Minacce al diritto di aborto – Dall’Europa dell’est agli Stati uniti

In Italia, un giornalista conservatore ha lanciato l’idea di una “moratoria sull’aborto”, mentre un deputato del partito di Silvio Berlusconi ha presentato una mozione parlamentare per rivedere la legge che depenalizza l’interruzione volontaria di gravidanza (Ivg.) Ciò preannuncia un tema che sarà molto dibattuto nella campagna elettorale che si apre in Italia e nel futuro parlamento. In Europa, le tesi degli antiaboristi fanno nuovi adepti. Negli Stati uniti trovano ascolto alla Casa bianca. E il degrado dei sistemi sanitari pubblici contribuisce a compromettere il diritto delle donne a decidere delle loro maternità.

Al contrario a quanto si potrebbe pensare, il diritto all’aborto è ancora molto fragile, anche nei paesi industrializzati. Mentre la liberalizzazione prosegue nella maggior parte dell’ Unione europea – come in Portogallo, dove è stato depenalizzato nel marzo 2007 -, le condizioni concrete e lo statuto legale dell’interruzione volontaria di gravidanza (Ivg) variano sensibilmente nei diversi paesi. Le donne dell’Europa occidentale godono di un sistema relativamente buono, soprattutto nei paesi del nord, mentre l’accesso all’Ivg è sempre più difficile nell’Europa dell’Est. E il diritto all’aborto è stato praticamente svuotato di sostanza negli Stati uniti.

I paesi scandinavi e alcuni paesi dell’Europa continentale fanno scuola in materia di diritti delle donne. Il tasso di aborto nei Paesi basi è uno dei più modesti d’Europa (8 per 1.000) ed è il riflesso di una scelta politica di educazione sessuale e contraccettiva, il 75% delle donne tra i 15 e i 44 anni utilizza un metodo moderno di contraccezione. Le Ivg sono praticate in cliniche specializzate da medici altamente qualificati. L’intervento è totalmente coperto da un’assicurazione pubblica.

Lo stesso spirito predomina anche nei paesi scandinavi, in particolare in Svezia e Danimarca. In questo paese, fin dal 1939 la legge riconosce, in alcuni casi, la legittimità dell’interruzione di gravidanza. Nel 1973, ha autorizzato l’aborto su richiesta, fino alla dodicesima settimana di amenorrea. Oltre questo termine, le donne devono sottoporre una richiesta scritta ad una commissione composta da ginecologi, assistenti sociali e psicologi. Le minorenni devono ottenere l’autorizzazione dei genitori – una richiesta che pone problemi alle ragazze la cui famiglia rifiuta di ammettere che le figlie abbiano una vita sessuale; in tal caso la commissione accetta la domanda senza pretendere il consenso dei genitori. Il tasso di aborto è molto basso – dell’ordine del 13 per 1.000. L’intervento è gratuito, praticato in ambiente ospedaliero; gli aborti farmacologici rappresentano un terzo delle Ivg.

Al contrario di altri paesi europei, inclusa la Francia, il personale sanitario è sufficiente a coprire tutte le richieste. In Germania e in Italia, le donne fanno un colloquio preliminare; l’aborto farmacologico non è ancora generalizzato, al contrario di quanto avviene in Francia e nei Paesi bassi. In Spagna, la gravidanza può essere interrotta se il suo proseguimento mette in pericolo la salute delle madre, compresa la salute mentale. Ma, anche se l’aborto è nell’ordine delle cose, persiste tuttavia una certa riprovazione nei confronti delle donne che vi fanno ricorso. A volte vengono considerate irresponsabili, come se avessero bevuto o fumato in maniera eccessiva: “Capita che le donne si sentano dire: “Perché non hai fatto più attenzione?””, osserva Lisbeth K. Knudsen, sociologa e demografa all’università di Aalborg. “Ma non è lo stesso tipo di disapprovazione che consiste nel dire: “Stai sopprimendo una vita””.

In Scozia, Inghilterra e nel Galles l’aborto è autorizzato fino alla ventiquattresima settimana di amenorrea, se la prosecuzione della gestazione presenta, per la salute della madre, rischi maggiori rispetto alla sua interruzione. Una così ampia definizione delle ragioni che giustificano l’Ivg pone la Gran Bretagna nel gruppo dei paesi dotati di una legislazione molto liberale in materia. Le donne riescono sempre ad interrompere una gravidanza, se lo desiderano: il tasso di aborto in Inghilterra e nel Galles, dell’ordine del 16 per 1.000, è uno dei più alti dell’Europa occidentale.

Eppure, non mancano gli ostacoli. Due medici, infatti, devono appoggiare per iscritto la domanda di aborto, il che aumenta il rischio di superare i termini. Benché la grande maggioranza della comunità medica sia favorevole all’Ivg, circa il 20% dei medici di base è contrario, e alcuni usano il loro potere di interdizione. “Alcune donne ci dicono: “Il mio medicasi è rifiutato di mandarmi da un altro dottore””, racconta Rebecca Findlay, portavoce della Family Planning Association. “I medici possono ritardare la procedure, e alcune donne si ritrovano così con una gravidanza di undici settimane, mentre inizialmente si erano presentate con un’amenorrea di sei settimane”. In molti reclamano una semplificazione della legislazione.

Ma il problema maggiore per le donne che desiderano abortire resta la mancanza di strutture e mezzi. Un esempio: nel 2004, il governo aveva assegnato 300 milioni di sterline (cioè circa 500 milioni di euro) alle autorità sanitarie locali, i Primary Care Trusts, per le spese di contraccezione e aborto. Queste strutture, che dispongono di una completa autonomia di gestione, hanno speso mediamente solo 6,50 euro a persona per i servizi di Ivg. “I Primary Care Trusts hanno utilizzato questo denaro altrove, su voci giudicate prioritarie, come la malattie cardiovascolari o il cancro. I servizi di contraccezione non nono percepiti come una priorità, sono storicamente sotto-finanziati”, spiega la Findlay.

Risultato: l’accesso all’Ivg gratuita diventa una lotteria. In alcune regioni, le donne devono pazientare ben più a lungo delle tre settimane consigliate dal governo. Per evitare attese estenuanti, alcune pagano l’intervento di tasca loro, cioè 800 euro; secondo le stime della Family Planning Association, nel 2006, è stata la scelta fatta nel 13% dei casi di aborto. Se le donne delle classi medie possono “offrirsi” la loro Ivg, 800 euro rappresentano una somma proibitiva per le più povere, in particolare le senza dimora fissa e le donne che richiedono asilo.

Nonostante le difficoltà, la britanniche rimangono delle privilegiate rispetto alle loro consorelle dell’Europa centrale e orientale, per le quali i problemi di accesso alle cure si pongono in maniera molto grave. Nei paesi dell’Europa dell’Est (Bielorussia, Bulgaria, Slovacchia, Repubblica ceca, Ungheria, Polonia, Romania, Russia, Ucraina), 44 gravidanze su 1.000 finiscono con un aborto. L’Ivg, universale e gratuita, costituiva il principale mezzo di contraccezione nei paesi dell’ex blocco sovietico – ad eccezione della Romania. Ma, dal crollo dei regimi comunisti, le donne incontrano difficoltà crescenti per interrompere una gravidanza.

Primo ostacolo: il costo dell’intervento in un contesto di privatizzazione dei servizi sanitari. Le donne sono ormai obbligate a pagare l’Ivg, il che penalizza le più povere. In Ungheria, la copertura sanitaria non si fa carico di questo tipo di intervento, salvo che per motivi sanitari. L’operazione costa mediamente 100 euro, cioè un terzo del salario minimo mensile, che, nel 2008, è di 273 euro. In Polonia, dove l’aborto è stato dichiarato illegale nel 1997, medici compiacenti fanno pagare i loro servizi a caro prezzo: da quattro a otto volte il salario minimo, che, nel 2008, è di 311 euro. Poiché l’anestesia aggiunge 250 euro a una fattura già salata, la maggior parte delle donne sceglie di farne a meno.

Seconda grande minaccia: l’influenza crescente della lobby anti-Ivg, spesso vicina alla Chiesa ortodossa o cattolica. Questi gruppi sfruttano con successo il tema del declino demografico, In Ungheria, sotto la pressione dei difensori del “diritto alla vita”, nel 2001 il governo ha limitato l’accesso all’Ivg, imponendo alle donne due colloqui preliminari – con, anche in questo caso, il rischio di superare i termini, In Russia, dalla fine degli anni ’90, la lotta contro l’aborto gode di un’influenza crescente, e beneficia del sostegno dello stesso Vladimir Putin. In un discorso all’Assemblea federale, nel maggio 2003, il presidente descriveva il problema demografico come la sfida più importante che la Russia doveva affrontare.

La maggior parte dei partiti politivi attribuisce il declino demografico – tasso di mortalità superiore al tasso di mortalità superiore al tasso di natalità – all’aborto. E in questo contesto che, nel 2002, un deputato conservatore, Alexandre Chouev, ha proposto un progetto di legge che mira a sopprimere la pratica dell’Ivg per motivi sociali. Prima, la legislazione permetteva infatti alle donne di fare ricorso all’aborto di stato per tredici ragioni sociali (disoccupazione, isolamento, condizioni abitative precarie, mancanza di risorse finanziarie, ecc.). Dal 2003, a seguito della proposta Chouev, adottata dal Parlamento, l’aborto è autorizzato solo in caso di stupro, se la madre è in carcere o privata dei diritti parentali, o se il padre è handicappato.

Stessa situazione in Polonia, dove la lobby integralista è arrivata a rendere l’aborto praticamente illegale. Dal 1997, è autorizzato solo se sussiste pericolo di morte per la madre, se il feto soffre di malformazioni gravi, o ancora se la gravidanza è conseguenza di stupro o incesto. La maggior parte dei medici rifiuta di intervenire anche in caso di rischio per la salute della madre, per timore di azioni giudiziarie. Il numero di Ivg dichiarate è così passato da 3047 nel 1997 a 310 nel 1998 e a 199 nel 2004. Si calcola che il numero di aborti clandestini sia di 80.000 l’anno, con tutto ciò che questo implica in fatto di complicazioni postoperatorie (si legga il riquadro in questa pagina). Se i militanti anti-Ivg hanno riportato una serie di vittorie contro i diritti delle donne, è anche perché godono dell’appoggio logistico e finanziario dei loro omologhi statunitensi. La principale associazione cattolica antiaborista americana, Human Life International, ha infatti collocato un’antenna a Gdansk per formare i militanti alle tattiche delle campagne anti-Ivg.

Negli Stati uniti, l’aborto, legalizzato nel gennaio 1973 grazie alla sentenza della Corte suprema “Roe vs Wade” – secondo la quale la decisione d’interrompere una gravidanza deve essere presa nell’ambito di una relazione privata tra medico e paziente -, è stato immediatamente messo in discussione da una serie di leggi federali. Nel 1973, l’emendamento Church – dal nome di un senatore democratico dell’Idaho, Frank Church – permette a organizzazioni o individui che ricevono finanziamenti dallo stato federale di rifiutare di praticare l’Ivg per motivi morali e religiosi. Nel 1977, l’emendamento Hype proibisce l’uso di fondi federali per finanziare l’aborto, salvo in caso di stupro o incesto, o anche per salvare la vita della madre. Il finanziamento dell’Ivg dipende ormai interamente dalla disponibilità degli stati federati. Nel 1989, questi ultimi sono stati autorizzati dalla Corte suprema a restringere l’accesso all’Ivg.

Ma è nel corso degli anni ’80 e ’90 che la lobby anti-Ivg americana si organizza e riesce a riportare vittorie decisive, anche facendo ricorso alla violenza. Negli anni ’80, i gruppi anti-Ivg hanno moltiplicato le azioni commando contro i centri di planning familiare. Negli anni ’90, la situazione è peggiorata: sono stati registrati sette assassinii e diciassette tentati omicidi, fino ad obbligare lo stato federale a reprimere severamente qualsiasi tentativo di intimidazione nei confronti dei medici e dei loro pazienti. Eppure, la legge del 1994 che garantisce il libero accesso ai centri Ivg (Freedom of Access to Clinic Entrances Act) non ha avuto l’effetto dissuasivo sperato.

Il 22 gennaio 1995, nel corso dell’annuale manifestazione intitolata “Marcia per la vita” che si svolge a Washington, uno dei gruppi anti-Ivg, l’American Coalition of Life Activists, ha esposto un cartello che, sotto la scritta: “Colpevoli di crimini contro l’umanità”, elencava nomi e indirizzi di tredici “abortisti”, che, da quel momento, sarebbero stati costretti a vivere sotto protezione permanente della polizia.

I medici americani che praticano l’Ivg, essendo un’esigua minoranza – solo il 2% dei ginecologi effettua venticinque o più aborti al mese -, sono identificabili con grande facilità. La crisi delle vocazioni si accentua. L’offerta di servizi ne patisce, tanto che alcuni stati ne sono ormai carenti. In conseguenza, l’Ivg è destinata soprattutto alle donne delle classi medie, che hanno la possibilità di pagare. Infatti, la maggior parte delle assicurazioni private non si fa carico né della contraccezione né dell’aborto – mentre il Viagra, al contrario, è quasi sempre rimborsato.

Di fronte a questi attacchi, il movimento “pro-scelta” è rimasto passivo. Fatto ancor più grave, poco a poco i democratici hanno accolto alcuni aspetti del discorso anti-Ivg. Gran parte del loro elettorato, infatti, ritiene che l’aborto sia moralmente condannabile. Per motivi tattici, il partito mette quindi l’accento sulla necessità di ridurre il numero di gravidanze indesiderate, affermando che l’aborto deve essere considerato l’ultima risorsa. Il che permette ai democratici dissidenti di votare con i repubblicani, o di astenersi, sulla legislazione antiaborto. O democratici mettono dunque molto meno passione nel difendere il diritto assoluto all’Ivg di quanto i loro avversari repubblicani non ne mettano a smantellarlo (si legga il riquadro: Una posta in gioco nella corsa alla Casa bianca”).

Dal ritorno dei repubblicani al potere, nel 2000, il presidente George W. Bush ha offerto un sostegno incondizionato ai militanti antiaboristi. Il suo governo finanzia prioritariamente i programmi di astinenza sessuale e pratica forti tagli alle spese per contraccezione e Igv. Inoltre, la legislazione antiaborto si è fatta più restrittiva. La legge federale del 2003 proibisce un metodo chirurgico tardivo d’interruzione di gravidanza, definito dai suoi detrattori “aborto per nascita parziale”, perché il feto è ancora vivente all’inizio dell’intervento. Ormai, i diritti del feto sono eguali a quelli della madre. La legge del 2004 sulle “vittime non nate” prevede che il responsabile di una violenza contro una donna incinta sia perseguito per doppio reato o omicidio, contro la donna e il suo feto.

L’amministrazione repubblicana non solo è riuscita a rendere più difficile l’accesso all’Ivg, ma, con la nomina dell’ultraconservatore Samuel Alito alla Corte suprema, è arrivata a proibirla parzialmente. Il 18 aprile 2007, grazie al voto di quest’ultimo, la Corte ha convalidato la legge del 2003, autorizzando così la totale rimessa in discussione dell’aborto. Cosa ancora più allarmante: a causa dell’ambiguità dei democratici, la vittoria ideologica degli antiaboristi è totale. Il 24 gennaio 2005, nel corso di una conferenza che riuniva i centri di planning familiare dello stato di New York, la senatrice Hillary Clinton ha dichiarato: “Tutti possiamo riconoscere che l’aborto rappresenta un scelta triste e anche tragica per molte, molte donne”. Tuttavia, è ancor più tragico mettere al mondo un bambino non desiderato, come dimostra il persistere dell’infanticidio.

Per la grande maggioranza delle giovani donne europee, l’Ivg è un diritto fondamentale che non può essere rimesso in discussione. I toni strappa-lacrime dei gruppi anti-Ivg, minoritari in Francia, possono anche far sorridere, quando non suscitare indignazione. Ma il successo dei movimenti reazionari nell’Europa dell’Est e negli Stati uniti dovrebbe ricordare che – soprattutto per le donne più povere – niente è mai acquisito per sempre.

(Anna Daguerre)