Mimmo Rotella, dipingere a forza di strappi

L’artista appena scomparso realizzò le sue opere “togliendo con le unghie” le immagini stratificate dei manifesti urbani che coloravano le città negli anni precedenti il boom economico

Mimmo Rotella ci ha lasciato. E’ successo l’8 gennaio a Milano, dopo una lunga malattia (era nato il 7 ottobre del 1918 a Catanzaro). Sembra che abbia voluto lavorare fino all’ultimo, fino a che le forze non lo hanno abbandonato dopo aver strappato gli ultimi manifesti di Marilyn.
L'”arte dello strappo” è proprio quella che ha contrassegnato il lavoro di questo straordinario e longevo artista il quale, oltre 50 anni fa, ebbe una folgorazione: scendere in strada e strappare pezzi di manifesti incollati al muro. L’illuminazione arrivò una mattina del ’53: «Giravo in Piazza del Popolo, ero in crisi, non volevo più dipingere poi vedo un manifesto lacerato. Mi fermo. Ho un colpo al cuore, una specie di choc. Forse è questo il nuovo messaggio, mi dico».

Da quel momento in poi le immagini prodotte dall’artista calabrese saranno infinite e multiformi, con particolare attenzione per quelle riferite al cinema, la sua grande passione, ma tenute assieme da un comune denominatore: “togliere con le unghie” le immagini stratificate, proprie della iconografia del contemporaneo urbano. Fare della metropoli una grande galleria a cielo aperto sembra il sogno di Rotella, portare l’arte in strada e di qui riportarla nei musei e nelle case, contravvenendo alle buone regole borghesi che la vorrebbero “reclusa” (nata e vissuta) nelle segrete stanze degli ateliers e dei musei.

Mimmo Rotella è stato non un iconoclasta, ma piuttosto il magnifico edificatore di un nuovo mondo di figure di linee e di colori, scavato strappando la pelle della pubblicità e della comunicazione per immagini prodotta negli anni immediatamente precedenti il boom economico. Una specie di “graffitista ante litteram per via di togliere” che, invece di usare bombolette spray, con casualità solo apparente deprivava la superficie di manifesti e stampe di lacerti, ricostruendo, dalle vecchie, immagini nuovissime. Ecco la differenza fra Rotella e i graffitisti (Basquiat ad esempio). I secondi aggredivano i muri delle città rovesciandovi sopra i loro grafospasmi, l’artista calabrese non si sovrapponeva, piuttosto “entrava dentro” (i piedi nel piatto), le immagini e i segni tracciati sui muri, al fine di produrre uno strappo non solo formale ma ideologico, non solo a “favore” ma “contro”. Questo atteggiamento fa scrivere ad Emilio Villa: «L’opera poetica di Mimmo Rotella, realizzata in modo geniale, arguto ed allarmato, si deve intendere rivolta contro questa epoca in questo luogo; la quale si affanna, su ogni circostanza o frangente, a strozzare e assassinare con tutti i mezzi la vita dell’immaginazione e le sue solennità. Le sue ricorrenze».

Non è da credere che questa intuizione incontrasse da subito i favori della critica specializzata. Del resto era successo anche a Burri di non essere compreso, anzi di essere osteggiato al suo esordio. Ma Rotella, come Burri, ebbe la forza di insistere finchè la genialità-semplicità della sua idea (che fa pensare ai tagli di Fontana) non fu compresa dai più “veloci di testa”. Come Pierre Restany ad esempio, che lo incluse nella pattuglia “nouveau-réaliste” insieme ad artisti del calibro di Arman, César, Christo, Spoerri, Klein, Tinguely, Hains e Villeglé. Nel ’64, poi, ci fu un ulteriore riconoscimento internazionale rappresentato dall’invito alla mostra da Sidney Jannis a New York che sancì la nascita ufficiale della Pop Art internazionale più vicina alle declinazioni New Dada.

A proposito dei rapporti con il Dadaismo e in particolare con Marcel Duchamp, uno dei massimi rappresentanti di quel movimento liberatorio e libertario, Rotella spiegava: «Penso di discendere da Duchamp. Sento forte questa derivazione europea che mi distingue dagli americani. Ho dentro di me la Magna Grecia». Dalla Pop-Art infatti lo divise costantemente l’ostinata difesa di un’idea della forma che anche rispetto alla furia iconoclasta del dadaismo stesso (pure apprezzato) lo teneva distinto.

I “décollages” di Rotella infatti sono opere che aggrediscono la strada, partono da essa per ritornare nel chiuso dei musei e delle case contaminandoli e rendendoli vivi, senza perdere mai quella intenzionalità tutta italiana che, nel segreto equilibrio della forma e del colore ritrova la sua radice più profonda. Capitò anche a Burri con i sacchi, i cretti, i cellotex. Rotella e Burri, secondo noi, restano pittori, nonostante l’assoluta atipicità del loro linguaggio, perché a questa tradizione di equilibrio e di forma sottoposero tutta la violenza innovativa della loro ricerca. In questo senso essi hanno avuto il grande privilegio di essere dei “classici” in vita. Questo dovrebbe consolare della perdita del grande maestro, la consapevolezza che le circostanze hanno permesso al suo genio di esprimersi lungamente, liberamente e gioiosamente al massimo livello del possibile equilibrio fra l’adesione all’essenza della tradizione iconografica mediterranea e l’esercizio della innovazione più radicale. Del resto, per quello che sappiamo, questa gioia Rotella deve averla goduta nel lungo corso della sua vita anche sul piano personale e con essa deve aver contagiato molti. Nei suoi frequenti spostamenti da Napoli a Roma, da Parigi a Kansas City. Nelle serate imprevedibili in cui declamava i versi onomatopeici della sua poesia epistaltica (una delle sue espressioni creative più precoci) o alimentava l’allegria liberata dalle sue famose “feste a studio” con vere e proprie esibizioni, esaltate dall’originalità estrema e fragorosa del suo modo di vestirsi e di porsi nei confronti di un secondo grande interlocutore della sua vita che – oltre all’arte – sarà rappresentato dal mondo delle donne, di cui Marilyn rappresenterà l’icona.

Con il passare degli anni dai “décollages” la ricerca di Rotella si sposterà verso la sperimentazione di nuove tecniche capaci di mettere in conto l’utilizzo della fotografia, della cancellazione e della tela emulsionata. A seconda della modalità tecnico-esecutiva nasceranno i nuovi cicli di “Mec-Art”, “Art-Typo”, “Plastforme”, “Sovrapitture”. Nel frattempo con gli anni sopraggiunge il successo internazionale senza che nulla Rotella abbia sacrificato della sua ironia, del suo profondo amore per il gioco, della autenticità della sua tensione poetica.

I successi, gli onori e le soddisfazioni non hanno impedito a questo autore di mantenere viva una sensibilità civile ben documentata da una sua recente dichiarazione, successiva agli eventi tragici alimentati dalla spirale guerra-terrorismo. E’ con questa dichiarazione che intendiamo chiudere, chinando il capo di fronte alla sua scomparsa: «Credo che l’artista sensibile a ciò che succede nel mondo dovrebbe raccontare con la sua creatività i fatti più importanti della nostra vita. Mi sono chiesto se in un momento così tragico l’arte fosse una risposta sufficiente alle follie che ci circondano. L’arte è pace e profezia. E quindi, dopo la morte c’è rinascita».