Mobilitiamoci contro la partecipazione dell’Italia alla guerra imperialista!

Giovedi 28 aprile 2011: i “ Tornado” italiani decollano dalla base area di Trapani Birgi e si dirigono a Misurata per sganciare bombe e missili su sconosciuti “obiettivi militari”. E’ la missione di guerra con la quale il governo italiano dichiara la resa totale al progetto di aggressione armata degli Usa, della Francia e della NATO contro la Libia. Il premio Nobel per la pace Obama ha piegato e subordinato a sé, alla sua determinata volontà di guerra imperialista, sia Berlusconi che la quasi totalità del Parlamento italiano, passando per lo stesso Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, peraltro grande amico storico degli USA. La guerra è la tragedia più grande dell’umanità; la guerra imperialista – con la sua dichiarata, ferina volontà di assassinio di un popolo per mano di un altro popolo – ha la forza di evocare tutta la pulsione bestiale che ancora abita nell’essere umano, o per meglio dire che si perpetua all’interno di un sistema, quello capitalistico, che ha come suo valore cardine il profitto e come pulsione maggiore la spoliazione dei popoli. Questa drammatica consapevolezza deve indurci a svelare la verità, anche quand’essa è imbarazzante, difficile. Chi scrive, dunque, non può tacere, non può non ricordare che durante l’ultimo governo Prodi, il fascino “democratico” di Obama colpì anche figure specchiate del movimento pacifista come la senatrice Lidia Menapace che, assieme a diversi altri senatori del PRC e della sinistra, aspettava il futuro Presidente come il liberatore, come colui che avrebbe portato il vento della pace, e in virtù di questa speranza criticava quei senatori e deputati di Rifondazione che si battevano contro la guerra in Afghanistan, definendoli massimalisti e irresponsabili. Obama avrebbe cambiato le cose. Occorreva solo resistere e attendere pazientemente. Oggi, Obama, spinge il nostro intero Paese ad una nuova guerra, all’ennesima, brutale e delinquenziale aggressione imperialista.

Il miserrimo balletto italiano ( “voliamo ma non bombardiamo”) è finito: bombardiamo, distruggiamo, massacriamo, partecipiamo da protagonisti armati al disegno – chiaro a tutti – di smembramento colonialista della Libia e di occupazione militare imperialista della Cirenaica ( dove si trova il 70% del petrolio che appartiene al popolo libico). La nevrotica accelerazione che è stata impressa al disegno di aggressione militare porta in superficie in modo inequivocabile “l’inconscio” imperialista: i padroni del mondo non ne potevano più di accettare passivamente la rivoluzione gheddafiana del ’69, attraverso la quale era stato tolto loro il topo dalla bocca, il petrolio libico. Non ne potevano più di subire tanta mortificazione e hanno ripreso le armi. Il petrolio, il gas e l’acqua della Libia torneranno ai “naturali” padroni del mondo. Per questo grande obiettivo vale la pena praticare ogni orrore, perdere ogni coerenza e moralità: si massacrerà il popolo libico, si costruirà un potere filoamericano, si tenterà di trasformare la Libia in una nuova Arabia Saudita, si tenterà di uccidere l’ex amico Gheddafi ( come dimostrano i ripetuti bombardamenti sul compound di Bal al-Azizya, dove il leader libico risiede) o farlo impiccare successivamente, dopo la scontata condanna di un Tribunale internazionale amico di Obama il pacifista.

Il prossimo ottobre scatterà il centesimo anniversario della prima guerra dell’Italia contro la Libia. Come ricorda Angelo Del Boca quell’attacco imperialista portò alla costituzione di quindici campi di concentramento, ove furono internati 100 mila libici, dei quali 40 mila morirono di stenti e inaudite sofferenze. Si bombardò, si torturò, si utilizzarono contro le popolazioni libiche le armi chimiche, si impiccarono centinaia di oppositori, se ne esiliarono altre migliaia. L’aggressione italiana fu lunga, sanguinaria, maledetta: proseguì dal 1911 sino al 1934, con infinite stragi e bagni di sangue. Ora, a cent’anni di distanza, mentre potevamo illuderci che potesse subentrare nella coscienza delle nostre classi dirigenti il senso delle vergogna, riemerge invece – intatta – la bramosia imperialista del saccheggio e della spoliazione: come se nulla fosse accaduto, come se fossimo immemori dei nostri stessi orrori, ripartiamo con la bava alla bocca per conquistare il nostro pezzo di carne della gazzella libica. E fa davvero male pensare che a capo di questo cruento safari colonialista si sia posto il Presidente della Repubblica, immemore dei nostri orrori colonialisti e primo difensore, stando alle sue stesse parole, della Costituzione italiana contraria alla guerra.

L’Italia bombarda, partecipa alla carneficina, ripete la propria storia sanguinaria e le piazze sono vuote, il movimento pacifista è debole, disperso, non all’altezza del proprio compito. Lo scarto tra la guerra, la qualità predatoria, sfacciatamente imperialista di questa guerra e la debolezza del movimento per la pace è ciò che più di ogni altra cosa colpisce. E’ del tutto evidente che oggi paghiamo il conto finale di una lunga seria di tradimenti, mutazioni, rese, errori, involuzioni politiche e istituzionali che hanno desertificato lo spazio sociale e politico a sinistra e messo in ginocchio anche il movimento contro la guerra. Lo scioglimento del PCI, il fallimento del processo di rifondazione comunista, l’organicità di tanta parte della sinistra al potere e alla concezione del mondo capitalistica ci hanno ridotto in queste condizioni.

La troppo debole risposta del movimento per la pace all’entrata in guerra dell’Italia ci dice come l’ideologia dell’imperialismo umanitario abbia fatto breccia anche in tanta parte del senso comune di sinistra. Le televisioni di Berlusconi e quelle dell’ “opposizione”, all’unisono, raccontano quotidianamente dei “ massacri di Ghedaffi ” e nessuna controinformazione ha la forza di ripristinare la verità su quella stessa scala di massa o su di una scala anche molto minore, dicendo da chi sono armati gli insorti ( dai francesi, dagli americani, dagli inglesi), da chi sono guidati ( da esponenti ex gheddafiani e filoamericani della classe dirigente libica), da chi sono addestrati ( dai francesi, dagli inglesi, dalla NATO, dalla CIA, ed ora anche dai primi dieci esperti militari italiani, giunti nei giorni scorsi a Bengasi) e qual è il loro progetto strategico ( essere cavallo di Troia per la costruzione di governi quisling filoamericani, filo francesi, filo imperialisti).

L’egemonia dell’imperialismo umanitario è tanto forte da infiltrarsi anche all’interno di coscienze di grande spessore intellettuale come quelle di Rossana Rossanda, che parteggia così apertamente per gli insorti, al punto di evocare “brigate internazionali” da schierare al loro fianco. E il cedimento di coscienze strutturate come quella della Rossanda ci danno la misura di quanti pacifisti possono essere stati trascinati nel dubbio e nella passività dalla seduzione ideologica dell’imperialismo umanitario.

La guerra è l’evento centrale che, sempre, scopre il quadro politico d’insieme. La risposta insufficiente del movimento contro la guerra mette in luce l’aspetto drammatico dell’assenza di un partito comunista radicato, di quadri, di militanti in grado di uscire immediatamente nelle piazze trascinandovi altre forze della sinistra e pacifiste. E pone all’ordine del giorno la costruzione di un tale partito e di una più grande sinistra di classe. Così come la completa accettazione della guerra da parte del PD mette in luce problemi enormi, non solo legati alla natura intima del partito di Bersani ma anche – naturalmente e in modo drammatico – legati alla politica delle alleanze che i comunisti e la sinistra di classe e di alternativa possono realisticamente condurre in questo Paese.

Ottimismo della volontà e pessimismo della ragione: non possiamo non chiedere ai comunisti, in queste ore, in questi giorni, uno sforzo supremo per svolgere il ruolo d’avanguardia che ad essi compete, chiedendo loro di organizzare celermente, ovunque possibile, evocando tutte le forze disponibili, iniziative e presidi contro la guerra. Rimboccarsi le maniche, essere in piazza, dannarsi l’anima: se non ora quando?

Nel contempo sappiamo che il problema non può essere risolto con un surplus di soggettivismo. Abbiamo tre problemi fondamentali di fronte a noi: la ricostruzione di un partito comunista all’altezza della fase, che sappia riproporsi come motore della lotta, a cominciare dalla lotta antimperialista; la costruzione di una sinistra più vasta in grado di incidere sul quadro sociale e politico complessivo e la delineazione di una progetto politico di respiro che liberi questo Paese dall’egemonia berlusconiana, di destra e subordinata ai disegni di guerra degli USA e della NATO. Un progetto politico che si differenzi nettamente da quello del centro sinistra di Prodi, risultato non all’altezza dei problemi. Un compito estremamente arduo, il delineare un tale progetto, specie di fronte ad un PD incapace di coraggio e svuotato ormai di ogni spinta trasformatrice.

Ma il compito di delineare un progetto di alternativa credibile non possiamo ( specie noi comunisti) non porcelo, pena la vittoria strategica del berlusconismo e il consolidamento del suo regime di guerra, autoritario, antioperaio e anticostituzionale; pena la consunzione finale delle stesse forze comuniste e di sinistra.

Si tratta, probabilmente, di alzare gli occhi e non pensare più ad una politica di alleanze che si riduca al solo – e molto problematico – rapporto con i partiti e i partitini del centro sinistra, col PD. E’ forse l’ora di allungare lo sguardo, di pensare ad un sistema di alleanze tra le forze sociali più avanzate del Paese, riportando al centro del quadro politico il mondo del lavoro e rompendo il fronte borghese. Questioni qui appena accennate, difficili, problematiche, sulle quali tuttavia vale la pena riflettere.