Migranti, sfrattati dalla strada, sfruttati sul lavoro

Il XV Dossier statistico curato dalla Caritas e da “Migrantes”, presentato ieri a Roma, riserva molte sorprese. I dati quantitativi ma anche le ricerche specifiche elaborate nel volume partono da un dato. La presenza migrante in Italia – quella regolarmente censita – è giunta ormai alle soglie dei 3 milioni, avvicinandoci agli standard europei. Non si tratta di una invasione quanto del coinvolgimento, anche della nostra penisola, in uno degli aspetti basilari della globalizzazione. Insieme a merci e capitali, circolano, si spostano, permangono, laddove le condizioni lo permettono, anche le persone. La scelta di intitolare l’appuntamento annuale di presentazione del Dossier “Immigrazione è globalizzazione” corrisponde a questa riflessione. Lo scenario è stato ben descritto da Franco Pittau, coordinatore “storico” del dossier e fotografa un dinamismo migratorio nuovo che spesso non si riesce ad inquadrare, ma che, a differenza degli anni passati è visto all’interno di una cornice europea. Caratteristiche fondamentali sono una diffusione della presenza migrante nell’intero territorio, con maggiori concentrazioni nelle metropoli come Roma e Milano – ciò che è già avvenuto a Londra e a Parigi – e con un equilibrio demografico fra uomini e donne. Si stabilizzano i nuclei familiari tanto che sono quasi mezzo milione i minori secolarizzati. C’è stata una accelerazione quantitativa della presenza regolare, tanto che dal 2000 al 2004 si può parlare di un raddoppio. Una accelerazione che non diminuirà: entreranno in Italia circa 300 mila persone all’anno. Cambiano i paesi di provenienza: al primo posto la Romania, seguita da Marocco e Albania. Molti sono coloro che potrebbero già avere la carta di soggiorno o addirittura la cittadinanza malgrado la legislatura in materia sia per il responsabile del dossier: «Roba da antiquariato».
La normativa italiana è un impedimento reale alla comprensione. Afferma Pittau: «Siamo come un cardiologo che non riesce a misurare i battiti del cuore del paziente». Si tratta quindi di smontare i classici stereotipi (ci rubano il lavoro) e quelli nuovi (non si adattano alla mobilità o alla flessibilità). Oggi gran parte dei lavoratori e delle lavoratrici migranti è inserito in posizione subordinata ma indispensabile nei cicli produttivi, nei servizi e nell’assistenza socio sanitaria o di cura. Spesso, grazie all’incrociarsi di sistemi legislativi costrittori, in condizioni di precariato, dovendo cambiare città, lavoro, condizioni di vita, molto più degli autoctoni. I 2.160.000 lavoratori censiti costituiscono il 9% della forza lavoro nazionale, hanno per lo più contratti a termine e, nonostante abbiano titoli di studio superiori a quelli degli autoctoni raramente accedono a qualifiche medio alte. Si desume la necessità di rivedere il sistema delle quote e dell’accesso all’ingresso smontando le trappole dei contratti di soggiorno e delle chiamate nominative dall’estero. Impedire l’incontro in loco fra domanda e offerta è un modo per incentivare l’irregolarità e il lavoro nero. Il dossier si sofferma sulla necessità di garantire maggiori possibilità di stabilizzazione per chi vuole restare nel nostro paese: «Come si può cacciare uno solamente perché ha perso lavoro e in sei mesi non ne ha trovato un altro adeguato?», ha domandato Pittau interrotto dagli applausi. E poi la necessità di una valorizzazione delle competenze professionali garantendo anche un più facile accesso ai corsi di riqualificazione. Per i redattori del Dossier la parola “integrazione” sta diventando un concetto sbiadito. I dati sono inequivocabili: il 30% dei cittadini europei crede che ci si debba difendere da contaminazioni esterne e il 60% considera gli immigrati la causa principale dell’aumento della violenza. Non si affittano case agli immigrati, ma se vogliono acquistarla (una casa su 8 è acquistata da persone straniere) non ci sono problemi. I loro soldi non puzzano. Come non danno fastidio i 20 miliardi di euro annuali di contributi INPS, per servizi di cui scarsamente usufruiscono o i 10 miliardi di euro investiti in immobili. Permangono pratiche discriminatorie nei luoghi di lavoro soprattutto sulle donne, mentre resta un tormento ogni esposizione alle pratiche di soggiorno. Mancano i fondi per politiche positive? Altra stortura: per ogni euro speso per iniziative di inclusione se ne spendono 4 per la repressione e il contrasto all’immigrazione illegale. Aumentano i morti in mare ma cala la percentuale di chi utilizza i barconi per entrare (il 10%) e diminuiscono i rimpatri ufficiali. Si acuiscono gli squilibri. Per questo chi ha curato il dossier ritiene opportuno e urgente realizzare un salto di qualità nelle politiche di accesso alla cittadinanza, al diritto al voto, all’asilo politico ed esprime forti critiche al sistema di espulsione dei Cpt. Prima di Franco Pittau era intervenuto il Vicepresidente della Commissione Europea Franco Frattini che ha tracciato un programma di intervento europeo estremamente ambizioso e, a parole, propositivo. L’urgenza è quella di omologare le normative nazionali nel contesto europeo. A tal proposito proporrà nei prossimi giorni un fondo europeo per le politiche dell’immigrazione di 1 miliardo e 700 milioni di euro. Ovviamente, dopo aver citato la tragedia di Amsterdam, è tornato a parlare di tolleranza zero verso i trafficanti di uomini ma di rispetto dei diritti e della dignità anche per chi è sottoposto a rimpatrio. Lampedusa insegna. E se il Prof Adel Jabar ha voluto portare la propria testimonianza di musulmano del dialogo, molto appassionate sono apparse le conclusioni di Monsignor Francesco Montenegro, presidente di Caritas Italiana che vede nel presente e nel futuro il realizzarsi di un sogno comune, malgrado i tanti orrori.