Missione Arcobaleno, scatta l’ora della prescrizione

Resterà impunito uno delle più grandi vergogne umanitarie degli ultimi anni: a sette anni di distanza dalla campagna di aiuti in Kosovo, la Procura di Bari costretta ad archiviare il processo sugli abusi dei funzionari della Protezione Civile che truffarono milioni di cittadini

La legge ex Cirielli sulla prescrizione cancellerà il processo alla Missione Arcobaleno. Finirà così nel dimenticatoio l’inchiesta su uno dei maggiori scandali degli anni Novanta, una vergogna nazionale di carattere economico, politico e umanitario. Sette anni dopo i primi arresti, la procura di Bari è stata costretta ad archiviare il caso senza nemmeno celebrare la prima udienza preliminare, impossibilitata perfino a guardare in faccia gli imputati.

Molti dei 26 imputati ai quali era stato notificato a ottobre 2003 l’avviso di conclusione indagini, sono già fuori dall’inchiesta grazie al semplice trascorrere del tempo. Tra questi i parlamentari Ds Giovanni Lolli e Quarto Tabacchini, accusati di favoreggiamento, reato per il quale la prescrizione scatta dopo sette anni, e l’ex sottosegretario alla Protezione civile Francesco Barberi, il capo della Missione Arcobaleno Massimo Simonelli e Luciano Tenaglia, responsabile del campo di Valona, che hanno visto decadere le accuse di abuso di ufficio e di usurpazione di funzioni pubbliche. Resta soltanto l’ipotesi di peculato, che cadrà nel 2011, ma è difficile immaginare che i tempi del processo possano essere talmente “rapidi” da coprire in cinque anni i tre gradi di giudizio. Sulle richieste di processo deciderà il 10 maggio prossimo il gup Marco Guida.

Era il 1999 quando il governo D’Alema stanziò i fondi per sostenere i kosovari in fuga dalla loro terra, bombardata dalla Nato per scacciare le truppe dell’allora leader serbo Slobodan Milosevic. Fu presentata una gigantesca campagna di aiuti umanitari per i profughi del Kosovo, alla quale furono chiamati a partecipare tutti gli italiani attraverso donazioni miliardarie, libere offerte e prelievi concordati sulla busta paga di milioni di dipendenti. Furono acquistati beni di prima necessità, che rimasero però ammucchiati in centinaia di containers, bloccati per mesi tra l’Italia e l’Albania. Alcune inchieste giornalistiche documentarono al contrario la razzia di quei pochi che invece riuscirono ad arrivare a Valona. Secondo l’accusa, durante e dopo la missione Arcobaleno il vertice e i quadri intermedi della Protezione civile (tra questi proprio Barberi, allora capo della struttura) concretizzarono una vera e propria associazione per delinquere finalizzata alla commissione di reati contro la pubblica amministrazione (peculato, concussione, corruzione, abuso d’ufficio, turbata libertà degli incanti) e “ogni altro reato necessario o utile per il proseguimento degli scopi illeciti”.
Un sodalizio criminale proseguito, recita l’accusa, “per acquisire il controllo completo ed incondizionato della costituenda Agenzia della Protezione civile, inserendo nella stessa propri membri o loro prestanome”. Accuse gravissime che scatenarono nel 2000 un polverone mediatico che mise sotto osservazione l’intero mondo umanitario, contestandone i legami spesso per niente disinteressati con alcuni ambienti della politica. Barberi, il suo segretario Roberto Giarola, e il sindacalista dei Vigili del fuoco Fabrizio Cola, “sarebbero stati al centro di una fitta rete di rapporti personali intrattenuti con esponenti politici di prim’ordine, del governo, del sindacato e della pubblica amministrazione”, fino al licenziamento del prefetto Bruno Ferrante (allontanato perché messosi contro gli interessi dell’associazione) dall’incarico di capo di gabinetto del ministero dell’Interno. Una tela criminale che mirava alla nomina di Barberi a direttore della Agenzia e di Cola a componente del Cda, benché sprovvisto dei titoli necessari. Come se non bastasse il clan della Protezione Civile avrebbe favorito ditte “amiche” per l’assegnazione di appalti pubblici, favorendo in particolare le attività economiche della multinazionale americana “Gore”, a cominciare dalle commesse per le concessioni (illecite) delle uniformi a Vigili del Fuoco, Polizia e Protezione Civile.

L’indagine sulla missione Arcobaleno fu avviata nell’agosto del 1999 dall’allora pm Michele Emiliano, attuale sindaco di centrosinistra a Bari, e fu conclusa con le richieste di rinvio a giudizio dal procuratore aggiunto Marco Dinapoli. Il 20 gennaio del 2000 furono arrestate quattro persone, tra cui il responsabile della Missione Arcobaleno in Albania, Massimo Simonelli, e col passare dei mesi l’indagine si allargò ad altre persone, comprendendo un maggior numero di reati e coinvolgendo i vertici della Protezione civile. Barberi in un primo momento fu accusato di “attentato contro organi costituzionali”, reato per il quale la Procura ha chiesto ora l’archiviazione.