Minacce Usa a Damasco. Presto i raid?

Nuovi attacchi dell’esercito americano lungo il confine con la Siria. L’amministrazione Bush prepara nuove sanzioni e raid al di là del confine per creare una «fascia di sicurezza» in territorio siriano e destabilizzare Damasco

Duemilacinquecento marines appoggiati da cacciabombardieri ed elicotteri da combattimento hanno lanciato una seconda offensiva, la «River Gate», la porta del fiume (Eufrate) nell’Ovest dell’Iraq, verso il confine con la Siria, investendo e bombardando tre grossi centri a maggioranza sunnita, Haqlaniyah, Parwana e Hadita mentre continua l’offensiva da parte di altri millecinquecento soldati Usa (Pugno di ferro) più a Ovest, proprio a ridosso del confine contro i centri di Sadah, Rumana e Karabila. Il confine tra Siria e Iraq è diventato così sempre più caldo e se negli ultimi due anni, si sono già verificati almeno cento «incidenti» nei quali le truppe Usa hanno aperto il fuoco contro le guardie di frontiera siriane, i Consiglieri per la sicurezza nazionale si sono riuniti sabato a Washington per un nuovo giro di vite contro Damasco. Al centro della riunione – secondo i giornali del gruppo «Knight Ridder» – le prossime tappe di un processo di destabilizzazione della Siria accusata di sostenere la resistenza irachena e quella palestinese: da nuove sanzioni, magari targate Onu, alla possibilità di bombardare direttamente i villaggi siriani al di là del confine con l’Iraq, anche con operazioni segrete di commandos, per una profondità di 30- 40 chilometri, sino alla creazione di una vera e propria «fascia di sicurezza» sul tipo di quella israeliana in Libano dal `78 al 2000. Contemporaneamente i falchi di Washington avrebbero anche discusso la possibilità di far sollevare le popolazioni curde nel nord della Siria, con l’obiettivo di creare, «per proteggerle», una seconda «no fly zone», sul modello iracheno, nella quale Damasco non potrebbe più usare né aerei né elicotteri. Più l’occupazione irachena affonda nelle paludi dell’Iraq e più la totale esclusione dei sunniti comincia a suscitare lo sdegno e le proteste dei paesi della regione allelati degli Usa – è di questi giorni la dura protesta di Egitto, Giordania e Arabia Saudita – più Washington sembra decisa a gettare la colpa di quanto sta avvenendo su Damasco – quasi a promettere ai sunniti il controllo della Siria in cambio della loro accettazione di un Iraq curdo-sciita-americano – continuando a portare avanti il suo processo di balcanizzazione su basi etnico-confessionali della regione. Il Consiglio per la sicurezza nazionale si sarebbe diviso sabato scorso non su questo progetto ma piuttosto sui suoi tempi di realizzazione. Prima o subito dopo una «normalizzazione» dell’Iraq. Normalizzazione che in realtà sembra sempre più lontana: ieri sono stati uccisi altri cinque soldati americani mentre le stesse Nazioni unite si sono pronunciate contro il gaglioffo cambiamento della legge elettorale, a dieci giorni dal voto per il referendum sulla nuova costituzione «made in Usa» che getta le premesse per la divisione del paese in tre «patrie etniche». Secondo la nuova legge elettorale la soglia dei 2/3 di voti in tre province necessari per respingere la costituzione dovrà essere calcolata non più sui votanti ma sugli aventi diritto. In tal modo agli Usa per vincere il referendum basterà far votare le zone dove più forti sono i partiti sciiti e curdi pro-occupazione e impedire le operazioni di voto, con i bombardamenti e i raid, nelle città sunnite dell’Ovest e del Nord, o nei quartieri e nelle città sciite favorevoli al no. La discussione in corso nell’Amministrazione Bush e la possibile adozione di «misure straordinarie» contro la Siria sono state confermata ieri dal capo di stato maggiore dell’esercito israeliano, Shaul Mofaz, che già due giorni fa aveva ribadito che Israele non lascerà mai le alture del Golan siriano occupate nel 1967. Il giro di vite contro Damasco dovrebbe avviarsi alla fine di ottobre in occasione della pubblicazione del rapporto della Commissione dell’Onu sull’uccisione dell’ex premier libanese Rafiq Hariri, guidata da giudice tedesco Detlev Mehlis che, sulla base delle «rivelazioni» di un presunto disertore siriano, dovrebbe indicare un coinvolgimento dei vertici dell’intelligence di Damasco – il fratello del presidente, Maher Assad, capo della guardia presidenziale e il cognato, Assef Shawkat, capo dei servizi – nella «strage di San Valentino» sul lungomare di Beirut. Il presunto transfuga è stato indicato da diversi giornali arabi nel maggiore Mohammed Zuheir Sadeeq – sette mogli e una vita da faccendiere – da alcuni considerato vicino a Rifaat Assad, zio del presidente Bashar, negli anni ottanta allontanato dalla Siria dall’allora presidente Hafez Assad dopo aver tentato di prendere il potere durante una sua grave malattia. Il maggiore Sadeeqavrebbe convinto della sua attendibilità i servizi sauditi che lo avrebbero «girato» a Parigi dove sarebbe stato interrogato e «istruito» dai francesi prima di essere «passato» all’inquisitore Onu Detlev Mehlis. Quindi la «gola profonda» siriana sarebbe stato interrogato dai servizi egiziani, che l’avrebbe giudicato del tutto inattendibile. In altri termini il casus belli contro la Siria si baserebbe, come fu per l’Iraq, su un’altra «balla di distruzione di massa» e su nuove varianti siriane dei faccendieri iracheni alla Chalabi tanto cari ai neocons d’oltreoceano.