Missione Unifil 2: la dichiarazione di voto in Senato di Claudio Grassi

SENATO DELLA REPUBBLICA
—— XV LEGISLATURA ——

DISCUSSIONE IN ASSEMBLEA SUL

DDL 1026 – MISSIONE IN LIBANO

RESOCONTO SOMMARIO E STENOGRAFICO

MARTEDÌ 17 OTTOBRE 2006

(Antimeridiana)

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Grassi. Ne ha facoltà.

GRASSI (RC-SE). Signor Presidente, colleghi e colleghe, esprimerò un voto favorevole sulla missione italiana in Libano. Il senatore Divina dice che questo denota la nostra scarsa intelligenza, l’abbiamo sentito poco fa. Non so se sia credibile che la misurazione del nostro tasso di intelligenza arrivi dal rappresentante di un partito che ha fatto della xenofobia il proprio messaggio politico principale.

In ogni caso esprimerò il voto favorevole; lo farò partendo dalla consapevolezza che quello di cui stiamo discutendo è un fatto nuovo, impossibile da confondere con le altre missioni militari, in particolare quelle in Iraq e in Afghanistan, che abbiamo fortemente contrastato nelle piazze, come movimento per la pace e in Parlamento.

Chi, al contrario, mette quegli interventi sullo stesso piano opera una forzatura inaccettabile. Basta dire che la missione in Libano è sostenuta da tutte le parti in causa, Hezbollah compresi, mentre quelle in Iraq ed in Afghanistan sono fortemente contrastate dalle popolazioni locali. Oltre a ciò, non posso ugualmente condividere i toni trionfalistici usati dinanzi alla partenza delle truppe italiane per il Libano.

La realtà è difficile e complessa e sarebbe un grave errore non valutarla come tale. La risoluzione 1701 è certamente un elemento positivo. Essa ha contribuito alla cessione delle ostilità ed ha determinato anche il ritiro delle truppe israeliane dal Sud del Libano senza cedere alla richiesta israeliana del disarmo degli Hezbollah. Ma tale risoluzione è giunta purtroppo in colpevole ritardo quando ormai l’invasione israeliana aveva dispiegato in pieno la propria forza distruttiva provocando terribili danni alle infrastrutture e l’uccisione di centinaia di civili. In questi giorni leggiamo sui giornali la notizia dell’esistenza di migliaia di bombe a grappolo inesplose nel Sud del Libano lasciate dall’esercito israeliano, che continuano a provocare morti e feriti, trai quali molti bambini.

La risoluzione 1701 manca di una netta distinzione tra aggressore ed aggredito. Non contiene cioè una condanna dell’intervento militare d’Israele. Non fa menzione della questione palestinese, vero punto di svolta di ogni politica di pace in Medioriente. Non c’è traccia di una semplice quanto necessaria considerazione: la pace in quella Regione sarà possibile solo quando il popolo palestinese avrà un proprio Stato.

Quindi, ogni enfasi sulla capacità della missione di garantire realmente la pace è fuori luogo. Nessuno oggi è in grado di prevedere cosa accadrà nei prossimi mesi sul campo. A tutti è chiaro che la fine dell’ostilità non equivale necessariamente alla pace. Che nessuna svolta si intravede nella politica di pervicace negazione d’Israele nei confronti dei diritti del popolo palestinese. Che lo scenario politico libanese è molto fluido e complesso. La funzione politica della missione quindi assumerà contorni più definiti nel corso del suo svolgimento. E’ un campo aperto ed ha diverse possibilità. Su questo deve incentrarsi il nostro lavoro: far sì che la missione svolga un effettivo compito di interposizione e di mantenimento della pace; che dia un contributo a riaprire la questione della nascita dello Stato palestinese.

Quindi, la vicenda palestinese è il cuore del problema e proprio per la soluzione di questo il nostro impegno deve essere maggiormente incentrato. Ciò a partire dalla richiesta di abbattimento del muro che Israele sta costruendo per dividere i territori occupati dai palestinesi in veri e propri ghetti; dalla disdetta dello scellerato accordo militare siglato dal Governo Berlusconi con Israele che viola la nostra Costituzione, la quale esclude con nettezza accordi di carattere militari con Paesi impegnati in conflitti bellici.

Non dimentichiamo che Israele ha violato ben 72 risoluzioni delle Nazioni unite. Nonostante ciò, ancora si nutre un ingiustificabile timore a schierarsi con nettezza dalla parte della causa palestinese.

Signor Presidente, rappresentante del Governo, colleghi e colleghe, quest’estate molte voci hanno giustamente affermato che il nuovo impegno in Libano delle truppe italiane apre un importante spazio per ridiscutere la presenza in Afghanistan. Il senatore Salvi ha rilevato che la credibilità del nostro Paese in Medio Oriente aumenterebbe considerevolmente dinanzi al ritiro dallo scenario di guerra in Afghanistan. Sono molto d’accordo con queste considerazioni.

Voglio dire, per essere del tutto chiaro, che se vogliamo rafforzare le considerazioni sin qui svolte dobbiamo sempre far valere il nesso tra quanto andiamo a fare in Libano e quanto ancora stiamo facendo, e dobbiamo cessare di fare, in Afghanistan. Dobbiamo far sì che un nuovo segno di pace ispiri la politica estera del nostro Governo nel suo complesso. Dobbiamo far sì che siano incontrovertibili ed evidenti a tutti le finalità radicalmente non offensive delle missioni internazionali cui il Governo Prodi ritiene di aderire e cui la maggioranza di centro-sinistra da il proprio assenso.

In questo quadro l’esigenza del ritiro delle nostre truppe dall’Afghanistan è ancora più urgente di quanto non fosse prima dell’attacco israeliano contro il Libano. Senza considerare che ritirarsi dall’Afghanistan renderebbe ancora più credibile la nostra presenza in Medio Oriente nelle sue finalità di pace e gioverebbe alla sicurezza delle nostre truppe.

Non mi soffermo sulla descrizione della situazione in Afghanistan che è nota a tutti. Purtroppo, anche alcuni nostri militari sono morti e altri sono rimasti feriti. In queste ore il reporter Gabriele Torsello, che speriamo venga immediatamente liberato, è tenuto in ostaggio. La produzione dell’oppio è sempre più la base del potere incontrastato dei signori della guerra. Insomma, è un disastro, al punto che lo stesso ministro D’Alema ha parlato di fallimento della missione ISAF.

Dobbiamo anche riconoscere che le promesse fatte solennemente qui in Parlamento in occasione del voto sul rifinanziamento della missione lo scorso luglio sono rimaste lettera morta. Non vi è, infatti, traccia del comitato di monitoraggio che doveva servire per farci un quadro della situazione sul campo; inoltre, anche la promessa di riduzione delle nostre truppe si è dimostrata non vera.

In conclusione, da questo punto di vista, l’assenso che ritengo giusto dare e che darò alla missione UNIFIL 2 in Libano, affinché sia svolta con credibilità e sia riconosciuta come missione di pace del nostro Governo da parte delle popolazioni del Medio Oriente, deve spingerci per chiudere il capitolo della partecipazione italiana alla guerra in Afghanistan.