Minniti: aumentare la spesa militare

Duecentotrenta euro pro capite non bastano. Lo 0,8 per cento del Pil è una spesa troppo misera. Parole di Marco Minniti, capogruppo dei Ds nella commissione Difesa, che nel convegno organizzato dai Ds il 7 novembre sul tema “le nuove sfide della difesa italiana”, ha tracciato le linee guida dell’intervento del futuro governo di centrosinistra, dinanzi ad una folta platea di grandi elettori: generali, rappresentanti diplomatici italiani presso la NATO e imprenditori dell’industria delle armi. Nell’intervento di Minniti la critica all’unilateralismo americano e
all’esportazione della democrazia si fonde con la fiducia in un nuovo
protagonismo dell’Unione Europea. “Il fine non giustifica i mezzi”, dice
Minniti. Ma aggiunge: “Non si può né si deve escludere in linea di principio l’uso della forza. Questa esclusione condannerebbe un paese all’insicurezza e una coalizione di governo all’impotenza”. E continua: “Lo dico con la consapevolezza di chi ha fatto parte di governi che, in passaggi significativi nella vita del nostro paese, si sono assunti serie e importanti responsabilità anche sull’uso della forza. Noi pensiamo, per l’oggi e per il domani, che non sia possibile un impiego delle Forze armate italiane fuori dai confini nazionali senza un mandato diretto e preciso delle Nazioni Unite e dell’UE”. La guerra in Kosovo, dunque, è parte del DNA della sinistra di governo, così come non è possibile toccare le missioni italiane in Afghanistan, in Kosovo, in Libano, definite “significativo patrimonio del paese”. Su questo, tra Martino e Minniti, non c’è proprio alcuna differenza. I contrasti, invece, sono tutti nella valutazione della politica europea nel campo della difesa. Su questo i Ds sembrano intenzionati a investire in maniera prioritaria: “Non può esserci una efficace politica di sicurezza nazionale e un affidabile disegno internazionale se non si completa il progetto di difesa europea. in concreto si tratta di sviluppare una efficace capacità militare dell’Europa”. Ma si tratta di un’Europa mai antagonista agli Stati Uniti, dinanzi ai quali dobbiamo, essere alleati “seri e affidabili”. La difesa Europea e la Nato, come strumenti autonomi ma complementari. E qui, Minniti, inizia un lungo elenco di proposte, tra le quali spicca quella della formazione di Gruppi di Combattimento EU (EU Battelgroups), strumenti chiave del peacekiping promosso dall’UE, capaci di intervenire in dieci giorni dalla decisione politica, anche su due scenari contemporanei. E poi il sostegno all’Agenzia Europea di Difesa e al suo progetto di sviluppo delle capacità militari dell’UE e alll'”approccio
globale di Dispiegamento”, definito “strumento chiave in funzione strategica per il dispiegamento rapido della forze UE”. Per finire col progetto EUROMARFOR, forza navale permanente formata da Francia, Italia Portogallo e Spagna, già impiegata nel Mediterraneo Orientale in coordinamento con le forze Nato impegnate nella “lotta al terrorismo”. Ma l’impegno europeo, per Minniti, non può essere scisso da un rinnovato impegno di bilancio. E qui Minniti scavalca a destra il governo: per le forze armate, in Italia, si spende troppo poco: “invertire la tendenza negativa di questi ultimi anni facendo risalire la curva delle risorse finanziarie da assegnare alla funzione difesa è un impegno che ci sentiamo in dover assumere”, dice chiaramente Minniti. L’1,5% del Pil destinato alla difesa, promessa non mantenuta dal governo Berlusconi, è per i Ds un punto di partenza irrinunciabile. D’altronde non si tratta solo di una questione militare, ma anche di un problema di politica industriale. Poiché, afferma Minniti “l’industria della difesa è l’unico settore ad alta tecnologia potenzialmente competitivo nel nostro paese”. Si tratta, dunque, di “una risorsa strategica prima che ancora che un fornitore indispensabile di beni e servizi destinati alla sicurezza nazionale”, in un quadro di keynesismo di guerra nel quale “l’industria della difesa deve essere sostenuta dalla committenza pubblica e da una politica industriale che le consenta un adeguato sviluppo”. Per finire Minniti parla del superamento della leva obbligatoria e del passaggio all’esercito professionale, evidenziando la disomogeneità del reclutamento, per il 90% composto da soldato provenienti da Calabria, Campania, Puglia, Sicilia e Sardegna. Soldati che nell’80% dei casi sono assegnati a reparti dislocati nel centro nord. L’esercito come fuga dalla disoccupazione giovanile e dalla crisi economica che investe il mezzogiorno, ma anche come ammortizzatore sociale: per questo Minniti propone di “far restare i soldati nel territorio dove li reclutiamo”, anche a costo di ridislocare le basi: “Il fianco sud del Mediterraneo è, nel contesto dei nuovi scenari geopolitica, un baricentro decisamente significativo”, aggiunge il parlamentare dei Ds.