Migranti discriminati sul lavoro, una ricerca per aiutarli a difendersi

Ogni ricerca finora svolta – che sia stata realizzata dall’Oil (Organizzazione Internazionale del Lavoro) o dall’Ires Cgil – porta alla identica conclusione: forme diverse di discriminazione che le donne e gli uomini migranti subiscono nel luogo di lavoro, sono in costante aumento. Gli addetti ai lavori utilizzano il termine “discriminazione multipla” per definire la complessità dei comportamenti che la stessa lavoratrice o lo stesso lavoratore si trovano spesso a subire: dalle disuguaglianze legate alle retribuzioni, all’avanzamento professionale, a forme che attraversano l’intero specchio della vita della persona.
I dati relativi all’Italia dicono che il 41% dei lavoratori immigrati è trattato in maniera diversa rispetto ad un italiano quando risponde ad un offerta di lavoro. Una questione che si pone, anche se in forme e modalità articolate, anche negli altri paesi europei: è stata questa la molla che ha portato alla realizzazione di un “Progetto Equal” dal nome ambizioso: Leader (Lavoro e occupazione senza discriminazioni etniche e religiose). Un progetto di ricerca che vede impegnate in Italia numerose realtà associative e forze sociali, e che ha trovato come partner stranieri il Department de l’Hérault per la Francia e la Diputacio de Girona per la Spagna.

Giovedì scorso, presso il Cnel, si è svolto un primo incontro transnazionale promosso dall’Imed (Istituto per il Mediterraneo). Si è trattato, più che altro, di un momento utile per illustrare il progetto in fase di partenza e allargare il numero dei soggetti coinvolti. L’idea è quella di sviluppare una sperimentazione, costruendo delle Reti di Iniziativa Territoriale di Lotta alle Discriminazioni, per elaborare una strategia integrata atta ad affrontare un fenomeno così complesso e radicato.

Non solo monitoraggio, azioni per favorire la presa di coscienza dell’opinione pubblica e della stampa, non solo la logica, seppur fondamentale, delle “buone pratiche”. Lo scoglio che si intende affrontare è quello pervasivo e nocivo che porta spesso le lavoratrici e i lavoratori migranti a non prendere coscienza e a denunciare gli abusi di cui sono vittime.

C’è chi, per non perdere il posto di lavoro e di conseguenza il permesso di soggiorno, si sottopone a lavori massacranti e malretribuiti: una inchiesta dell’Ires che risale al maggio scorso evidenzia come ai lavoratori stranieri è destinato il 39% delle mansioni più gravose contro il 15% degli autoctoni, gli orari più disagiati e i turni di week end e festivi vengono assegnati più facilmente agli immigrati (25%) rispetto al 10% circa degli italiani, e questi sono i dati forniti dai delegati sindacali.

I lavoratori stranieri poi si sentono addirittura più discriminati dai propri colleghi autoctoni che dai datori di lavoro, e questo rivela un altro dato inquietante, per non parlare delle difficoltà doppie che si ritrovano a subire le lavoratrici: scarsa possibilità di avanzamento professionale e tasso doppio di percezione di essere soggette a discriminazioni, rispetto agli uomini.

L’intervento di ricerca e di sperimentazione che si intende mettere in atto con il Progetto Leader, porterà ad operare su alcune regioni italiane (Liguria, Veneto, Toscana, Lazio, Campania e Sicilia) che dovrebbero rappresentare un campione sufficiente del territorio nazionale, sia dal punto di vista quantitativo, sia rispetto alle diverse categorie di impiego. Se l’intervento sarà mirato si potrà realizzare, come ha auspicato Samia Kouider dell’Ires, una crescita di consapevolezza che però passa attraverso un percorso complesso e lungo.

«Ci troviamo a vivere dominati da concetti che non sono i nostri», ha fatto notare. L’idea stessa di diritto, di possibilità di fare vertenza e di opporsi al potere padronale esiste per chi ha già avuto una esperienza politica o di sindacalizzazione nel proprio paese o per chi è maturato in percorsi di lotta sindacale in Europa.

Inoltre, sono gli stessi sistemi legislativi a creare difficoltà: «I ricorsi legali che possono essere fatti da chi si sente discriminato – ha spiegato Massimo Pastore dell’Asgi – hanno spazio giuridico a partire dallo Statuto dei Lavoratori fino alle norme estremamente specifiche evidenziate nel testo unico del 1998, modificato con la Bossi Fini. Ma sono rarissime – ha sottolineato – le procedure messe in atto che creano giurisprudenza».

Mancano ancora gli strumenti di tutela per denunciare le condizioni di lavoro nero, tanto in edilizia quanto in agricoltura, che fanno lievitare il numero di incidenti sul lavoro di cui sono spesso vittime stranieri che non hanno potuto imporre il rispetto di norme di sicurezza.

Insomma, si è meno cittadini degli altri e quindi ci si ritrova comunque in una condizione di subalternità da cui a fatica si cerca di uscire.

Il progetto Leader sta approntando un sito che potrà essere consultato e arricchito: www. leadernodiscriminazioni. it