Mission Impossible, licenza di uccidere

La storica prima mondiale romana di Mission Impossible III, lanciato come il film digitale d’azione «che tutto il publico aspettava», ha offuscato dietro un lancio ricco e glamour la brutalità politica e morale di questo terzo capitolo (dalla segnaletica primaria e autoritaria rispetto alle immagini più libere e estreme composte da De Palma) della saga tv di Bruce Geller. E che ha anche anticipato un po’ cosa succederà, temiamo, in via Veneto o al Colosseo, durante la grande festa ottobrina del cinema congegnata dal sindaco Veltroni per riportare Hollywood sul Tevere.
Super star offerte alle folle plaudenti, in luoghi eterni: erano 10 mila in piazza del Popolo a rendere omaggio all’american team guidato da Tom Cruise che pontificava di matrimoni e pannolini, taceva di Bush jr. e Rumsfeld (a cui invece il suo action-movie subliminalmente rende omaggio) e stringeva la mano ai fan della fantascientologia, facendosi fotografare amabilmente e gratis da cellulari impazziti.
Un riesumar-dissacrare, come i tempi comandano, la Liz Taylor-parade di Cleopatra. Ma superando Cannes, e perfino la Hollywood degli Academy Awards, nello sfruttamento intensivo, mediatico e immediatico, di divi e dive. Ottimo progetto (per il mercato) quello di Veltroni (e della camera di commercio) perché, rendendo secondario l’accavallamento fastidioso dei film e dei documentari, quasi sempre di nicchia, e magari burkinabé – tipico dei festival perfino a cinque stelle, e del meditar critico fumoso – utilizza il metodo populista di sostituire al primo piano dei film, quello del Cinema, e dei suoi Miti, del consumo miserabile vigente e della voglia di consumo perennemente umiliata che caratterizza le nostre strade e i nostri piccoli schermi, anche satellitari.
Tra questi miti, il più giocondo è che «il pubblico ha sempre ragione» ed è il vero protagonista di ogni rito di adorazione, il soggetto, anzi il proprietario dell’evento. Dimenticando la lezione nicoliniana di Massenzio, di creare conflittualità nei pubblici e di prefigurare, esaltando la soggettività della sola parte attiva e consapevole, scenari futuri e sorprendenti di piacere schermico e esistenziale sempre più estasianti, magari andando indietro nel tempo e resuscitando cose molto antiche e apparentemente dimenticate (o fatte rimuovere a forza di duopolio-monopolio cine-tv).
Invece il film di Tom Cruise proprio di questa bruciante «guerra infinita» e di civiltà tratta. Dei metodi della Cia, o di chi peggio di lei che sequestra chiunque voglia ovunque voglia, calpestando qualunque cosa (perfino affreschi plurisecolari nei sotterranei del Vaticano come fossero fastidiose anticaglie, secondo la nota ideologia palazzinara di Warhol: «Roma delenda est»), torturando e seviziando senza chiedere permesso ad alcuno. Dello scontro tra anime belle e poteri paralleli e deviati. Di armi micidiali (un fumettistico «raggio della morte», il cosidetto anti-Dio) che non possono cadere in mano a popoli infidi (e barbuti?). Di cittadini importanti (i wasp? noi tutti bianchi cristiani? Noi tutti bianchi dentro come le Condoleezze?) che potrebbero essere colpiti o violati dai cattivi (che hanno il volto rassicurante ma l’anima nera di Philip Seymour Hoffman, eppure chissà quale Bin Laden si nasconde dietro la sua maschera, perché tutti hanno maschere) in ogni momento, minacciando e irridendo i valori e i corpi più sacri (la moglie? la famiglia?)… Ma, del film di J.J. Abrams (un veterano del telefilm Alias, scelto per la sua dimestichezza con il «minimo comun denominatore») parleremo criticamente il 5 maggio, data dell’uscita italiana. Anche se, dall’operazione Paramount, fortemente voluta dal suo interprete principale (temerariamente, quasi «senza stuntman») e producer, Tom Cruise, colpisce, dopo le meteore American-Team e The Passion (altro che bandiere di Israele bruciate, altro che contestazione al governo Olmert: lì si fa dell’antisemitismo basilare in «prime time») che le vere macchine ludiche – i kolossal – siano piegate per la prima volta, sfacciatamente, per fiancheggiare la guerra psicologica e la propaganda «in nome della libertà» voluta dal peggiore Occidente.