Milano, la sinistra parte ma è divisa

A spiegare perché l’unità a sinistra non solo è necessaria, ma anche urgente, ci pensa Fabio Mussi. La sua parola d’ordine è perentoria: «Compagni, dobbiamo muoverci. Nel 2009 si vota».
Non usa mezzi termini il leader di Sinistra democratica, intervenuto ieri agli stati generali della sinistra milanese. Una specie di prova, di rilancio della Cosa rossa, a due giorni dalla frenata sul welfare e a una settimana dagli stati generali nazionali di Roma. Ancor più importante che sia a Milano, se si pensa che nel capoluogo lombardo la sinistra, da qualche tempo, è schiacciata, ridotta a un cumulo di macerie e deve necessariamente cercare di recuperare almeno una piccola fetta del territorio perduto.
Ad ogni modo la platea del centro congressi della Provincia sembra ben disposta a rispondere positivamente al tentativo di riscossa della sinistra, alla spinta unitaria: la sala è piena e ogni accenno all’unità è sottolineato da applausi. Di più, l’unica bandiera ammessa è quella arcobaleno, quasi a dimostrare la volontà di tutti di superare gli steccati identitari.
Se ne accorge subito anche Mussi, che prima strappa l’applauso della platea con una frecciatina agli ex compagni di partito, «più guardo il Partito democratico più mi rallegro della scelta fatta qualche mese fa», poi entra nel vivo della questione: «Come sinistra abbiamo un anno di tempo, forse un anno e mezzo, per fare qualcosa». E, visti gli esempi che cita delle cose che dovrebbe fare (lotta alla precarietà, tutela dell’ambiente, difesa dei lavoratori) sembra quasi un adattamento del monito morettiano: «Dì (o meglio fai) qualcosa di sinistra». Ha fretta Fabio Mussi: Silvio e Walter, con le loro convergenze parallele, hanno sancito che il governo Prodi è ormai un esecutivo a termine. Quindi, meglio fare velocemente qualcosa che giustifichi la permanenza della sinistra al governo. Perché se è vero che «ci impegneremo per fare in modo che Prodi non cada da sinistra», è pur vero che non si può continuare a essere semplici comparse. «Siamo un terzo della coalizione – tuona il ministro dell’università – non possiamo contare meno di Dini, Bordon e Manzione». Giù applausi. E allora si trovi un accordo sulla legge elettorale, che può essere un proporzionale, «ma non deve essere imposto. Deve dare stabilità, senza per questo trasformarsi in forche caudine». Perché, in ogni caso, il bipartitismo, in Italia, non s’ha da fare.
Parole dolci come lo zucchero per il Prc, e infatti il segretario Franco Giordano, che interviene dopo Mussi, le riprende pari pari: «Non abbiamo più tempo. E’ urgente e non più rinviabile la costruzione di una sinistra unitaria e plurale». La ragione è che «non c’è altra scelta, si rischia di rimanere senza una sinistra in grado di incidere politicamente». E allora, dagli stati generali della sinistra del prossimo fine settimana, uscirà davvero il nuovo soggetto: «unitario, plurale, vivo, rappresentativo del mondo del lavoro».
Detto così, tutto appare facile. Ma anche a Milano sembrano ripetersi, tali e quali, i problemi che assillano la Cosa rossa a livello nazionale: se infatti Giordano e Mussi si scambiano reciproche strizzatine d’occhio, e ripetuti «sono d’accordo con Fabio», «ha ragione Franco» e via complimentandosi, quasi a rafforzare l’asse tra i due, gli altri partner dell’eventuale Cosa rossa, Comunisti italiani e Verdi, appaiono su un altro, ben diverso, piano. Natale Ripamonti, senatore verde, ha ribadito che a loro, il termine «Cosa rossa», proprio non piace.
E alcuni Comunisti italiani meneghini, per rimarcare ulteriormente la loro diversità, non hanno trovato nulla di meglio che mettersi a raccogliere firme, per questioni locali, a cento metri dalla sala dove si tenevano gli stati generali. Ovviamente, con i loro manifesti e le loro bandiere. Se stanno così le cose, il prossimo fine settimana, per uscire davvero con qualcosa di comune, qualcosa più di un segno grafico (è già sarebbe qualcosa) ci sarà da lavorare. Molto.