Milosevic muore in carcere. Finisce un’era: senza verità

Slobodan Milosevic è morto. La secca notizia diffusa ieri mattina da una emittente serba è stata poi confermata dalle fonti ufficiali del Tribunale penale internazionale dell’Aja: l’ex-presidente prima della Serbia e poi della “piccola Jugoslavia” è stato trovato morto nella sua cella alle 9 di ieri mattina, ufficialmente per un fatto cardiaco. Ma è certo che la sua morte – con il processo a suo carico ancora pendente dopo ben quattro anni dal suo inizio – susciterà (anzi sta già suscitando) polemiche e contestazioni, soprattutto essendo sopravvenuta a pochi giorni dal suicidio, sempre nel carcere dell’Aja, dell’esponente serbo-croato Milan Babic; ed infatti i sostenitori di “Slobo”, a cominciare dal fratello, già affermano che sia stato “eliminato” (magari per omissione di cure); il Tribunale ha comunque – come era del resto prevedibile – ordinato un’inchiesta sulle cause del decesso.
Ultimo fautore ed interprete della “identità jugoslava” – anche se di una Jugoslavia fortemente caratterizzata dalla predominanza dei serbi – la sua scomparsa imprime in ogni caso il sugello a tutta una fase della storia balcanica del secolo scorso; come conferma il fatto che dopo la sua cattura e il suo a dir poco discutibile trasferimento all’Aja nel 2001, anche la “sua” piccola Jugoslavia si è dissolta, sostituita da una blanda Unione Serbia-Montenegro sempre più evanescente. Ed ora con la inevitabile archiviazione del procedimento a suo carico “per decesso dell’imputato” la lunga pagina di cui è stato protagonista resterà almeno ufficialmente senza risposte definitive; le circostanze volutamente relegate nell’ombra resteranno oscure; le sue veementi controaccuse finiranno anch’esse archiviate; le testimonianze a dir poco imbarazzanti da lui richieste (a cominciare da quella dell’ex-presidente Bill Clinton e degli altri leader occidentali che lo osannarono come grande statista nel 1995 per il suo ruolo nella pace di Dayton per poi demonizzarlo appena tre anni dopo) resteranno inascoltate; in definitiva il giudizio sulla tragedia che i Balcani hanno vissuto negli anni ’90 resterà affidato sostanzialmente alle ricostruzioni mass-mediatiche e alla polemica politica.

Della tragedia della ex-Jugoslavia di Tito, Slobodan Milosevic è stato comunque il personaggio centrale, l’interprete di primo piano – insieme certamente al croato Franjo Tudjiman, che però nessuno ha mai incriminato, finché era vivo, perché amico servizievole degli Stati Uniti. Osannato in patria dalla popolazione serba (che ai tempi di Tito si era sentita diminuita nel suo ruolo), demonizzato all’estero, si è visto attribuire strumentalmente i titoli più contraddittori, da quello – ricordavamo prima – di grande statista e uomo della pace a quelli di dittatore e macellaio. In realtà la Serbia di Milosevic, come la intera “piccola Jugoslavia”, non è mai stata una dittatura e men che mai uno Stato monopartitico, ma piuttosto un regime caratterizzato da una spregiudicata gestione autoritaria delle istituzioni; il che tuttavia non ha impedito che ci fosse il pluripartitismo e che nel 1996 i partiti di opposizione – cosa che non si è vista in nessuna dittatura – potessero vincere le elezioni amministrative in tutte le principali città della Serbia, inclusa la capitale Belgrado.

La sua parabola politica è durata in tutto poco più di quindici anni e può essere divisa in due fasi distinte, che hanno il punto di separazione nel famoso raduno di centinaia di migliaia di serbi nella primavera 1989 a Kosovo Polje, il Campo dei merli, con il rilancio pubblico e ufficiale dell’“orgoglio nazionale serbo”, proclamato non a caso in quella località in cui si svolse la storica battaglia tra serbi e turchi del 15 giugno 1389. Fino ad allora dirigente comunista autorevole quanto schivo e riservato, dopo di allora leader di una Serbia che rivendicava un suo storico ruolo centrale nei Balcani, con un graduale passaggio ad una economia di libero mercato ma senza annullare le acquisizioni basilari del passato, a cominciare dal ruolo dello Stato nella grande industria. Milosevic nacque il 21 agosto 1941 a Pozarevac, vicino a Belgrado, da un padre insegnante di religione ortodossa e da una madre che di lì a poco militerà nella Resistenza; nel giro di pochi anni entrambi i genitori ed anche uno zio generale moriranno suicidi. All’età di diciotto anni, studente universitario, si iscrive alla Lega dei comunisti; nel 1962 si laurea in legge ed è in quegli anni che incontra e sposa Mira Markovic, che dividerà in toto con lui, nel bene e nel male, la sua intera parabola politica. Dapprima mostra più interesse per il mondo della economia, e diventa direttore della Beobanka, responsabile delle relazioni con il Fondo monetario internazionale. La sua carriera propriamente politica inizia alla metà degli anni ’80. A partire dal 1984 sale rapidamente ai vertici della Lega dei comunisti di Serbia, nel 1987 ne diventa presidente, nel 1989 sostituisce il suo mentore, Ivan Stambolic, alla presidenza della Repubblica, alla quale verrà poi rieletto nel 1992; nel 1997, non potendo assumere un nuovo mandato, diventerà presidente della “piccola Jugoslavia”. Ma intanto nel 1989 con il raduno oceanico di Kosovo Polje è salito di prepotenza alla ribalta della scena balcanica e internazionale, nel 1990 la Lega dei comunisti si è frantumata nei partiti “nazionali” (in Serbia il partito socialista da lui guidato) e dopo appena un altro anno le proclamazioni unilaterali di indipendenza di Slovenia e Croazia – incoraggiate apertamente dall’Occidente e in prima dalla Germania e dal Vaticano – accendono la miccia dell’incendio nella ex-Jugoslavia.

Da quel momento la vita e la carriera di Slobo saranno segnate, direttamente o indirettamente, dalla guerra. Da subito si oppone alla secessione slovena e croata mobilitando l’esercito federale; chiusa in poco più di un mese la partita con Lubiana, resterà invece aperta quella con Zagabria, per la presenza in Croazia di una consistente minoranza serba, oggi dispersa nei campi profughi della Serbia e della Repubblica serba di Bosnia. E scoppia intanto il conflitto in Bosnia, anche qui per l’affrettato riconoscimento occidentale di una entità nella quale si vorrebbe ripetere a tavolino quella struttura multietnica e federale che è stata deliberatamente distrutta appena un anno prima su scala jugoslava. Milosevic non è certo insensibile alle aspirazioni dei serbi di Bosnia come di quelli di Slovenia e Krajna in Croazia, vede delinearsi sullo sfondo la possibilità di una Grande Serbia, sia pure variamente articolata. Ma è troppo accorto e buon politico per lanciarsi in mosse avventate: l’esercito serbo non ha alcun ruolo nella guerra di Bosnia, a differenza di quello croato di Tudjiman; e quando alla metà del 1995 l’intervento della Nato fa precipitare la situazione, saranno proprio le forti pressioni di Milosevic a costringere i serbo-bosniaci ad accettare l’accordo di pace di Dayton. Ironia della sorte: Milosevic è morto ieri in carcere all’Aja, i serbo-bosniaci Karadzic e Mladic sono ancora uccel di bosco, quale che sia ovviamente il giudizio sulla legittimità o meno del tribunale internazionale, voluto fermamente dagli Usa a scopi essenzialmente politici. Di quella pace gli verrà dato solennemente atto revocando fra l’altro le sanzioni che erano state adottate contro il suo Paese. Ma lo spiraglio di pace durerà meno di tre anni, almeno per la Serbia, perché in Bosnia a undici anni da Dayton la pace è ancora di là da venire. Nel 1998 scoppia infatti la crisi del Kosovo, dove Milosevic ha abolito il regime di larga autonomia esistente al tempo di Tito e dove dopo un susseguirsi di incidenti anche sanguinosi sono entrate in campo le bande dell’Uck, che si autodefiniscono “esercito di liberazione” ma che ancora negli ultimi mesi di quell’anno saranno definite “terroristi” dalla stessa Cia. Ma l’Uck serve agli Usa, come gli serve l’enfasi mediatica sui presunti massacri di civili compiuti dai serbi nella provincia albanese: in realtà nell’atto di accusa dell’Aja ne verranno dettagliati sette, uno solo dei quali – quello di Racak, risultato poi falso, cioè costruito dall’Uck – anteriore all’inizio dei bombardamenti su Belgrado; gli altri, per quanto ovviamente esecrabili, sono dunque riconducibili al contesto della guerra.

In realtà una Serbia forte, autonoma dalla strategia e dagli interessi americani e anzi assai vicina alla Russia, costituiva una “anomalia” da eliminare. Per questo si montò una campagna bellicista senza precedenti e per questo al famoso e decisivo incontro di Rambouillet fu presentato alla delegazione serba un progetto di accordo che – perfino secondo i più onesti fra i leader occidentali – nessun governo o capo di Stato con un minimo di dignità avrebbe potuto accettare. E fu la guerra: con i terribili 78 giorni di bombardamenti sulla Serbia, sul Montenegro e sul Kosovo. Il resto è ormai cronaca: il “golpe bianco” dell’ottobre 2000 (dopo la sconfitta elettorale) con il rovesciamento di Milosevic, il suo arresto il 1° aprile 2001, l’operazione mafiosa con cui il premier Zoran Djindjic (che poi morirà assassinato) lo prelevò nottetempo per consegnarlo agli americani e al Tpi scavalcando il presidente Kostunica. Il quale non a caso vuole vederci oggi chiaro e chiede formalmente che medici serbi partecipino all’inchiesta sul decesso, mentre la Russia accusa il Tpi di avere impedito che Slobo fosse curato a Mosca per le sue affezioni cardiache. Ineffabile la dichiarazione del responsabile esteri europeo Solana il quale dice di «sperare che la morte di Milosevic aiuti la Serbia a guardare definitivamente al futuro»: detto da uno dei diretti responsabili della guerra del 1999 è un epitaffio che si commenta da sé.