Minori, 500.000 al lavoro

Cresce lo sfruttamento dei minori in Italia. A lanciare l’allarme è la Cgil, che ieri ha presentato il rapporto Ires sui baby lavoratori nelle grandi città: nella fascia di età tra gli 11 e i 14 anni sono 150 mila nelle nove città esaminate, 500 mila nell’intero paese. L’Italia, per ampiezza del fenomeno, si colloca al secondo posto dopo la Gran Bretagna. «Un numero inaccettabile, che non è degno di un paese sviluppato – ha detto ieri Guglielmo Epifani, segretario generale Cgil – E’ evidente che l’impegno del governo su questi temi è assente». Nove sono le città in cui si è svolta l’indagine: Torino, Milano, Verona, Firenze, Roma, Napoli, Bari, Reggio Calabria e Catania. Un minore su cinque ha esperienze di lavoro precoce, con picchi del 30-35% al Sud e quote più basse, del 15-18%, nelle città del Centro nord. Centomila minori in più rispetto al precedente rapporto Ires (2002), 350 mila minori in più rispetto al dato che l’Istat diffondeva nel 2000, con il suo primo e unico rapporto sul tema. Una crescita dovuta all’aumento degli immigrati (che sul totale coprono circa il 10%) – come spiegava ieri Agostino Megale, presidente dell’Ires – ma anche al progressivo impoverimento delle famiglie. Una povertà sia materiale che culturale, che, secondo il rapporto, è all’origine del fenomeno.

Ma di quali lavori si parla? Il 70% dei minori intervistati (nelle scuole) collabora a una attività di famiglia, mentre il 30% lavora nei circuiti parentali o presso terzi: attività commerciali come negozi, bar e ristoranti, ma anche nella vendita ambulante, in campagna, in fabbrica e nelle officine. Uno su due svolge lavori occasionali, il 30% lavori stagionali e il 21% lavori continuativi. Il 31% lavora più o meno tutti i giorni, il 28,9% qualche volta a settimana e il 24,8% qualche volta al mese. La maggior parte (il 34%) lavora fino a due ore al giorno, mentre il 21,4% per più di sette ore. Quanto guadagnano? Il 43% riceve la cosiddetta «paghetta occasionale», quantificabile in 100 euro al mese; il 39,5% una paghetta regolare, dai 200 ai 400 euro mensili.

Per stilare la ricerca, l’istituto ha intervistato più di duemila minori sia nelle scuole che nel territorio. Ampliando poi il campo di indagine ad una fascia di età superiore (15-17enni con esperienze di lavoro tra gli 11 e i 14 anni), al dato numerico si aggiunge quello qualitativo. Emerge che, nella maggior parte dei casi le esperienze di lavoro precoce nascono dietro la spinta di pressioni familiari, e che spesso evolvono nei cosiddetti «lavori poveri».

L’occasionalità e la stagionalità del lavoro tendono spesso a trasformarsi in continuatività. Aumenta anche la dispersione scolastica, a differenza di quanto dice il ministro dell’istruzione Letizia Moratti.

Secondo la Cgil, come prima cosa servirebbe una operazione di monitoraggio del fenomeno. Cosa che però, ad esempio, l’Istat non ha fatto nemmeno su richiesta (nel 2004). Poi, una nuova Carta di impegni, perché quella sottoscritta nel `98 da sindacati, imprese e governo, è stata totalmente disattesa. Lo stesso Tavolo sul lavoro minorile, seguito alla Carta, dal 2001 non è più stato riconvocato. Mentre, come ricordava Alessandro Genovesi della Cgil, i fondi destinati alle spese per la lotta alla dispersione scolastica, quelli per le politiche sociali dell’infanzia, quelli contro la povertà e quelli per finanziare il personale dei servizi sociali degli enti locali, sono stati progressivamente tagliati. Tagli quantificabili, dal 2002, in 800 milioni di euro.