Mini-atomiche Usa pronte contro l’Iran

Ancora lui, Seymour Hersh. Stavolta ha scritto sul settimanale New Yorker che il Pentagono ha già infiltrato dei commando in Iran, per individuare gli obiettivi dei bombardamenti nucleari, proprio mentre la credibilità del presidente Bush è messa in gioco dal suo coinvolgimento nello scandalo Ciagate.
Hersh è la bestia nera storica dei falchi americani, che lo accusano di avere un’agenda liberal. Probabilmente hanno ragione, ma gli scoop che lui ha usato per metterli in difficoltà hanno avuto portata storica, da quando rivelò il massacro di My Lai in Vietnam alle torture nel carcere iracheno di Abu Ghraib. Qualcuno nel Pentagono gli parla, magari perché è risentito col governo, e stavolta il soggetto caldo è l’Iran.
Secondo le fonti di Hersh, Bush è messianicamente convinto che la sua eredità storica si deciderà a Teheran. Il presidente Ahmadinejad viene descritto alla Casa Bianca come il nuovo Hitler, e anche se gli Usa dichiarano di voler seguire la strada diplomatica per risolvere la crisi del programma nucleare iraniano, in realtà puntano a cambiare il regime. «Questo significa la guerra», sostiene un informatore del giornalista.
Anche gli europei e l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica sono certi che la Repubblica Islamica voglia la bomba atomica, ma divergono sui tempi di realizzazione e quindi sull’imminenza della minaccia. Per loro, in sostanza, il problema esiste, ma può avere soluzioni diverse da quella militare. Washington non ci crede, e quindi sta già preparando l’intervento.
In base alle informazioni anonime raccolte da Hersh, i commando del Pentagono stanno individuando gli obiettivi dei bombardamenti e stanno prendendo contatto con oppositori interni e gruppi etnici contrari al regime. Alcune esercitazioni intimidatorie sono già in corso vicino ai confini dell’Iran, e i piani prevedono anche l’uso di testate atomiche B61-11, per distruggere i siti nucleari sotterranei come quello di Natanz. L’obiettivo non sarebbe solo quello di cancellare o frenare il programma di riarmo di Teheran, perché col regime attuale prima o poi il problema tornerebbe a galla. Quindi il Pentagono vuole usare l’occasione per colpire altri obiettivi strategici, non necessariamente coinvolti nelle attività atomiche, allo scopo di favorire la caduta degli ayatollah.
Secondo Hersh non tutti i militari sono d’accordo, e gli Stati Maggiori Riuniti hanno cercato di dissuadere la Casa Bianca dall’uso delle testate nucleari. Alcuni alti ufficiali e consiglieri hanno minacciato le dimissioni, e questa disputa tattica dovrebbe essere risolta nel prossimo futuro.
Le controindicazioni sono ovvie. Primo, per annientare davvero il programma atomico iraniano bisognerebbe colpire circa 400 obiettivi, sperando che non ce ne siano altri nascosti abbastanza in profondità da sopravvivere all’attaco. Secondo, il regime potrebbe uscire rafforzato dai raid, compattando la popolazione contro l’America. Terzo, in questo caso ci sarebbero rappresaglie terroristiche, mentre il sud sciita dell’Iraq si incendierebbe, vanificando le ultime speranze di stabilizzare il paese.
Un altro problema serio è quello politico. Il coinvolgimento di Bush nel Ciagate forse non ha effetti legali, perché il presidente aveva il diritto di declassificare informazioni segrete, però tocca la sua credibilità, perché dimostra come fosse pronto ad usare anche i dossier di intelligence per rispondere ai suoi critici. Visti i fallimenti dell’intelligence in Iraq, stavolta il pubblico potrebbe esitare a credere alla versione della Casa Bianca. Con la popolarità scesa al 36% soprattutto per i problemi a Baghdad, il presidente dovrebbe convincere la gente ad appoggiare una nuova guerra. Ma potrebbe anche pensare che la minaccia iraniana è lo strumento giusto per ricompattare gli americani dietro alla sua leadership, e quindi usarla per far risalire i propri indici.
Casa Bianca e Pentagono hanno risposto ad Hersh che nella crisi con Teheran stanno seguendo seriamente le vie diplomatiche, a partire dall’Onu emarginata durante l’invasione dell’Iraq. Lui però ha scritto che alcuni membri del Congresso sono già stati informati dei piani in corso d’opera, affinché sostengano l’attacco.