Missione impossibile

Non è un bell’inizio. Bocche cucite, l’Iraq è tra le priorità in agenda del governo, ma non si sa ancora con quale esito. Il calendarionondeve trapelare. Niente di più esplicito per definire l’attuale indecisione del governo di centrosinistra sui tempi e sulle forme del ritiro deimilitari italiani dall’Iraq. E nel giorno in cui Bush e Blair confermano la giustezza della guerra, ammettendoqualche erroruccio come Abu Ghraib, ripetono almondoche di ritiro nonse ne parla e Donald Rumsfeld dice che «da un calendario di ritiro non può venire nulla di buono».Da un conclave di governo all’altro, magari fino al 30 giugno quando la missione italiana scadrà, ci troviamo subito di fronte ad una falsa partenza. Trapela, con il silenzio rumoroso sull’Afghanistan, una sola intenzione: nessuna partenza precipitosa, ce ne andremo in anticipo, ma se ci saranno le condizioni…”. Con il ritornello: l’uscita deimilitari italiani dall’Iraq avverrà d’intesa con alleati e governo iracheno. Con una nuova motivazione: la riqualificazione della missione da militare a civile, con una riduzione dei soldati dagli attuali 2.600 a 600-800 e un«ampliamento » dell’intervento civile e di ricostruzione. Ora, se Prodi concorda sull’ingiustizia di quella guerra «d’occupazione», fatta contro l’Onu, l’opinione pubblica mondiale, il diritto internazionale e al costo di decine e decine di migliaia di morti civili iracheni e di migliaia di soldati occidentali, viene spontaneo chiedere: ma che differenza c’è con il piano di «ritiro» più volte annunciato da Berlusconi? E’ mai possibile che il governo di centrosinistra pensi di essere credibile se discute il ritiro con chi ha voluto quella guerra vergognosa e con un presunto governo iracheno che non ha ancora i più importanti ministeri – comela difesa – o con la fazione di turno che comanda a Nassiriya? Per quanto tempo lasceremo i nostri soldati al tiro al bersaglio che si allarga nel sud- Iraq che Berlusconi dipingeva come un villaggio Valtur? Forse è bene ricordare che il centrodestra era arrivato alle conclusioni del ritiro dei nostri soldati dopo i ripetuti e sanguinosi attacchi subiti a Nassiriya – avamposto petrolifero dell’Eni. Una «missione di pace» che è stata solo un disastro, militare e civile: 30 italiani morti, per una spesa di 1.500 milioni di euro dei quali solo 16 spesi per la popolazione civile. Nonc’è, né c’è mai stato in Iraqun intervento civile che non fosse o pesantemente impedito o strettamente collegato alla presenza militare. Dice il Congresso Usa che in Iraq il «modello afghano» della ricostruzione sanitaria e delle infrastrutture è fallito più dell’intervento militare. Se il ministro degli esteriD’Alemanon vuole davvero passare alla storia come il protagonista delle «guerre buone», deve almeno raccontare che cosa è civile in una zona dove si combatte e c’è una occupazione militare. Rischiano di avere «ragione» i militari, non sempre guerrafondai a differenza di molti leader politici. Cos’è ricostruzione? Riassestare case e infrastrutture distrutte pochi giorni prima dai bombardieri americani o ancora prima dalle sanzioni occidentali? Non era e non è meglio far cessare prima entrambe, invece che straparlare di aiuti internazionali? In Iraq non ci sono più le agenzie internazionali delle Nazioni unite, non c’è più la Croce rossa né le Ong – se non quelle che davvero non dipendono dai governi e a loro rischio e pericolo. Di quale ricostruzione e intervento civile stiamo parlando, di quale addestramento di funzionari e di polizia quando in Iraq è la guerra a farla da padrona? Una grande opera di ricostruzione dell’Iraq può venire non solo dal rifiuto della guerramada una data certa del ritiro. Subito. Entro i primi 100 giornidel nuovo governo Prodi. Non è per questo che abbiamo votato per il centrosinistra al governo?