Mieli e Petruccioli a Giarabub

Come onorare i soldati uccisi a Nassiriya. Non era un interrogativo quello che Paolo Mieli ieri si poneva sul Corriere della Sera. Macché, dava la linea: stare tutti insieme, tutti uniti, centrodestra che ha inviato quei soldati in un guerra ingiusta, contro l’Onu e che ha fatto decine di migliaia di vittime civili, e centrosinistra che era contrario quella guerra. Tutti uniti a lodare la «missione di pace» che sta per diventare «missione di ricostruzione», e a piangere i nostri morti. Così il presidente della Rai Claudio Petruccioli ha trovato la soluzione: celebrare con il concerto del 1 maggio a San Giovanni i «lavoratori di Nassiriya». Siamo alla sindrome di Giarabub. Nel film di Alessandrini del 1942 gli italiani resistevano tutti uniti – soldati, infermiere, prostitute al seguito e camicie nere – nell’oasi libica assediata dagli inglesi e, alzando il tricolore, decidevano di morire. È la continuità di tacere la verità. L’impresa post-coloniale del governo Berlusconi al seguito dell’invasione militare ordinata da Bush non era «in sintonia» con le risoluzioni delle Nazioni unite come ha scritto Mieli: quelle truppe arrivarono ben prima, dopo la proclamazione della «vittoria, missione compiuta» fatta dal presidente americano dalla portaerei Lincoln il 1 maggio 2003. E poi la menzogna dei lavoratori. Se vogliamo davvero rispettare i soldati uccisi non possiamo non ricordare che li abbiamo mandati non solo a morire ma anche ad uccidere. Lo dimostra se non altro l’accusa rivolta dalla Procura militare di Roma ad alcuni soldati italiani per l’uccisione di quattro civili tra cui una donna incinta nell’agosto 2004 durante una delle famose battaglie dei ponti. Basta Giarabub.