Piero Fassino 4. «La sfida di Craxi – egli riassume così le sue valutazioni di allora – coglie i comunisti impreparati e mette a nudo il loro ritardo nel misurarsi con la modernità. Craxi interpreta i mutamenti di una società che cambia e chiede alla politica di stare al passo. I1 PW, invece, vede nei cambiamenti un’insidia, anziché un’opportunità, e si arrocca in un atteggiamento difensivo che ne ridurrà influenza e credibilità politica».
Non si può non apprezzare la sincerità – quasi impudica – di Fassino. Ma al tempo stesso non si può non fargli notare che è proprio il cedimento a quell’idea di “modernità” che si esprimeva nel craxismo che ha portato su tanti temi gli eredi del PCI a una sostanziale subalternità – sul terreno ideale come nella pratica politica – alla predicazione liberista e decisionista: e ciò si è tradotto in una perdita di `influenza e credibilità politica’ ben maggiore di quella verificatasi negli anni di Enrico Berlinguer il quale, morendo, aveva pur sempre lasciato il suo partito al 33% dei voti.

3. Ma tornando all’oggi, il problema che sul piano istituzionale si presenta come fondamentale, per 1’opposizione, di fronte alla proposta del Polo del “premierato forte” (una proposta che, quale che possa essere il risultato di future elezioni, è comunque da considerarsi di destra, perché non può esservi democrazia con una così accentuata concentrazione del potere, senza distinzioni e senza contrappesi), dovrebbe essere prima di tutto di riaffermare compiutamente la propria autonomia culturale e politica, non accettando di confrontarsi sul terreno proposto dalla maggioranza e respingendo con chiarezza le suggestioni del decisionismo. La questione essenziale, oggi, non è quella di dare più poteri al premier (ne ha già troppi, come 1’esperienza dimostra, grazie sia alla legge elettorale sia ai regolamenti parlamentari, che limitano pesantemente il ruolo dell’opposizione) né, tanto meno, di accrescere ulteriormente il primato del governo rispetto agli altri poteri dello Stato.
Si tratta al contrario (è una decisiva esigenza democratica, e su questo perciò deve qualificarsi innanzitutto una politica che voglia esser di sinistra) di porre come obiettivo centrale il tema di ristabilire una corretta divisione e un reale equilibrio fra i poteri; nonché di promuovere la partecipazione democratica rivendicando sia una rivalutazione del ruolo del Parlamento sia una più equa rappresentanza, nella sua composizione, delle diverse posizioni presenti nell’elettorato.
II pericolo attuale, infatti, sono i disegni di sostanziale monopolio del potere che, anche attraverso i progetti di riforma istituzionale, il berlusconismo cerca di realizzare. È questa la tendenza che occorre sconfiggere. Ciò sarà possibile solo se non si cede continuamente terreno (e prima di tutto proprio sui temi istituzionali) all’offensiva di destra; e se si realizza la più ampia mobilitazione attorno a obiettivi di avanzata socialità, di autentico progresso culturale e civile, di pieno recupero della rappresentanza e della partecipazione democratica.

NOTE:
1.Robert A. Dahl, Quanto è democratica la Costituzione americana? Laterza 2003 (Yale Universiry Press, 2001).

2.È significativo che un tenace sostenitore della formula francese del semi presidenzialismo, come Giovanni Sartori, sia venuto correggendo le sue posizioni proprio per il timore dell’eccessiva concentrazione del potere che potrebbe determinarsi in Italia.

3.Leopoldo Elia, L’evoluzione della forma di governo, Relazione al Convegno su Lo Stato della Costituzione italiana e l’avvio della Costituzione europea , organizzato dall’Accademia dei Lincei il 14 e 15 luglio 2003.

4.Piero Fassino, Per passione, Rizzoli, agosto 2003. Ivi, p.156.