Minacce di guerra bipartizan contro l’Iran

Mentre gli USA sono pesantemente impantanati in Iraq, Israele e Gran Bretagna spingono per aprire un nuovo fronte di guerra contro l’Iran. Il prestesto dell’atomica iraniana non regge alla prova dei fatti. Che forze politiche e personalità del centro-sinistra italiano si rendano complici di questa operazione è vergognoso.

Diversamente dall’Iraq, questa volta anche importanti paesi europei come Francia e Germania sembrano essersi fatti influenzare pesantemente dalla Gran Bretagna. La “trojka” europea a cui gli USA hanno lasciato parziali spazi di manovra nei negoziati con l’Iran, in questa occasione pare ripetere a pappagallo i luoghi comuni e le menzogne diffuse a piene mani dai giornali reazionari statunitensi ed israeliani. La posizione degli europei è talmente subalterna agli USA da aver provocato la sospensione dei colloqui con le autorità iraniane e il riavvio del piano nucleare di Teheran. Al momento solo uno Schroeder azzoppato dalle elezioni si è limitato a dire no all’opzione militare contro l’Iran visti i guasti prodotti da questa opzione in Iraq, ma se il cancelliere tedesco questa volta è un’anatra zoppa, il suo partner francese – Chirac – lo è altrettanto a causa delle ripetute batoste accumulate sul piano interno ed internazionale.

In tale contesto, un parte dei dirigenti e dei partiti dell’Unione (il centro-sinistra italiano) si va rendendo complice di una campagna politico-mediatica messa in piedi dal “Likudzik-System” esistente in Italia. Vedere Fassino e Folena sfilare con Giuliano Ferrara contro l’Iran e a sostegno di Israele è quantomeno disgustoso, anche perchè la realtà dei fatti demolisce lo tsunami disinformativo messo in piedi sulle dichiarazioni anti-israeliane del presidente iraniano.

Una cosa è certa, se la resistenza irachena non avesse inchiodato le forze armate americane, l’escalation aggressiva statunitense ed israeliana contro l’Iran oggi non sarebbe ancora limitata alle minacce.

I giornali ed i governi europei, hanno passato sotto silenzio il rapporto indipendente di un gruppo plurinazionale di scienziati rivelato dal “Washington Post”. Il rapporto, ha ulteriormente demolito la campagna mediatica, politica e diplomatica contro l’Iran sulla vicenda del nucleare. Questo gruppo di scienziati ha scoperto che i residui di uranio “per la bomba iraniana”, appartengono in realtà ad un vecchio silos pakistano portato pubblicamente (per l’Agenzia Atomica Internazionale) in Iran per essere bonificato. Il Washington Post ha affermato perentoriamente che questa rapporto priva la campagna anti-iraniana dell’amministrazione Bush del suo argomento principale (1).

E’ noto a tutti che gli artefici principali di questa campagna siano i cosiddetti “likudzik” cioè i progetti e i soggetti convergenti della fazione filo-israeliana nell’amministrazione Bush con le autorità israeliane vere e proprie.

Per i primi la liquidazione – anche manu militari – dell’Iran significa il completamento del progetto “Grande Medio Oriente”, per i secondi rappresenta l’eliminazione di una potenza regionale rivale che sostiene apertamente organizzazioni come gli Hezbollah libanesi e rimane l’unico fattore di equilibrio nei confronti della strapotenza militare e nucleare israeliana. A questa campagna si è unito “volenterosamente” il premier britannico Blair, che ha accusato l’Iran – ma senza averlo dimostrato – di appaoggiare la resistenza irachena nel sud del paese.

Una ragnatela contraddittoria nelle relazioni con l’Iran

Che i rapporti tra Iran, Stati Uniti ed Israele oggi non siano buoni è evidente a molti. Sono meno noti i ripetuti tentativi delle varie amministrazioni repubblicane (e degli israeliani) di utilizzazione dell’Iran per i loro giochi di destabilizzazione in Medio Oriente.

Nonostante la crisi degli ostaggi che costò la rielezione a Carter nel 1980 e nonostante l’Iran degli ayatollah definisse gli USA “Il Grande Satana”, sono note sia operazioni triangolari come l’Iran-Contras sia il doppio gioco degli USA per scatenare l’Iran contro l’Iraq e viceversa nella devastante guerra che ha dissanguato i due paesi tra il 1980 e il 1988. Lo stesso Rafsanjani, fortunatamente e clamorosamente uscito sconfitto dalle recenti elezioni in Iran, rappresentava la corrente dell’establishment iraniano che intendeva riaprire a tutto campo le relazioni con gli Stati Uniti.

Abboccamenti c’erano stati durante l’invasione dell’Afganistan nel 2001 (i taleban non erano affatto amici degli iraniani, anzi contro la minoranza sciita in Afganistan erano stati assai pesanti). E abboccamenti ci sono stati anche per cooptare e dare potere nell’Iraq occupato dagli USA alle milizie filo-iraniane dello Sciri che si vanno configurando (insieme a quelle curde) come il vero braccio armato del governo fantoccio scaturito dalle elezioni farsa.

Non solo. Nel 1998, Paul Wolfowitz (oggi collocato alla Banca Mondiale) ma uomo chiave nel team della prima amministrazione Bush, pubblicava un rapporto sul Medio Oriente in cui diceva quattro cose esplicite: gli USA devono attaccare l’Iraq, non si può permettere che i prezzi del petrolio siano troppo bassi, occorre impedire la destabilizzazione dell’Arabia saudita, occorre riaprire il “dialogo con l’Iran”. Se un falco come Wolfowitz auspicava il dialogo con Teheran, vuol dire che in quell’ambito esistevano canali aperti, probabilmente lo stesso Rafsanjani e settori dei cosiddetti “riformisti” (2)

Diverso è invece il rapporto tra Israele e Iran. In questo caso possiamo parlare più di interessi oggettivi che di dialogo. La destra israeliana infatti è dagli anni Ottanta che ha in mente la riscrittura della mappa geopolitica del Medio Oriente funzionale ai propri progetti (3)

In tal senso ha sempre cercato di dare vita ad una diplomazia di interessi verso i paesi “non arabi” dell’area in funzione destabilizzante nei confronti dei paesi arabi. E’ il caso dei cristiani maroniti in Libano, della Turchia e dello stesso Iran. Gli effetti di questa politica si sono visti nel prolungamento/dissanguamento della assurda guerra tra Iran e Iraq, nelle ingerenze della Turchia contro Siria e Iraq, nel sostegno ai falangisti libanesi, ai curdi iracheni o ai gruppi secessionisti in Sudan ed infine nel pervicace tentativo di balcanizzazione dell’Iraq in tre cantoni (curdo a nord, sciita a sud e sannita al centro). L’approvazione della Costituzione federale in Iraq segnerebbe un indubbio successo israeliano che non a caso ha inviato numerosi “consiglieri” nella regione curda-irachena e parecchi specialisti di controguerriglia al fianco delle truppe statunitensi.

L’atomica iraniana. Due pesi, due misure…

Alcuni dei commentatori che si prestano alla campagna contro l’Iran, giocano su un argomento semplice ma di una certa efficacia. L’Iran infatti è uno dei principali produttori di petrolio e dunque non ha problemi di approvvigionamento energetico. Che bisogno ha del nucleare se non per fare le bombe atomiche? E’ un ragionamento che su menti semplici può fare effetto. Si potrebbe rispondere che anche paesi petroliferi come Russia o Stati Uniti hanno le centrali nucleari, ma potrebbe non bastare, in fondo il senso comune guarda sempre con rispetto e timore alle grandi potenze.

Altri sostengono che solo le democrazie possono detenere le armi atomiche. Ragione per cui non si trova nulla da eccepire se gli USA, Francia, Gran Bretagna e Israele possiedono centinaia di testate nucleari.

I meccanismi di controllo interno dei sistemi democratici “impedirebbero” che vengano usate impropriamente. Qualcuno potrebbe contestare il fatto che nella storia le uniche bombe atomiche sulle città le hanno sganciate i “democratici” Stati Uniti. Ma anche su questo vale il ragionamento fatto prima. Inoltre gli USA hanno la vinto la guerra, la storia la scrivono come gli pare e piace e buona parte del mondo “civilizzato” è disposto a credergli. Qualcun altro però potrebbe contestare questa tesi accomodante e rammentare che le armi atomiche ce l’hanno anche la Russia, la Cina, l’India e perfino il Pakistan. Questi ultimi due paesi – sette anni fa – furono sottoposti a sanzioni per gli esperimenti nucleari che sorpresero il mondo, incluso il vertice del G 8.

Cina e Russia sono troppo grossi e potenti per vedere rimesso in discussione il loro potere di deterrenza nucleare e poi sono membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Ma l’India ha assai migliorato le sue relazioni con gli USA mentre il Pakistan, collaborando all’occupazione dell’Afganistan, si è magicamente trasformato da una dittatura militare in una democrazia alleata della coalizione antiterrorismo.

Secondo questa logica assai eccepibile, l’Iran non avrebbe alcuna legittimità per dotarsi di impianti nucleari. Non ne ha bisogno, non è una democrazia, gli ayatollah sono “matti”, non è una potenza permanente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, non è neanche parte della coalizione dei volenterosi contro il terrorismo quindi…l’Iran non ha diritto a dotarsi dell’energia nucleare.

Stando così le cose un pò di verità non guasta, soprattutto alla luce dell’esperienza di questi ultimi dieci anni e dello scatenamento della guerra preventiva. Che la verità costringa talvolta al cinismo è una causa ed un effetto della storia.

Il nucleare iraniano. Una minaccia o un fattore di riequilibrio?

I programmi nucleari sono stati sviluppati in moltissimi paesi nel corso degli anni Novanta. Se vogliamo parlare di paradossi, il paese che negli anni Novanta ha fatto incetta di plutonio e uranio… è stato il Giappone. Pochi ricordano quante navi hanno preso la strada del Sol Levante provenienti dalla Francia o dagli Stati Uniti con carichi nucleari.

Diversamente che in Europa o nei paesi capitalisti, il ricorso al nucleare in molti paesi emergenti corrispondeva più a standard di sviluppo tecnologico (anche militare) che ad esigenze energetiche.

Va ricordato in tal senso il tentativo iracheno di costruire un impianto nucleare a Osirak che fu stroncato unilateralmente dagli israeliani con un bombardamento.

La “bomba islamica” l’ha costruita il Pakistan con i finanziamenti ricevuti da tutti i paesi arabi ed islamici. Il Pakistan non lo ha fatto per assicurarsi una fonte di approvvigionamento energetico alternativo al petrolio ma per acquisire uno status di potenza regionale nei confronti di India e Cina e per dare “un punto di forza” alla nazione islamica nei confronti dell’arsenale nucleare israeliano.

La stessa Israele, ha creato l’impianto nucleare di Dimona non per produrre energia di cui non dispone e aggirare così l’embargo petrolifero arabo ma per produrre decine di testate nucleari operative. Il povero Vanunu sta ancora passando i suoi guai per averlo rivelato al Sunday Times.

Cosa hanno in comune la bomba islamica pakistana, quella indiana e quelle israeliana? Che tutte e tre sono nate di nascosto e in paesi che hanno rifiutato di firmare il Trattato di Non Proliferazione Nucleare per evitare le ispezioni dell’AIEA nei loro impianti.

Al contrario, la Repubblica Islamica Iraniana, ha firmato il Trattato, ha ospitato sistematicamente le ispezioni dell’AIEA ed ha dato vita pubblicamente e legalmente al suo programma nucleare. Ma perché un importante paese produttore di petrolio ha dato vita ad un programma nucleare?

Le ragioni dell’accelerazione del piano nucleare iraniano, vanno viste nel contesto del “Grande Gioco” apertosi pesantemente in Asia Centrale a metà degli anni Novanta. Tra gli obiettivi dichiarati del “Silk Road Strategy Act” statunitense vi era quello di tagliare fuori dai corridoi energetici la Russia e l’Iran. (4)

La guerra degli oledotti che si è aperta e combattuta nel Caucaso e nelle repubbliche asiatiche ex sovietiche non è ancora terminata ed è stata di una durezza che pochi hanno saputo cogliere (se non in occasione della guerra NATO nei Balcani).

Gli Stati Uniti puntavano a isolare ed estromettere l’Iran dalle dinamiche della geografia mondiale del petrolio. Di questo erano consapevoli il ricco Rafsanjani e i cosiddetti riformisti iraniani che hanno quindi cercato di riallacciare i contatti con gli USA.

A complicare ed a chiarire le cose, ci si è messo però il Progetto per il Nuovo Secolo Americano, il rafforzamento dei “likudzik” a Washington ed a Tel Aviv e lo scatenamento della guerra preventiva da parte degli Stati Uniti. La realtà infatti ha dimostrato fino ad oggi che le bombe atomiche, è meglio averle che non averle e che se un paese dispone di bombe atomiche può decidere da solo se farsi “esportare o meno la democrazia in casa”. Lo scenario visto prima in Afganistan e poi in Iraq è stato un serio deterrente per l’Iran. Questo paese infatti si trova preso in mezzo ai due paesi occupati militarmente dagli USA e l’amministrazione statunitense non nasconde affatto l’ambizione di chiudere anche territorialmente questa parte dell’Arco di Crisi indicato da tempo da Brzezinski e Kissinger.

Oggi l’amministrazione Bush è seriamente impantanata in Iraq ed è ancora lontana dal raggiungimento degli obiettivi strategici prefissati dal “Grande Medio Oriente”. La tabella di marcia del Nuovo Secolo Americano deve fare i conti con la realtà e con la resistenza di popoli e di Stati all’egemonia globale USA. Gli USA sono sottoposti a fortissime pressioni israeliane per mettere in moto le operazioni contro l’Iran. Bush non ha affatto escluso l’opzione militare ma deve però prendere tempo e incentivare la campagna perché l’Iraq non è solo una rogna dal punto di vista militare ma lo è ancora di più dal punto di vista politico e della credibilità. Inoltre due potenze come Russia e Cina hanno emesso un serio monito contro una eventuale aggressione contro l’Iran.

Gli scienziati che hanno rivelato al Washington Post l’ulteriore menzogna di guerra dell’amministrazione Bush e Sharon sul nucleare iraniano, potrebbero essere più ascoltati e fortunati di quanto lo furono quegli onesti ispettori dell’ONU che persero la voce a forza di denunciare il fatto che di armi di distruzioni di massa in Iraq non ce n’erano.

E’ possibile, anzi probabile, che nella prossima fase assisteremo ad una escalation sempre più pericolosa contro l’Iran, ma sarà una escalation la cui variabile indipendente non sarà rappresentata dagli “ayatollah” ma da chi guiderà i governi israeliani. Per dirla con Prodi: le chiavi della pace in Medio Oriente restano a Gerusalemme, non a Bagdad né a Teheran.

Una conferenza o un piano che punti ad un processo di disarmo nucleare del Medio Oriente riguarda certo l’Iran ma non può che includere anche Israele. L’unico ad aver avanzato la proposta della denuclearizzazione del Medio Oriente, è stato il Presidente iraniano intervendo alle Nazioni Unite. Le potenze che vogliono attaccare o isolare l’Iran hanno detto che non era credibile. Una domanda sorge semplice semplice: perchè?

* redazione di Contropiano

NOTE:

(1) Washington Post del 23 agosto, riportato sulla stampa italiana il 24 agosto

(2) Il rapporto di Wolfowitz è stato resto noto dal CorriereEconomia del 14 dicembre del 1998

(3) Vedi “Israele senza confini” a cura di Antonio Moscato e Sergio Giulianati, edizioni Sapere 2000, 1984

(4) Vedi Sergio Cararo “Il Grande Gioco in Asia Centrale”, Proteo nr. 4 del 2001