Minoranze unite contro il segretario

Il leader è stato rieletto, ma con quasi il 40 per cento di voti contrari
Mediazione Rinviata a dopo le regionali la nomina dei 25 membri del consiglio politico nazionale per tentare di ricucire con le minoranze

Il palazzo del cinema di Venezia inizia a svuotarsi e a tornare alla sua austerità mussoliniana. L’ultima giornata delle assise di Rifondazione comunista si conclude con gli adempimenti congressuali che sanciscono la vittoria della mozione bertinottiana e rivoluzionano da cima a fondo i nuovi organismi dirigenti. Dribblate sul filo di lana alcune delle spine che hanno infiammato il congresso. Un po’ a sorpresa infatti è stata rinviata a dopo le elezioni regionali la nomina dei 25 membri della direzione dopo che tutte e quattro le minoranze sabato avevano annunciato che non vi avrebbero partecipato in assenza di una gestione più plurale del partito. La maggioranza ha deciso dunque per il rinvio facendo però capire che se la situazione non dovesse sbloccarsi, alla prossima riunione del consiglio politico nazionale (Cpn) saranno comunque nominati i 15 «bertinottiani» che faranno parte dell’organo direttivo. Altro segnale di interlocuzione, l’accoglimento della richiesta presentata dalla mozione di Malabarba e Cannavò che aveva chiesto di scorporare il voto sulla parte politica della relazione del segretario con la futura agenda del partito. Sulla prima confermato il no compatto delle minoranze mentre sulla seconda un sì unanime: impegno per le manifestazioni contro la guerra del 19 marzo a Roma e Bruxelles, per le elezioni regionali (con il sostegno di tutto il partito a Nichi Vendola) e per il G8 scozzese dell’estate.

Ratificato quasi all’unanimità anche l’allargamento del «parlamentino» del partito: il Cpn passa così da 135 a 260 membri scelti in modo proporzionale tra le varie mozioni. Una mossa che allarga la base democratica di Rifondazione ma serve anche a rinforzare nei numeri la presenza bertinottiana.

Scontata dunque la conferma di Fausto Bertinotti a segretario, che dopo il voto dei delegati ottiene il 63% dei voti (143 sì, 85 no e 2 astenuti), una percentuale poo più ampia della sua mozione ma più bassa delle assise precedenti, quando superò l’80%. Confermati i pronostici anche sulla nuova segreteria «monocolore»: restano gli uscenti Sentinelli, Ferrero e Fraleone entrano Barbarossa, Migliore, Ferrara e Santroni.

Non è mancato nemmeno qualche braccio di ferro sugli ordini del giorno che impegnano la politica del partito. Sull’Iraq confermata la domanda del Prc a «tutte le opposizioni di farsi carico della richiesta di ritiro delle truppe italiane» ma bocciata la mozione unitaria presentata dalle minoranze che criticava la svolta «zapatera» del segretario sulla sostituzione delle forze occupanti con caschi blu dell’Onu. Le altre mozioni firmate dall’eterogeneo 40 per cento di anti-bertinottiani riguardavano il no all’alleanza con i radicali e la richiesta di una gestione unitaria, democratica e plurale del partito. Tutte respinte dal congresso.

Respinto anche un odg presentato da alcuni delegati friulani sulla questione delle foibe e la condanna dello sceneggiato «Il cuore nel pozzo». La maggioranza ha presentato una contro-proposta che condanna «l’orribile violenza delle foibe» ma afferma che quegli episodi non possono essere «estrapolati dal contesto storico in cui si consumarono». Respinta anche la richiesta di inserire la scala mobile come punto qualificante del programma dell’Unione. La maggioranza ha optato per un più anodino «impegno per il sostegno al salario».

Tra gli altri odg approvati ce n’è uno che boccia le riforme istituzionali del centrodestra e un altro, contestato dalla mozione di Ferrando perché troppo trionfalistico, sulla vicenda delle acciaierie di Terni.